Piante malate, scuole in declino

Qualche anno fa, durante le riprese del film Piazza Garibaldi, ho conosciuto la devastazione dei boschi dell'Aspromonte ad opera della processionaria, un parassita di conifere e sempreverdi. Salivamo dal Basso Jonio, diretti al Memoriale di Garibaldi, e dopo pochi tornanti ci siamo resi conto del disastro ambientale che aveva colpito quegli antichi boschi.. I rami delle piante avvolti da orribili escrescenze biancastre e lanuginose, segno che il parassita si era ormai impadronito dell'organismo, lo aveva divorato dall'interno; si poteva solo tagliare, buttare a terra la pianta, nella speranza di limitare il contagio.. E infatti, tornante dopo tornante, notiamo l'accumulo  sul ciglio della strada di cataste di ramaglie e fusti abbattuti; sui pendii a valle e a monte si intravedevano larghe ferite nel corpaccione della foresta secolare, radure innaturali disseminate dei resti di larici, pini, lecci. E' quanto rimaneva della disperata successione di interventi della Forestale, che tuttavia - ci dicevano in molti - si è ormai arresa.. I boschi dell'Aspromonte sono spacciati, punto.

 

Tutta questa premessa per provare a spiegare il brivido che mi è corso sulla schiena negli ultimi giorni, davanti all'ingresso della mia scuola nelle Prealpi Orobiche, da secoli conosciute per la bellezza e la conservazione del paesaggio.. Il nostro istituto è circondato da abeti, larici e pini d'alto fusto, fino a 20 metri: ci troviamo in posizione dominante rispetto al centro abitato e all'intero altopiano, più in alto di noi solo le cime dei monti circostanti, innevate fino a primavera inoltrata. Lavorare qui è sempre stato giudicato invidiabile da tutti i visitatori: è da decenni che mi risuona nelle orecchie questa tiritera … beati voi, con tutto quel verde e quell'aria buona.. L’altra mattina mi fiondo fuori dai cancelli dell'istituto per fumare una sigaretta, dato che negli immensi cortili, prati e spazi comuni esterni della scuola è da quest’anno vietato indulgere al vizio, severamente vietato.. Insomma, ho un'ora buca, faccio due passi, mi accendo la prima paglia della giornata, il cielo è terso ed il sole quasi in grado di scaldarmi le ossa, alzo gli occhi sui quattro vecchi pini che fanno da sentinella alla nostra cancellata e lo sguardo mi cade su uno di quegli schifosi bozzoli prima descritti: la boccata di Stuyvesant mi va di traverso, non ci posso credere.. Giro intorno alla pianta, controllo le altre più vicine, bellissime, che io ricordi svettanti da sempre sulla valle.. mi devo arrendere, individuo altre quattro matasse filamentose, la processionaria è arrivata anche qui. Qualcun altro se ne sarà accorto? devo lanciare l'allarme? forse la collega di biologia conosce qualche tecnico, forse si fa in tempo ad intervenire..

 

Più tardi, ritrovato un brandello di lucidità, mi chiedo che cosa mi abbia davvero colpito: la malattia forse guaribile di quelle vecchie piante, che da quasi  trent’anni mi accolgono ogni giorno sul lavoro, o altro? La percezione di un contagio inaccettabile... come se, oscuramente, qualcosa in me si fosse ribellato all'idea che anche da noi, nella valle ordinata e laboriosa...

 

L’ho presa un po’ alla lontana, avevo in mente di raccontare il declino della mia vecchia scuola, una fra le tante della gloriosa istruzione pubblica italiana.  Io ci lavoro dal 1987, fino a dieci anni fa siamo sempre stati in crescita: avevamo due sezioni per Ragionieri, il nucleo originario, tre per Geometri, due per Periti Turistici, tre di Liceo Scientifico con sperimentazione linguistica, un corso serale per Ragionieri... Più di mille studenti, provenienti dalla media e alta Valle, un vero polo scolastico, capace di rispondere alle richieste del territorio ma anche di sollecitarle. Poi sono successe tante cose. A partire dagli anni Zero due lunghe e sciagurate dirigenze, la prima – interminabile – caratterizzata dall’immobilismo e dalla totale inettitudine, la seconda da un imbarazzante protagonismo politico a tinte leghiste: dieci anni di disastri. In seguito è iniziata la malinconica stagione delle reggenze, presidi in condominio con altre scuole, e la nostra era sempre la seconda scelta.

 

Il vuoto, l’abbandono di ogni prospettiva progettuale, il tirare a campare, anno dopo anno. E in mezzo noi docenti, gli studenti e le loro famiglie. Noi sempre più frastornati e incapaci di fare fronte comune per salvare la nostra scuola; gli studenti allo sbando, soprattutto dopo l’accorpamento con un venerabile e ormai fatiscente Professionale della zona e con le relative classi superstiti, sommariamente scolarizzate; le famiglie confuse e irritate dalla mancanza di interlocutori stabili, presentabili, credibili.

 

Avremmo dovuto cambiare pelle, aprire nuovi indirizzi di studio, più in sintonia con questi tempi di crisi, ci sarebbe servito l’appoggio degli amministratori locali, che in quegli anni sproloquiavano di “territorio” e di “tradizioni locali” e della scuola non capivano nulla, quando non la consideravano un peso. Avremmo dovuto dare ascolto alle famiglie, spaventate dalla rigidezza o dalla fannullaggine di alcuni di noi: ci massacrano i figli, si sentiva ripetere nei bar o al mercato del lunedì, credono tutti di insegnare in un liceo classico, nei tecnici non imparano neanche a disegnare, io il mio lo iscrivo da un’altra parte, io pure, anch’io … Avremmo dovuto accettare la sfida del digitale, invece di rimandare e – all’ultimo- di subirla, in ritardo e con mezzi inadeguati. Ma soprattutto non avremmo dovuto abdicare al compito di promuovere cultura, come per anni avevamo fatto, attraverso corsi di autoaggiornamento, uso intensivo della biblioteca d’istituto (oggi abbandonata), iniziative aperte alla cittadinanza. In altri termini, avremmo dovuto continuare a credere nel nostro ruolo di intellettuali.  

 

E’ lunga la lista delle nostre mancanze e dei nostri errori ma è da lì che si deve partire, più che dalla deprecazione delle  politiche nazionali degli ultimi anni, che in altri contesti non hanno prodotto gli stessi danni. Adesso stiamo perdendo classi, la stampa locale ci attacca,  fra  molti di noi circolano rassegnazione e fatalismo, e discorsi da fortezza assediata. Ed è questo, forse, il segnale più preoccupante.

 

Si aggiunga il dato anagrafico, che pesa sempre più: puoi girarla quanto vuoi, ma il fatto è che stiamo invecchiando, in tanti sempre più vicini alla soglia dei sessanta. E le sfide si vincono solo se sostenuti dalle energie necessarie. E non sto pensando al registro elettronico, alle lavagne interattive o ai tablet, quella è roba che si impara a usare in pochi giorni, se funziona.. Penso piuttosto alla forza che ci vuole tutte le mattine per entrare in classe o in laboratorio, incrociando le dita: riuscirò a fare lezione? sarà abbastanza veloce la connessione a Internet? si saranno ricordati della mia prenotazione dell’aula multimediale? ci sarà un po’ di silenzio nei corridoi?

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01 Aprile 2014