Piero Camporesi

Riga 26

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento

 

Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.

 

Marco Belpoliti, Elio Grazioli

 


 

“Chi è Piero Camporesi?”, si chiedeva nel 1983 sulle colonne del «Corriere della sera» Giorgio Manganelli recensendo il suo ultimo libro, Le officine dei sensi. Il pezzo proseguiva con un “Cosa è Piero Camporesi?” Silenzio. Fossimo in una spaziosa chiesa barocca, sentiremmo il pio, sparuto sussurro dei fedeli. Perché, veramente, dire che cosa è mai Piero Camporesi non è facile”. La risposta poche righe dopo, non senza aver detto che è uno scrittore e un letterato “è un lettore malizioso di testi seicenteschi, e anche, direi, scrittore di testi di quel secolo”. Dieci anni dopo, dovendo presentare un suo libro sul sangue ai lettori americani, Umberto Eco ritorna sul medesimo dilemma: “è difficile dire chi sia Piero Camporesi. Certamente un antropologo culturale, visto che nel corso di una quindicina di volumi ha studiato i veri aspetti di quella che si chiama la vita materiale, i costumi, i comportamenti”. Ma non è neppure questo, o meglio: non esattamente, visto che non è studioso che esplora quei costumi sul campo. Almeno ufficialmente Piero Camporesi è uno storico della letteratura, uno che legge libri e testi ignorati dagli altri, testi non ufficiali, che però non ha considerato come dei documenti, bensì dal punto di vista stilistico. Se è un antropologo, continua Eco, lo è degli uomini del passato, non dei “primitivi” o dei “selvaggi” del presente. Alla fine, dopo aver dato diverse e incomplete contraddizioni, Eco termina con un’immagine: “Camporesi è un signore che entra in una stanza dove c’è un tappeto, dai disegni e dai colori bellissimi, che tutti hanno sempre considerato come un’opera d’arte; lo prende per un lembo, lo rivolta, e ci mostra che sotto quel tappeto brulicavano vermi, scarafaggi, larve, tutta una vita ignota e sotterranea. Una vita che nessuno aveva mai scoperto. Eppure era sotto il tappeto”.

 

Sono trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Piero Camporesi e siamo ancora qui a chiederci chi sia stato o, per dirla con Manganelli, cosa sia stato. Una prima risposta, che si aggiunge a quelle dei due suoi lettori eccellenti, è che Camporesi è stato uno dei maestri segreti della cultura italiana della seconda metà del Novecento. Quando nel 1970 uscì presso Einaudi l’edizione dell’Artusi, il grande libro della cucina italiana, curato dal semisconosciuto professore dell’Università di Bologna, di colpo si scoprì quale tesoro antropologico e letterario s’annidava in questo volume presente in gran parte delle case italiane, compulsato da generazioni e generazioni di mamme e nonne.

 

Non a caso Giorgio Manganelli fu tra i primi ad accorgersi di questo cambio di stagione, e segnalò la cosa sul «Corriere della sera». Poi venne Il libro dei vagabondi, una storia della furfanteria, del nomadismo, del vagabondaggio nell’Italia dalla fine del Medioevo sino all’epoca barocca, libro che ebbe una notevole influenza anche fuori dalla cerchia letteraria. Questo testo stratificato e complesso accrebbe la fama di Camporesi filologo controcorrente, capace di scoprire un intero universo cancellato dalla storia ufficiale, espunto dai libri dei “vincitori”.

 

Negli anni successivi con libri dedicati al “paese della fame” e al “pane selvaggio” Camporesi divenne uno degli autori più significativi degli anni Ottanta. Elzevirista sul «Corriere della sera» nel decennio successivo, fustigatore dei costumi alimentari, nemico della cosiddetta “dieta mediterranea”, il curioso ed eccentrico professore fu seguito e letto su quelle colonne da almeno una generazione di lettori. In quei pezzi, solo successivamente raccolti in volume, smontò con ironia, paradossi e sarcasmo molte delle mitologie alimentari italiane, tanto che la sua influenza, a partire dall’edizione dell’Artusi, è stata così profonda, e insieme sotterranea, nel costume e nella cultura alimentare italiana tanto da far ritenere che il ritorno alle antiche usanze, ai cibi locali, alle ricette, alle osterie e ai ristoranti tradizionali, vada ascritta anche a suo merito.

 

Tuttavia Piero Camporesi è stato soprattutto uno scrittore, un particolare tipo di scrittore, scrittore-lettore. I suo libri trasudano la prosa dei volumoni antichi che ha lungamente compulsato; per stile e capacità mimetica, egli è stato uno scrittore barocco nell’Italia postmoderna: autore decisamente controcorrente che ha interpretato perfettamente con la sua apparente eccentricità lo spirito di un’epoca di forte mutamento antropologico e sociale. La sua prosa è un esempio straordinario di lingua italiana. Scrittore e insieme narratore, proprio per l’attenzione spasmodica al dettaglio, al particolare, alle storie minime e minute, e dunque storico-scrittore, oltre che scrittore-lettore.

 

In questo senso Camporesi è un autore ibrido, dalle molte facce: scrittore-saggista, come mostrano molte delle recensioni ai suoi libri apparse perlopiù sui giornali – per lungo tempo Camporesi è stato tenuto in sospetto non solo dall’accademia, ma anche dagli altri storici di mestiere. I suoi migliori recensori e ammiratori sono stati, non a caso, altri scrittori. E a dieci anni dalla scomparsa, nonostante pregevoli interventi, non esiste ancora un’opera di scavo dedicata interamente al suo lavoro, fatto salvo un volume, “Accademico di nulla accademia”. Saggi su Piero Camporesi (Bonomia University Press), a cura di Elide Casali, sua allieva e studiosa, e questo stesso numero di «Riga», segno ulteriore di una singolarità che a noi appare quasi più come un suo merito che non come un demerito degli studiosi di professione.

 

Questo volume vuole perciò essere un primo approccio, ma anche un modo per fare il punto su un aspetto importante della cultura italiana che a «Riga» sta particolarmente a cuore: la revisione del proprio passato seguendo piste e tracce che esulano dai grandi territori perimetrali dalla storiografia e dalla critica. Camporesi va infatti letto sullo sfondo di autori come Pier Paolo Pasolini, con cui il dialogo, seppur indiretto, è in realtà profondo, come Italo Calvino e Paolo Volponi, o ancora come Goffredo Parise e Andrea Zanzotto. Egli appartiene alla generazione degli scrittori anticlassici, nata negli anni Venti del XX secolo, che è andata oltre la lezione di Montale e di Contini, di Longhi e di Gadda, tenendo ben presente quello che questi predecessori e maestri avevano compiuto in rottura col loro passato, ovvero con l’eredità sempre operante di Croce e Gentile. Il manierismo di Camporesi s’iscrive nella tradizione dell’espressionismo italiano e ne costituisce un originale movimento all’interno di una più vasta partitura testuale e culturale.

 

Questo volume collettivo si apre con un omaggio calligrafico di un altro scrittore, poeta, teatrante, a lui vicino negli anni bolognesi, al Dams, Giuliano Scabia. Prosegue attraverso una serie di testi inediti o sparsi di Camporesi stesso, tra cui due racconti degli anni Sessanta che testimoniano della sua vocazione di scrittore anche di finzione. La raccolta parte poi da un testo del 1951, in cui è già in azione il suo particolare sguardo e la sua capacità narrativa, per passare per recensioni, voci di enciclopedia, saggi, presentazioni a libri, sino ai testi apparsi poco prima della sua scomparsa e mai raccolti in volume. Nelle interviste è possibile sentire la voce di Camporesi, il suo inconfondibile tono, il suo sarcasmo e la vis polemica.

 

Le prime sostanziose interviste risalgono agli anni Ottanta, quando Camporesi si afferma come originale studioso e commentatore degli usi alimentari postmoderni. Così i testi che accompagnano la sua opera di curatore e di saggista iniziano nel 1966 ma si infittiscono nei medesimi Ottanta. Brevi interventi su giornali e riviste di storici, scrittori, poeti, saggisti che vedono in lui un punto di riferimento ma anche, come scrive Manganelli, un enigma critico, da Giudici a Giuliani, da Cardini a Di Nola, da Mazzacurati a Casali (cui si aggiungono alcune recensioni su pubblicazioni e giornali stranieri, man mano che i suoi libri venivano tradotti all’estero). Nell’ultima parte una serie di saggi inediti provano a ricostruire il suo percorso, lo mettono a confronto con quello di altri autori, ne delineano la particolarità d’approccio. Chiudono il numero, che comprende anche documenti fotografici di Camporesi stesso, due artisti, maestri del disegno: Tullio Pericoli e Giuliano Della Casa, i quali ne forniscono un ritratto per immagini che si accosta a quello attraverso le parole degli altri scrittori e saggisti.

 

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