Sarah Gainsforth, Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale

Il libro di Sarah Gainsforth Airbnb città merce ha a prima vista un’aria molto interessante, su un tema di attualità, quello dell’effetto negativo degli airbnb sulle città. Nasce da un approccio che affronta la sharing economy come una mitologia insieme ad altre, le start up, il turismo “dal basso”, il mondo dei dot.com e un’altra serie di miti definiti con sicurezza dalla Gainsworth come tipicamente americani, anzi californiani. Le analisi che ne conseguono sono coerenti, i b&b insieme al turismo sono la causa prima della gentrification delle città e quindi dell’espulsione da essa dei veri abitanti. L’economia mossa dai b&b eleva i prezzi delle case, falsa il mercato immobiliare e trasforma le città in “risorse” economiche.

 

I verbi che la Gainsworth usa per descrivere tutto questo sono sempre in una forma indiretta alla terza persona “si è operato”, “se ne sono fatti”, come se esistesse sempre un soggetto nascosto che coerentemente muove l’economia e le città verso un unico progetto. Ovviamente l’analisi è coerente con un certo tipo di mitologia che rientra nella logica della casa editrice. Una ripresa della lettura marxista della realtà, un po’ spacciata come libertaria, ma in realtà alla fine abbastanza statalista. La colpa è sempre del capitalismo che privatizza le città. E l’economia in una coerente visione vetero-marxista rinfrescata da toni negriani non è mai letta come il risultato di una serie di forze, di soggetti, di motivazioni. Non se ne fa mai una lettura antropologica. Ovviamente tutto ciò che è economico è capitalista, e quindi manicheamente negativo. A esso si contrappone il mondo “comunitario” che resiste, che risponde, che si batte perché l’abitare della gente sia più forte della logica del turismo, della mobilità di loisir o culturale, della stessa possibilità di scambio tra persone di luoghi diversi.

 

È una logica molto stringente e molto nominalista, si basa sul non definire mai davvero i parametri su cui si danno i giudizi e le analisi. E stranamente sconfina con un certo sentimento tradizionalista e conservatore che rasenta il sovranismo. Brutta fine per il vetero-marxismo costretto a sposare “valori” che non erano suoi all’origine. Ma si sa, pur di non definire antropologicamente cosa è il “comune” di invenzione negriana, un tuffo nel cattolicesimo val bene una messa. Il problema è che leggere così le città e i processi che vi stanno intervenendo non serve a nessuno. Non serve a chi tenta di capire, non serve a chi deve intervenire, ma serve solo a fare restare nelle proprie ataviche sicurezze gli incrollabili difensori delle teorie complottiste. Come dice uno slogan adesso in voga: “la colpa della distruzione del pianeta non è l’inquinamento, ma il capitalismo”, una volta che lo sappiamo la nostra coscienza è a posto. Come se l’economia non fosse più un fenomeno umano, ma diabolico.

 

Se a San Francisco un certo Gebbia si inventa una start-up che vuole offrire ai turisti la possibilità di una stanza in una casa e non in un hotel, questa stessa è una mossa sottile del capitale che si intrufola diabolicamente nella testa dei creativi californiani colpevoli di condividere il sogno individualista americano. Così si spiegano vent’anni di new economy, la stessa Silicon Valley, la deregulation, Uber e i social media. Diabolici meccanismi del capitale. Chissà perché hanno pervaso in pochissimo tempo tutto il globo, chissà perché sono stati assunti da intere nuove generazioni, chissà perché hanno spostato l’insieme delle logiche economiche? Tanta nostalgia per i tempi andati della classe operaia, della unione inquilini e delle lotte per la casa. Tutto ciò è sacrosanto, ma forse troppe cose nuove sono entrate in ballo e l’intera umanità ha cambiato logiche – di appartenenza, residenza, mobilità, benessere o malessere. 

Entriamo nel dettaglio. La bestia nera è la gentrification, un’altra mitologia, un altro nominalismo che nasconde una mancanza di definizione e di conoscenza di come si sviluppano le città.

 

 

Che sono certamente dei luoghi dell’abitare ma anche, con buona pace della Gainsworth, dei luoghi economici. La gente si concentra negli stessi luoghi perché questo crea ricchezza. L’abitare crea economia e ricchezza. La gente crea economia. La gentrification è la prima conseguenza non del turismo e della speculazione edilizia, ma proprio dell’abitare. I luoghi abitati aumentano di valore perché l’abitare crea alcune condizioni di improvement, sicurezza, qualità di vita, vitalità. È proprio dell’ignoranza di come funziona una città l’assenza totale nelle analisi immobiliari del fattore “abitare”. C’è un plusvalore creato dall’abitare un posto che può essere facilmente calcolato. Un esempio: l’enorme slum di Darawi a Bombay, quello del film The millionaire, per intenderci, comincia a interessare alla classe media della città.

 

Perché? Perché la fatica dell’abitare dei suoi abitanti ha trasformato un pantano in un quartiere abitabile e alcune parti di esso, quelle alle frange con il resto della città hanno visto un incremento impressionante di valore. La gentrification è quel che avviene ad ogni quartiere che eleva le sue condizioni. Chiaramente questo crea un effetto appealing per l’economia delle aree. Ma non è un male in sé. È un male che tutto ciò non venga regolato, che gli abitanti non possano difendere il loro diritto a restare (se vogliono) di fronte a sfratti ed evictions. Questo non significa che le cose andrebbero meglio se tutto il mercato delle case e immobiliare fosse nelle mani dello stato. Il modello “case popolari”, di importazione sovietica e poi applicato alle banlieues parigine non funziona, come non funziona tutto lo statalismo assistenzialista. I airbnb sono figli di una logica da deregulation, ma la verità sta nel mezzo, in una città che concilii gli interessi e le iniziative economiche private – cooperative o aziendali – e quelle del real estate. Non tutto il mercato è demonizzabile e comunque non lo si esorcizza invocando uno statalismo che non esiste più da nessuna parte del mondo.

 

La cosa più sospetta nel libro della Gainsforth sono gli esempi italiani. Lei tira in ballo Venezia e Trastevere come immagine del turismo devastatore. Entrambi i casi sono il fallimento di un progetto di qualità turistica, l’assenza totale di amministrazione e di uno sguardo a lungo termine nei politici. Non è il turismo il diavolo, è l’incapacità di gestirlo. C’è un razzismo sottile in ogni discorso contro il turismo: si veda l’ultima intervista alla romana di Trastevere che dice che le case sono fatte per starci e che è un’illusione che i b&b incrementino gli scambi tra ospiti e gestori. L’idea che le città siano fatte solo per chi le abita rasenta il sovranismo catalano – molto ipocrita in una città, Barcellona, che ha fatto la sua fortuna su turisti che disprezza – e tutta l’idea di chiusura che il sovranismo porta con sé. Il turismo può essere un grande valore democratico – i posti che non vogliono turisti sono quelli in cui vigono le dittature. Insomma nell’insieme del libro c’è un provincialismo ammantato da comunitarismo che mette la pelle d’oca. Se il diritto all’abitare deve contrastare il diritto alla mobilità veramente non ci siamo. 

 

Sarah Gainsforth, Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale, ed. Derive Approdi, 2019 

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