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Baliani: il racconto del teatro

Il merito di Marco Baliani – scriveva Silvia Bottiroli nel 1994 sulla rivista “Prove di drammaturgia” – è quello di “aver cercato ostinatamente nuove forme di una drammaturgia del racconto (…) tra continui slittamenti, domande, tentativi non sempre riusciti di ridefinizione”.

 

Oggi, vent’anni dopo, quella riflessione non ha perso validità. Consacrato a maestro del teatro di narrazione e punto di riferimento indiscusso per le nuove voci del racconto orale, Baliani sembra non aver perso l’urgenza di mettersi in gioco e di sperimentare (il suo percorso teatrale fino al 2004 lo racconta ancora Silvia Bottiroli nella monografia Marco Baliani, pubblicata per l’editore Zona). Tra monologhi e opere collettive, tra rielaborazioni di classici e scritture sul contemporaneo, gli ultimi spettacoli confermano la volontà di esplorare ancora e di destrutturare le possibilità del racconto.

 

A tenere insieme esperienze molto diverse, più o meno riuscite, è ancora l’indiscusso talento narrativo di Baliani; emerge con forza – nel confronto con i compagni di scena stabili o occasionali, e nel dialogo a distanza con altre esperienze analoghe – quel valore aggiunto che ha reso l’attore di Verbania il re del teatro di narrazione. Bastano la sua voce, una sedia, qualche gesto ben calibrato. La potenza e la capacità evocativa della parola di Baliani sopperiscono alle debolezze o agli eccessi di retorica che affiorano qua e là nelle partiture testuali; e ci ricordano, in tempi in cui il racconto è talvolta percorso e praticato in scena anche per esigenze di duttilità e di budget, che il teatro di narrazione non è un’arte semplice.

 

Marco Baliani ha girato in questi mesi con due diversi lavori, una riscrittura dell’Orlando furioso, Giocando con Orlando, che lo ha portato in tournée al fianco di un attore di diversa formazione come Stefano Accorsi (lo spettacolo lo abbiamo visto al teatro Duse di Bologna), e Identità, presentato con la compagna di una vita Maria Maglietta al teatro Franco Parenti di Milano. Ed è tornato in libreria con un romanzo (ne ha al suo attivo ormai diversi), L’occasione, edito da Rizzoli.

“Chi sei tu?”


Danno voce alle infinite sfaccettature di questa semplice domanda i monologhi che si susseguono in Identità. È l’interrogatorio violento di un poliziotto, l’insistente volontà di sapere di un bambino, il dubbio sottile che si insinua a proposito di qualcuno che pensavamo di conoscere. Le storie raccontate da Marco Baliani e Maria Maglietta, che si avvicendano senza apparente legame, scandite soltanto dall’accendersi e spegnersi delle luci, sono in realtà costellate di rimandi lessicali e di riprese interne quasi formulari. L’immagine della carta d’identità – risposta tangibile eppure effimera al “chi sono?” – torna a emergere di vicenda in vicenda: carte smarrite, calpestate, fotografie in cui d’improvviso non ci si riconosce più.

 

 

Baliani e Maglietta mettono a fuoco il tema dalle prospettive più diverse e attraverso registri volutamente dissonanti, quasi a voler riconoscere l’impossibilità di trattare la questione se non attraverso un affresco a più voci, un collage polifonico che rifugga ogni definizione. C’è chi, tra i personaggi evocati dai due narratori, riflette esplicitamente sul tema: così un uomo decide di intrattenere con considerazioni di ordine filosofico il funzionario dell’ufficio denunce per lo smarrimento della carta d’identità (“Io non sono lo stesso di qualche ora fa”, dichiara mentre la coda si forma alla sue spalle). C’è chi invece il problema dell’identità lo esperisce sulla pelle, come il giovane bosniaco che alle porte della guerra in Jugoslavia deve arrivare a una nuova definizione di sé proprio attraverso l’attivismo bellico. Si passa dal racconto autobiografico alla citazione letteraria (viene ricordato, per esempio, il celebre monologo della cipolla di Peer Gynt), da episodi ambientati in epoche lontane fino a una versione parodistica della favola della principessa e del ranocchio; lo spettatore, a seconda dei gusti o della diversa sensibilità, si lascerà includere o coinvolgere dalle vicende che sentirà più consentanee.

 

Il rischio inevitabile è quello di una miscellanea fin troppo vasta, che vuole abbracciare – a tratti un po’ forzosamente – tutti i temi caldi connessi all’identità: dal femminicidio al fenomeno kamikaze, dall’immigrazione al nazismo. I momenti più riusciti del testo restano invece quelli più lontani dallo stereotipo, dove il racconto si fa personale e la drammaturgia assume una più forte tensione all’universale. Baliani ricorda le borgate romane che segnarono la sua adolescenza e accompagna lo spettatore attraverso i paesaggi e i volti aspri che gli si sono impressi nella memoria e sul corpo. La questione dell’identità – bagaglio di esperienza che ci portiamo dietro prima ancora che DNA, etnia, nome – cessa allora di essere un semplice tema da trattare e diventa storia da condividere. E l’attore ritrova la sua antica funzione di aedo.
(Ma. Gio.)

Un (apparente) intermezzo


Il romanzo L’occasione è una riflessione sul tempo sprecato, sugli atti non compiuti, sulla vita persa che all’improvviso torna a esigere il suo conto e spinge ad andare avanti, in direzioni impreviste, fino a provare a riacciuffare qualcosa di ormai svanito per sempre. Si parla di cecità negli adulti e di necessità dei giovani di vedere ciò che essi hanno nascosto loro, di terrorismo degli anni Settanta e di droga oggi, con vite fragili che naufragano in derive sconosciute ai tranquilli borghesi. Si incrociano due storie principali e varie secondarie, senza altra soluzione che la necessità di fare i conti con il passato e con il presente, con il dolore, con l’emarginazione. Ma qui ci interessa prendere spunto più che dal plot dall’inizio della paginetta finale di ringraziamenti. Baliani confida al suo lettore: “Prima di giungere alla scrittura racconto più volte, a voce, la storia, ad ascoltatori attenti. In questo modo, raccontandola, i personaggi, la trama, le azioni, diventano via via più concreti, a volte svelando percorsi non previsti”. Ecco il segreto di questo artista che tanto ha disseminato: non arrendersi al dilavarsi della memoria, alla perdita dell’esperienza. Provare, con la parola, a ricostruire lo spessore dell’azione, della vita. Vedere e far vedere i suoi personaggi come corpi che cercano di operare, di scontrarsi con le cose che li circondano e tentare di trasformarle. Il racconto “funziona” solo se ricostruisce un mondo, se respira con tutte le figure che lo popolano, se le rende presenti con le loro emozioni, i loro pensieri, il loro errare. La parola torna alle radici arcaiche di atto, di operazione magica per governare la realtà. Almeno ci prova, nella nostra società dell’indifferenza, dell’omologazione, dell’astrazione virtuale.

Giocando con Orlando


All’inizio di Giocando con Orlando Baliani ricorda come si sia messo a lavorare sull’Ariosto per una richiesta di Stefano Accorsi. L’attore aveva letto brani del poema al Louvre e se ne era innamorato: per portarlo in scena in un lavoro agile, dai ritmi incalzanti, aveva voluto la drammaturgia e la regia del padre del “teatro di narrazione”. Ne era nato uno spettacolo con Accorsi e un’interprete femminile. Ma un giorno, con il teatro già pieno, uno sciopero degli aerei aveva fatto dare forfait a Nina Savary e il regista si era buttato in scena a connettere con racconti e con interventi quasi giullareschi i brani di Accorsi. I due hanno scoperto che questo gioco teatrale era efficace, seducente, divertente. Ci hanno preso gusto e hanno ripresentato un nuovo lavoro che precipita negli amori dei paladini mentre mostra, con umorismo, i meccanismi del farsi del racconto. Con il loro gioco teatrale i due bravi, bravissimi interpreti hanno lanciato un terzo protagonista: l’autore, il poeta Ludovico Ariosto.

 

Fotografia di Alessandro Moggi

 

Dopo quasi due ore di avventure d’amore, di trame intrecciate, fughe, inseguimenti di desideri sfuggenti – una donna, la gloria, la vittoria, il possesso di un cavallo, di un’armatura… – dopo battaglie ritmiche, smarrimenti dei sensi, atmosfere notturne, minacce di orche e di “pagani”, dopo la devastante pazzia di Orlando per l’amore di Angelica che non può ottenere e il gran viaggio di Astolfo a cavallo dell’Ippogrifo verso la luna per ridare il senno al paladino, si scopre che quei versi, trascurati a scuola o presto dimenticati, rapiscono, entusiasmano, fanno viaggiare con la mente e sognare.

 

Fotografia di Alessandro Moggi

 

Catturano, pian piano, nel loro implacabile ritmo. I due attori, tra le ottave originali e le parti in versi scritte da Baliani che si distinguono solo per l’uso insistito della rima baciata, si moltiplicano in un’orchestra di personaggi e in una sinfonia di situazioni, alternando, sempre in rima, la passione, la malinconia, la paura, lo sdegno, la violenza, l’ironia.

 

Fotografia di Alessandro Moggi

 

Nel gioco dell’abbandono al racconto e dell’invenzione che fa figurare attraverso le parole raggiungono un’ammirevole intesa, che abbatte le notevoli differenze di formazione e di stile. Il perfetto gioco teatrale rivela anche come il desiderio amoroso diventi ossessione, oppressione dell’oggetto amato, portandoci, per accenni, verso la nostra attualità, dalle parti delle violenze contro le donne o verso le spiagge di Lampedusa, teatro nel poema di un cruento duello finale e nella nostra realtà di ben più tragici lutti (qui entra il Baliani civile, che non si lascia scappare nessun appiglio che gli dà l’antico poema, certe volte anche forzando la mano o rimanendo nella dichiarazione che semplicemente ci ricorda qualcosa della nostra realtà).

 

Fotografia di Alessandro Moggi

 

Soprattutto, però, questo magnifico concerto di voci e di essenziali azioni, di parole che costruiscono un mondo di ardori e furori, davanti alle belle sculture di cavalli scalpitanti di Mimmo Paladino, sospende in mondi fantastici, più pulsanti della cosiddetta realtà: di realtà totalmente impastati e da essa ironicamente a distanza, tanto da permetterci di guardarla a fondo, senza rimanere pietrificati dal suo sguardo di Medusa.

(Ma.Ma)

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