Witold Gombrowicz

Riga 7

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento

 

Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.

 

Marco Belpoliti, Elio Grazioli

 


 

In tempi in cui l’immaturità dilaga e gli individui assomigliano sempre più a bambini smarriti, in un’epoca in cui l’elogio acritico di tutto ciò che è giovanile impazza nei mass media, forse è opportuno tornare a riflettere sull’opera dello scrittore polacco che per primo e in modo così radicale ha raccontato e deriso la voglia dell’uomo contemporaneo di essere-sempre-giovane.


Witold Gombrowicz, implacabile fustigatore di questo desiderio, ha la straordinaria particolarità di trovarsi dentro il problema; egli si definiva infatti «un maturo molto innamorato della propria immaturità». Coi suoi romanzi, Ferdydurke, capolavoro sull’«immaturità», Pornografia, tragica metafora sulla natura delle relazioni umane, Cosmo, libro anticipatore, di grande invenzione linguistica; col Diario e le opere teatrali, Iwona, principessa di Borgogna, Il matrimonio e Operetta, Gombrowicz ha costruito delle «macchine infernali» - l’espressione è di Sartre - per raccontare la scissione tra maturità e immaturità, tra vecchiaia e giovinezza, tra compiutezza e incompiutezza, per descrivere il bambino che si occulta nell’uomo e le fantasie onanistiche che alimentano i pensieri segreti dell’uomo moderno.


La lettura dei suoi libri, come documentano i suoi «scopritori», provoca una specie di scossa elettrica che costringe a mettere in discussione le nostre «idee certe» sul mondo e sugli uomini. Ma Gombrowicz è soprattutto un grande scrittore per le sue invenzioni linguistiche, per lo stile e i modi del racconto, tanto che, all’inizio degli anni Sessanta, divenne un maestro indiscusso per gli scrittori dell’avanguardia letteraria europea, un punto di riferimento per la narrativa che cercava, in quei decenni, di raccontare le illusioni delle società postbelliche.


E pensare che Gombrowicz fu per vent’anni un esiliato; partito nel 1939 dalla Polonia - come egli stesso racconta in un esilarante e tragicomico romanzo, Trans-Atlantico - per la crociera inaugurale di una nuova linea navale, finì per restare in Argentina per tutto il corso della guerra e oltre. La sua Polonia, quella dei nobilotti di provincia, cattolica e moralista, si inabissava intanto nei gorghi della storia e lui, un innovativo scrittore di lingua polacca, diveniva un povero esule, impiegato di banca e insegnante di filosofia a tempo perso, frequentatore di caffè all’aperto, un dilettante e parlatore di grande fascino. Questa «disavventura» - così importante per la lingua stessa dei suoi romanzi, questo esilio involontario che fece di lui anche uno dei più importanti scrittori diaristici di questa seconda metà del secolo - è raccontata in modo indimenticabile in Parigi-Berlino, il diario del suo ritorno al Vecchio Mondo, un ritorno carico di nostalgia, poetico e cinico a un tempo, come solo la prosa di un grande moralista riesce ad essere.


Questo è Gombrowicz per i suoi interlocutori e fedeli lettori: «uno dei tre o quattro più grandi scrittori dopo la morte di Proust», come ha scritto Milan Kundera, uno dei più provocatori interpreti della Modernità, ma anche un maestro della condizione umana.


Questo numero di «Riga», dedicato alla ricostruzione del percorso letterario  intellettuale di Gombrowicz, si apre con i testi di due grandi poeti polacchi, Jaroslaw Iwaskiewicz e Zbigniew Herbert, e col racconto di uno degli scrittori della nuova generazione polacca, Pawel Huelle; ma anche con una poesia di un giocoliere della lingua inglese, Roger McGough, e il racconto di un pittore e scrittore visionario, Enzo Fabbrucci.

 

Tra i testi inediti di Gombrowicz, alcuni esilaranti racconti pubblicati in riviste quando viveva ancora in Polonia, il resoconto di un curioso viaggio in Italia, compiuto durante il fascismo, e il racconto sul dolore, scritto come una composizione dodecafonica e «ritrovato» tra le pagine del Diario da Francesco M. Cataluccio che ci aiuta a rileggerlo alla luce dell’interesse di Gombrowicz per la musica. Seguono due importanti interviste degli ultimissimi anni della sua vita, in particolare quella con Piero Sanavio, che rivela alcuni dei temi centrali della poetica di Gombrowicz e ne rivela come raramente è accaduto il pensiero più intimo, quindi l’epistolario con il pittore Jean Dubuffet, accompa¬gnato da una nota di Elio Grazioli, dedicato al rapporto tormentato e provoca-torio di Gombrowicz con la pittura e con l’arte; il carteggio con lo scrittore Bruno Schulz, l’autore delle Botteghe color cannella, risalente agli anni della comune formazione intellettuale e letteraria, è importante complemento all’insieme.

 

Nella parte che raccoglie gli scritti su Gombrowicz, aperta dalla recensione scritta da Schulz a Ferdydurke, le testimonianze di Konstanty Jelenski, l’amico e l’interprete più fedele, della poetessa Ingeborg Bachmann, del critico francese Francois Bondy, dello scrittore argentino Ernesto Scîbato e della moglie Rita, che tanto ha fatto per la diffusione dell’opera e della personalità di Gombrowicz dopo la sua morte – e alla cui disponibilità tanto deve questo stesso numero di «Riga» –, si alternano a saggi critici e interpretativi, da quello insostituibile del poeta e premio Nobel Czeslaw Milosz a quello di Wojciech Karpinski, attraverso quelli dello studioso di teatro Jan Kott, dello scrittore americano di origine polacca Jerzy Kosinski, lo scritto dell’etnologo Georges Lapassade, studioso della trance e autore di un libro sull’«incompiutezza» dell’essere umano, e il breve colloquio con Milan Kundera, che accosta Gombrowicz a Sartre. I disegni di Tadeusz Kantor, regista e pittore, sono tratti dall’edizione polacca di Iwona, principessa di Borgogna.

 

Francesco M. Cataluccio, curatore del numero, fa infine un resoconto dettagliato della presenza di Gombrowicz nella cultura italiana, mentre i testi di Roberto Bazlen, Alberto Arbasino e Cesare Segre ne costituiscono alcuni esempi significativi. I testi di Franco Marcoaldi, Luigi Grazioli e Marco Belpoliti sono tre nuove letture di Gombrowicz approntate per l’occasione e che cercano di indicarne l’ulteriore e sempre nuova attualità.

Come di consueto, secondo la particolare struttura su cui Riga insiste a costruirsi, due artisti, Enzo Cucchi e Marc Fourquet, chiudono questo omaggio a Gombrowicz con rievocazioni figurate di altri suoi temi e modi.

 

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