Roger Caillois

Riga 23

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento

 

Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.

 

Marco Belpoliti, Elio Grazioli

 


 

Roger Caillois è uno dei grandi sconosciuti della cultura europea. Il suo nome aleggia nei libri e nei discorsi a proposito di molti e differenti oggetti e temi: il gioco, il mimetismo, le pietre, la teoria della letteratura, l’antropologia, il romanzo poliziesco, il sogno, il fantastico, Borges e altro ancora.

A parecchi è capitato di leggere almeno un suo libro, ma quasi nessuno riesce a formarsi un’idea completa del suo lavoro, della sua complessa personalità letteraria. Non può che essere così, data la vastità degli interessi e dei temi da lui trattati nel corso della sua vita. Ma anche a causa del particolare stile da lui assunto nel descriverli e nel raccontarli.

 

Caillois esordisce giovanissimo, in seno al gruppo surrealista. Non ha ancora ventun anni che Breton lo arruola. Ma presto si distacca da lui per percorrere una sua strada solitaria. Lungo questo tragitto incontra ben presto filosofi e scrittori come Bataille, Klossowski, Leiris. Insieme fondano il Collegio di Sociologia, luogo per noi oggi mitico, in cui l’allievo di Marcel Mauss, e il filosofo Georges Bataille, fanno le prime prove generali del loro pensiero, e in cui scandagliano nell’epoca dei fascismi trionfanti un’idea post-politica della politica stessa.

 

Caillois esce da questa esperienza con una propria teoria del sacro e del mito, due temi con cui si misura in anticipo su tutta la cultura europea. Poi viene il lungo periodo del soggiorno sudamericano, in Argentina, dove resta bloccato dallo scoppio della guerra. È un altro anello della sua lunga catena. Lì entra in contatto con tutta quella letteratura che poi, al ritorno in Francia, ci aiuterà a scoprire attraverso una collana narrativa: è la scoperta di Borges e degli altri scrittori del cono sud del mondo.

 

Già questi brevi accenni biografici basterebbero a riempire una vita. Ma Caillois non si ferma qui. Nel 1945 rientra in patria ed è subito attivo con riviste, pubblicazioni, libri, collane nella cultura nella cultura francese ed europea del dopoguerra; in un paesaggio dominato prima dalla filosofia sartriana, poi dallo strutturalismo, Caillois tiene una posizione estremamente originale, ma anche isolata. Diviene funzionario dell’Unesco e visita molti luoghi del mondo accrescendo il suo già ricchissimo bagaglio di conoscenze e di saperi.

 

Da scrittore, più che da filosofo (ma è pur sempre un pensatore), affronta una serie di questioni negli anni Cinquanta e Sessanta in modo inconsueto, a partire dal suo celebre libro sui giochi, ancor oggi di un’attualità sconcertante. Pur non essendo un teorico puro, Caillois va infatti alla ricerca dei “fondamentali” nelle scienze di cui si occupa, cercando di delineare una “scienza diagonale” che connetta insieme poesia e forme naturali, i poemi e le pietre: il tema dell’asimmetria. Alla fine degli anni Sessanta inzia a raccogliere e a ordinare in una serie di bellissimi volumi i suoi lavori sparsi, a dare una forma coerente, anche dal punto di vista editoriale, ai suoi vagabondaggi intellettuali, sempre orientati da una grande coerenza. Nessuno scrittore europeo del XX secolo è così curioso e originale come Roger Caillois.

 

Il numero che qui presentiamo cerca di dare un ritratto a tutto tondo di Caillois, impresa affascinante ma anche ardua. Sono stati tradotti per la prima volta, o ripresi da altre traduzioni, alcuni suoi testi che definiscono in modo icastico i punti salienti del suo percorso, dalla presa di distanza dal Surrealismo (Intervento surrealista) alla decisione maturata negli anni dell’università, a contatto con Marcel Mauss di studiare ciò che connette e non ciò che divide, il sacro come la guerra (Il grande pontiere). Il numero si apre con una sorta di collage di autocitazioni in cui Caillois stesso descrive il suo percorso a ritroso. Altri brevi testi descrivono i diversi territori di lavoro dello scrittore, dalla letteratura al sogno, dalla guerra all’antropologia. Le tre conversazioni mettono ulteriormente a fuoco il personaggio e l’autore.

 

L’antologia dei testi su Caillois si apre con due brevi recensioni di Adorno e Benjamin a uno dei suoi primi fondamentali scritti, La mante religieuse, poi confluita in Le mythe et l’homme, pubblicato prima della Seconda guerra mondiale. Si tratta di due testi anche critici, ma che indicano un forte interesse verso il lavoro di Caillois da parte dei filosofi tedeschi, che hanno più volte incrociato il suo percorso.

Così il testo di Maurice Blanchot, inedito e sconosciuto anche agli studiosi, affronta il tema del gioco stabilendo un confronto con Huizinga, uno degli autori chiave nel periodo tra le due guerre in Europa, ancora oggi un maestro di pensiero. Di Bataille abbiamo scelto di pubblicare due lettere, che testimoniano del lavoro comune e delle divergenze proficue tra loro.

 

Seguono alcuni testi tra la testimonianza e la riflessione di alcuni suoi amici, come il grande storico dell’arte André Chastel, suo compagno di liceo, poi Jabés e Cioran, due grandi scrittori francesi che raccontano il loro rapporto con Caillois. Di Octavio Paz premio Nobel per la letteratura, sono qui tradotti tre testi dedicati all’amico Roger. Jean Starobinski cerca di tracciare una lettura d’insieme a partire dal tema delle pietre, così come il critico e filosofo Denis Collier si confronta con uno dei temi chiave di Caillois, quello del mimetismo, mettendolo in relazione con la riflessione filosofica e politica contemporanea. Caillois non è solo uno scrittore o un pensatore, ma un autore che dialoga fittamente con la cultura visiva del Novecento e non solo, con artisti come Dalì, con cui, almeno nei primi anni parigini, il rapporto è molto stretto e solidale.

 

La nuova serie di saggi, scritti per questa occasione, intreccia poi una serie differente di questioni, dal tema della guerra affrontato dallo scrittore Eraldo Affinati, al gioco (e non solo) oggetto di un saggio ricco e complesso di Stefano Bartezzaghi. Così Mariolina Bertini parte dagli scritti di Caillois sul poeta Saint-John Perse per delineare una “cartografia dell’anima”. Marco Belpoliti cerca invece di confrontarsi con la domanda: perché Caillois è ancora così attuale e importante per noi? Per il suo atteggiamento non accademico, militante ma insieme curioso e aperto di fronte ai problemi della “forma”. La stessa lettura fornisce Annamaria La serra, una delle principali studiose del nostro autore, che descrive le “scienze diagonali” di Caillois.

 

Franco Cordelli, con il taglio icastico dello scrittore, si misura con l’unico testo narrativo di Caillois, Ponce Pilate, per affrontare la questione del suo rapporto con l’avanguardia. Ugo M. Olivieri, curatore del numero, mette invece l’accento sulla filosofia politica dell’autore. Mario Porro mostra la centralità del tema della natura in Caillois e ricostruisce le tracce di un suo possibile “pensiero scientifico”, una epistemologia diagonale. Rocco Ronchi ricostruisce l’esperienza del Collegio di Sociologia e il rapporto con Bataille, essenziale per interpretare la sua lettura del mito. Il testo di Giuseppe Zuccarino si misura con l’intera produzione dedicata al tema delle pietre, fondamentale in particolare negli ultimi due decenni della vita dello scrittore, chiave essenziale per intenderne il pensiero, oltre che fonte indiscussa di suggestioni e immagini ulteriori.

 

Aprono il numero, com’è consuetudine, due testi letterari, due poesie dediate a Caillois: Octavio Paz e Valerio Magrelli, quella di quest’ultimo inedita; chiudono, invece, il numero gli interventi di due artisti visivi: Claudio Parmiggiani con un’opera sulle ali delle farfalle, un collage immaginoso in dialogo con Caillois, autore con cui l’artista ha una lunga consuetudine; Eva Marisaldi, che del rimando alle pietre fa un gioco ironico e personale.

 

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