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Migranti in classe

Paolo Barcella. Migranti in classe. Gli italiani in Svizzera

Da qualche anno il giovane storico contemporaneo Paolo Barcella porta avanti una prospettiva di ricerca originale, in cui l’impiego – rigoroso e attento sul piano metodologico – delle fonti orali è al servizio della storia sociale ed economica, della comprensione dei processi oggettivi, senza cedere alle fascinazioni etnografiche o alla mistica soggettivista delle testimonianze individuali. I tratti essenziali di tale approccio erano già delineati nel primo volume pubblicato da Barcella nel 2012 («Venuti qui per cercare lavoro». Gli emigrati italiani nella Svizzera del secondo dopoguerra, Fondazione Pellegrini Canevascini, Bellinzona, 2012).

 

Migranti in classe è un saggio di grande interesse scientifico per chi si occupa di storia contemporanea e in particolare di storia delle migrazioni. Offre una ricostruzione ragionata e puntuale della scolarizzazione e della formazione professionale dei lavoratori italiani in Svizzera nei tre decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Vi è tuttavia un elemento metodologico e teorico che dovrebbe richiamare l’attenzione di un pubblico più esteso rispetto a quello degli addetti ai lavori. Si tratta della modalità con cui sono indagati, sul piano storico, economico e sociologico, i temi della formazione professionale e della scolarizzazione, che Barcella inquadra all’interno dei più ampi meccanismi di controllo e regolazione della forza-lavoro e dei conflitti sociali che ne scaturiscono.

 

Il dibattito contemporaneo sulla formazione professionale, infatti, ha completamente, e colpevolmente, abbandonato questo genere di analisi, regredendo a discorso prescrittivo, paternalistico e fortemente ideologico, nel senso che nega il conflitto di classe che attraversa dibattito politico e pedagogico sull’accesso alla formazione tecnica e generale, sulla sua organizzazione e sulla sua governabilità. Barcella procede invece nella direzione opposta, recuperando, oltre alla letteratura storiografica, i contributi teorici e analitici della sociologia dell’istruzione che, nell’Italia degli anni ’60 e ’70, aveva prodotto alcuni tra gli studi più importanti sul conflitto tra la crescita dell’istruzione e i tentativi di governare il mercato del lavoro da parte del mondo delle imprese.

 

Nel saggio emerge chiaramente come istruzione, formazione e professionalità siano temi tutt’altro che politicamente neutri. Le politiche della formazione attuate nella Svizzera del dopoguerra furono emblematiche di una dinamica strutturale riscontrabile in molti altri contesti storici e geografici: da un lato le imprese sembravano esprimere una domanda di forza-lavoro maggiormente qualificata, dall’altro vi era il timore di perdere il controllo e la possibilità di governare il reclutamento e la formazione dei lavoratori stranieri, dunque la loro canalizzazione entro i binari economici e sociali stabiliti dal mondo delle imprese. Anche la formazione professionale, come la scolarizzazione di massa, ha sempre rappresentato una “variabile capricciosamente indipendente” – come la definì lo storico Giuseppe Ricuperati – perché caratterizzata da forti spinte dal basso verso una mobilità sociale verticale, un maggiore controllo e potere dei lavoratori all’interno dei processi produttivi e una più ampia possibilità di condizionare il mercato del lavoro da parte della classe lavoratrice.

 

Come spiega Barcella nella sezione dedicata alla nascita degli istituti di formazione professionale per lavoratori italiani, «quegli istituti erano per loro natura soggetti a diventare luoghi politicamente problematici. Al concetto di “formazione professionale”, infatti, potevano essere assegnati significati differenti. Da parte delle autorità e delle classi imprenditoriali elvetiche era diffusa la tendenza a intendere con “formazione professionale” il semplice addestramento al lavoro, cioè la trasmissione delle conoscenze e delle competenze tecniche e pratiche necessarie per svolgere una determinata mansione. […] l’invito a occuparsi “esclusivamente di formazione professionale” giunto dalle autorità non lasciava dubbi: i corsi dovevano limitarsi a rendere i lavoratori italiani abili nell’esecuzione dei compiti a cui sarebbero stati assegnati. Da parte delle organizzazioni dei lavoratori, invece, c’era la tendenza a pensare la “formazione professionale” come un momento di crescita culturale e personale del lavoratore, oltre che di miglioramento delle sue abilità tecniche. In questo senso, la “formazione professionale” poteva essere intesa come educazione all’analisi e alla comprensione dei processi produttivi in cui il lavoratore stesso si trovava inserito, con l’obiettivo di renderlo capace di intenderli ed eventualmente di criticarli, migliorando il suo potere contrattuale» (pp. 119-120).


Non vi è nulla di anacronistico in questa lettura. Al contrario, è scientificamente più avanzata della retorica contemporanea la quale – tanto nella versione sacconiana quanto in quella, sostanzialmente identica, impiegata dal nuovo governo Renzi – non fa altro che esprimere, con sempre meno mediazioni, il punto di vista e gli interessi del mondo delle imprese come unico riferimento teorico e pratico per la riorganizzazione dei sistemi formativi e delle politiche di raccordo tra istruzione/formazione e mercato del lavoro.

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