Senza disciplina

La riforma della scuola che sta per essere introdotta in Finlandia non prevede più un insegnamento suddiviso nelle tradizionali “materie” o “discipline”, si sviluppa in base ad argomenti. Così, le ore di Storia e Geografia (la famigerata e bistrattata Sto-Geo dei nostri bienni delle superiori) sono sostituite da tematiche dove regna un’apparente “indisciplina”: le lingue comunicano con l’economia politica, la storia convive la matematica (in versione statistica o topologica), le lettere si diluiscono nell’ecologia, nell’agricoltura o nell’antropologia. Tutto questo mentre in Italia ancora si discute dei pregi della cultura umanistica, timorosa di venire pensionata dalla crescita dei saperi tecno-scientifici. Diversamente, in altri luoghi del mondo si pensa e si attua una didattica che sembra essersi finalmente lasciata alle spalle il secolare conflitto fra le due culture.

 

In Finlandia, dunque, una pedagogia rinnovata si sposa con una metodologia didattica modificata. Non più la lezione frontale, eredità del tempo in cui il docente era il possessore esclusivo dei testi da cui scaturiva l’autorità degli autori, ma un protagonismo degli studenti chiamati a dare soluzione ai problemi affrontati, comunicando fra loro. Del resto, è quanto accade sempre più anche nelle nostre realtà di lavoro, dove andiamo in cerca di soluzioni inseguendo connessioni fra le miriadi di informazioni e suggestioni che ci vengono offerte dalla “navigazione” sul Web. Sembrano così realizzarsi le proposte e le speranze di Michel Serres, marinaio prestato alle matematiche e alla filosofia: fin dagli anni Sessanta, egli segnalava come il paradigma della comunicazione si andasse ormai sostituendo a quello della produzione. Passato il tempo di Prometeo, emblema dell’homo faber, ecco giungere il tempo di Ermes, messaggero angelico, il cui vagabondaggio riconnette ambiti diversi dei saperi, gettando ponti fra quanto la nostra stupidità ha separato, fra “incolti istruiti” e “sapienti ignoranti”.

 

Il progetto pedagogico di Serres lo si legge in Il mantello di Arlecchino. Il terzo istruito: l’educazione dell’era futura (Marsilio, 1992), ma già nei cinque volumi affidati al nume tutelare del dio Ermes, editi in Francia nei decenni passati, veniva posto in primo piano il nuovo orizzonte sotto cui si stagliava il Paese dell’Enciclopedia contemporanea. L’avvenire della nostra cultura e delle nostre scuole si gioca intorno alla dominanza delle nozioni di comunicazione, interferenza, traduzione (sono i sottotitoli dei primi tre volumi): al posto delle antiche immagini del sapere, piramide, scala, albero o sistema centrato, per le quali si dava una postazione dominante e una distribuzione di territori dai confini rigidamente tracciati, l’odierna Enciclopedia costituisce, come già diceva Leibniz, “un corpo continuo come un oceano”, le cui acque, divise in mari a cui arbitrariamente attribuiamo nomi diversi, si scambiano senza posa. Come le cose stesse, anche i saperi si scambiano informazioni: ogni regione è un intrecciarsi di nodi in cui comunicano e interferiscono i molteplici cammini che giungono da altri campi.

 

Sono le preposizioni a dare il senso del cambiamento: in, cum, inter, chiamano all’interrelazione di una comunità di pensiero che affronta le difficoltà in cui è immersa. Le nuove scienze, dall’astrofisica alla biochimica, nascono all’inter-sezione di vecchi saperi, negli incroci dove si scambiano concetti, metodi e modelli, come se solo inter-riferendosi esse si conferissero un senso. Di qui la rilevanza di una filosofia del trasporto, degli scambi e dei trasferimenti da una disciplina all’altra; i nostri concetti sono sempre più concetti “nomadi”, transitano da un campo all’altro, lungo cammini continuati di importazioni ed esportazioni, obbligandoci al gioco inter-disciplinare e trans-disciplinare. L’esistenza di una scienza non sta più nella sua autonomia, ma nei  molteplici legami, nei link che intesse con gli altri saperi. Ogni classificazione, come quella cui la nostra scuola si affida per suddividere il tessuto connesso della realtà (naturale ed umana) e ripartire i tempi di studio,  presuppone un arresto dello sviluppo dei saperi ad un momento dato: bilancio sempre provvisorio, forzatamente in ritardo rispetto al divenire delle ricerche, destinato alla pedagogia, o al controllo politico delle discipline, al loro sfruttamento secondo la vecchia logica del conflitto delle facoltà (nel duplice senso, mentale ed universitario). Quel che diceva Serres in passato per il sito dell’epistemologo vale oggi per l’insegnante: deve farsi mobile, per poter seguire il cammino stesso della circolazione concettuale. La mobilità diventa il segreto dell’innovazione: l’ars inveniendi non richiede il ricorso al genio ma la moltiplicazione delle interferenze, l’instaurazione di cortocircuiti. Il fine dell’istruzione è la fine dell’istruzione, cioè l’invenzione, la creazione dell’imprevisto e del nuovo: nascita e conoscenza seguono lo stesso percorso, analogo processo di formazione per scambio, traduzione e mescolanza Il resto è purtroppo il volto ripetitivo della didattica, copia, taglia e incolla, riproduzione, pigrizia, o sonno.

 

Ogni problema, presa coscienza della complessità del mondo in cui siamo immersi, richiede allora di essere investito da una molteplicità di intersezioni del labirinto enciclopedico. Lo sviluppo delle tecniche in un mondo globalizzato ci impone sempre più problemi “universali”, in senso forte, che coinvolgono non solo la comunità umana, ma il nostro rapporto con la natura; il che ci obbliga a farci enciclopedici, portatori di una strategia globale. Basti pensare al problema del mutamento climatico, tipico ibrido in cui coabitano, senza che si possano operare separazioni nette, questioni attinenti alle scienze naturali ed a quelle umane, alla matematica ed al diritto, alla meteorologia ed all’etica, alla geografia ed alla sociologia. Le nostre scuole praticano al più, quando ci riescono (come dovrebbe essere nelle modalità di conduzione dell’Esame di Stato), un approccio multi-disciplinare, aggrediscono le questioni da una pluralità di punti di vista, quelli in cui per lunga tradizione sono ripartite le nostre cattedre. Ma restano in genere incapaci di dare attuazione alle fecondità degli incroci, alle ibridazioni o ai meticciati da cui può sorgere il nuovo.

 

Non si tratta allora semplicemente di ampliare le basi tecno-scientifiche o di saper comunicare nell’esperanto impoverito del villaggio globalizzato; occorre farsi esperti delle interferenze tra il diritto e la scienza (bioetica, etica ambientale), fra le tecniche e l’antropologia, per poter valutare le ricadute dell’intervento umano sul mondo naturale. Nella tetralogia Hominescence - L’Incandenscent – Rameaux - Récits d’humanisme, pubblicata tra il 2001 e il 2006, Serres ha proposto che l’insegnamento assuma come base il Grande Racconto, quello le scienze vanno articolando negli ultimi decenni. La nostra storia culturale, millenaria, si iscrive nella cronologia degli ominidi, milionaria, a sua volta frutto dell’evoluzione dei viventi e della fisica della Terra, entrambe miliardarie. Incrociando le recenti conquiste, dalla cosmologia alla paleoantropologia, dall’antropologia alla climatologia, si delinea una cultura generica (cioè, per il genere umano), a partire dal riconoscimento delle origini comuni dall’Homo sapiens, uscito dall’Africa circa centomila anni orsono e migrato nel resto del pianeta, ramo evolutivo contingente della biosfera.

 

Ne viene una comprensione nuova delle tecnologie recenti:  mentre le tecniche dure  portavano all’esterno funzioni ed organi del corpo, le nuove tecnologie dolci portano all’esterno le nostre abilità cognitive. Giunge così a compimento il processo di oggettivazione del cognitivo, avviato dalla scrittura per la memoria; la nostra mente, trasferitasi nei computer, può ora svuotarsi per rendersi disponibile ai cambiamenti. La lezione frontale risponde alla logica dei vecchi media – i giornali, la televisione, la radio –, dove pochi trasmettono e molti ricevono; con i  nuovi media molti trasmettono e molti ricevono. Nel tempo in cui le connessioni della Rete danno forma ad un’intelligenza collettiva, anche il professore deve tenere conto del sapere diffuso da Wikipedia e dai motori di ricerca. Come il medico di fronte a pazienti esperti nella propria malattia, anche l’insegnante entra nel gioco di saperi condivisi ed intrecciati.

 

Per approfondire:

Michel Serres, Riga 35, a cura di G. Polizzi, M. Porro, MArcos Y Marcos, Milano 2014.

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