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Kurt Schwitters

Riga 29

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento

 

Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.

 

Marco Belpoliti, Elio Grazioli

 


 

I manuali lo iscrivono al capitolo del dadaismo, ma i dadaisti duri non lo ammisero tra le loro fila. Per gli storici difensori della radicalità a un certo punto del suo percorso ha tergiversato, perdendo il filo delle conquiste sempre più estreme delle avanguardie. Per quelli difensori della continuità si è spinto troppo oltre in alcuni casi. Lui effettivamente aveva un’aria inclassificabile come la sua arte. Ha coniato per sé la denominazione «Merz». Assumeva l’espressione impostata quando si presentava – «Buongiorno, sono Kurt Schwitters, inchiodo oggetti sui quadri!» – o recitava una delle sue incomprensibili poesie in pubblico, ricominciando da capo ogni volta che veniva interrotto. Era sempre concentrato, sia che lavorasse o discutesse animatamente, sia che camminasse per strada con un amico, e allora lo vedevi chinarsi improvvisamente a raccogliere qualcosa da terra che poi ritrovavi dentro un suo collage.

 

Poeta del riciclo, ha messo una testa di modella alla Madonna Sistina, ha trasformato scarti di tipografia in suoi «disegni», è uscito non solo dal quadro e dalla scultura, ma dall’ambiente stesso, sfondando soffitto e finestre quando il suo Merzbau non stava più dentro l’appartamento. Esiliato a causa del nazismo, non è più stato a suo agio in nessun luogo, e non solo ha costruito altri Merzbau dove si trovava, ha continuato a inventare anticipando l’arte dei decenni seguenti. Grafico straordinario, poeta originale – la sua Ursonate è unica –, Schwitters è artista ancora troppo poco noto, soprattutto in Italia.


Abbiamo raccolto per questa occasione editoriale omaggi di poeti e testimonianze di amici – da Tristan Tzara a Hans Arp, Hans Richter, Carola Giedion-Welcker, Friedel Vordemberge-Gildewart – e abbiamo tradotto per la prima volta in italiano un’ampia selezione di suoi testi, sia dichiarazioni, manifesti, ricordi, sia poesie e altre forme letterarie. Quindi abbiamo ricostruito le tappe salienti della sua vita e della sua opera. A partire naturalmente dai collages, dalla sua grande amicizia con Hans Arp e dai dissidi con i dadaisti tedeschi che, diventati dopo la guerra intransigenti dal punto di vista politico ancor prima che estetico, non lo trovano confacente e allineato.

 

Schwitters è un problema fin dall’inizio, è insituabile già in partenza. Ma il suo atteggiamento rispetto alle posizioni politiche non lo rende anche da questo punto di vista molto attuale oggi? Si guardi dentro i suoi collages, nei ritagli, nelle figure integrate in essi, nello stesso nome Merz, metà non significante ma significativa della parola «Kommerz». Anche il suo significato politico è inseparabile dalla particolarità, e peculiarità, della sua figura personale e artistica complessiva.


Non sorprenderà allora che in seguito, mentre da un lato innalza il suo incredibile Merzbau, sorprendentemente sottotitolato «cattedrale della miseria erotica», costruendovi grotte dedicate agli amici, e integrandovi perfino materiale organico degli amici stessi, dall’altro parte per tournée avventurose e ormai leggendarie – qui viene ricostruita in particolare quella olandese – con amici nuovi in cui scopre una sintonia profonda che lo mette più a proprio agio e lo libera più profondamente verso nuovi sviluppi. Che sia Theo van Doesburg, anche lui diviso tra slancio dadaista e ricerca «costruttiva» – è del resto la storia di quegli anni, con i convegni e le mostre che li vedevano a confronto e scontro –, o El Lisickij, che ha già consolidato gli esiti geometrici della sua ricerca, Schwitters ha trovato i suoi interlocutori. E noi altre figure problematicamente simili alla sua, ancora tutte da rivedere e risituare in una storia dell’arte ridisegnata più dall’interno: figure complesse, difficili perché collocate negli spazi intermedi dei movimenti artistici catalogati, ma ben più che interstiziali, oggi indicano ricerche in direzioni non viste o sottovalutate dagli schematismi, un’idea di arte e di vita tutta attuale.


I testi di Isabelle Ewig, Nancy Perloff e Isabel Schulz ricostruiscono quei fatti e quei rapporti. Altri testi sono più specificamente incentrati su opere o serie che lo hanno reso famoso, come naturalmente i collages (Hanne Bergius e Riccardo Venturi), le poesie (Marc Dachy), i diversi Merzbau (Karin Orchard), il capolavoro della Ursonate (Isabelle Ewig), ma anche i meno noti, come i «disegni i», basati su materiali di recupero presi tali e quali, senza ulteriore intervento, di cui Isabelle Ewig mostra l’originalità non solo come «disegni» ma anche come readymades, rispetto al gesto – dadaista, di nuovo? – duchampiano.


Una particolare attenzione è dedicata all’attività di grafico di Schwitters, attraverso lo studio a tutt’oggi più importante, di Serge Lemoine: le pubblicazioni, le riviste – «Merz» innanzitutto, nome esteso anche alla sua rivista –, le pubblicità, l’immagine coordinata della città di Hannover, tanti progetti in ambiti disparati, la concezione della «nuova tipografia». Schwitters fa il grafico ben più che per guadagnarsi da vivere o per «applicare» i risultati della sua ricerca artistica, ma come parte integrante della ricerca stessa e forse, come suggerisce Elio Grazioli, curatore del numero, perfino come uno dei suoi affondi, questi sì radicali, nella ricerca dell’«Ur», del primordiale e originario: Ur-grafica dunque e Ur-pubblicità, corrispettivo di ciò che la Ur-sonate è per la musica, la parola, la poesia, la voce.


Un testo di Sarah Wilson dettagliato e ricco di spunti discute l’ultimo periodo di Schwitters, sbarcato e poi nuovamente accasato in Gran Bretagna, dove passa dai campi di internamento a isole di pace, intricati rapporti con l’ambiente artistico inglese e incontro con una nuova compagna, ritorno alla pittura con paesaggi e ritratti, reinvenzione del collage anticipatrice della Pop Art e versione «rurale» del Merzbau, per questo battezzata Merzbarn, ovvero «Merz-fienile»: una nuova stagione a tutti gli effetti per Schwitters, ancora al centro di discussioni e interpretazioni.


E inoltre, e infine: Megan Luke propone un episodio particolare ma significativo dell’attività dell’artista, una conferenza in cui mette di fatto a confronto la sua concezione con quella degli amici artisti e non solo; Marco Belpoliti evidenzia la dimensione temporale del collage di Schwitters e si lancia a paragonarne la essenziale «inattualità» con la ben più evidente attualità delle «capsule di tempo» di Andy Warhol; Carlo Boccadoro ne rilancia invece l’attualità come fonte di ispirazione non solo per le arti visive ma anche per la musica recente.


È vezzo che ci piace ricordare di «Riga», indicativo dei suoi interessi e del suo approccio, quello di incorniciare ogni volume con un’apertura, già ricordata, di omaggi letterari, qui di due poeti, Angelo Maria Ripellino – commentato per l’occasione da Andrea Cortellessa – e Valerio Magrelli, e una chiusa di artisti visivi, qui il gruppo Warburghiana, che sfodera l’elenco aggiornato delle sue attività come un’«opera» in sé, Luca Vitone che ci consegna pezzi della sua biblioteca come suo personale Merzbau, e Luca Scarabelli che ci dà una versione del collage che a noi pare versione del tutto attuale.

 

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