Bob Wilson. Odyssey

Un poema epico antico, un regista americano, un drammaturgo inglese e una compagnia di attori greci. Gli ingredienti della ricetta Odyssey paiono, almeno sulla carta, piuttosto contraddittori e dissonanti.

 

L’esito della coproduzione tra il Piccolo e il Teatro Nazionale di Atene è invece uno spettacolo armonioso e unitario: Bob Wilson si mostra capace di amalgamare e fondere ogni aspetto, trasformando in punti di forza tutti i potenziali limiti. Primo tra tutti, una lingua largamente ignorata come il greco moderno: non pochi spettatori storcono il naso all’idea di dover seguire tre ore di spettacolo con uno sguardo costante ai sovratitoli. Eppure il suono delle voci avvolge il pubblico con dolcezza, i noti nomi odissiaci acquisiscono una sonorità misteriosa e arcaica, e l’ascolto di una lingua sconosciuta non pare più così ostico. Forse non è dettaglio privo di importanza che il greco sia estraneo anche allo stesso regista: Wilson sembra dirigere la straordinaria squadra di interpreti come un’orchestra, puntando tutto sulla musicalità delle voci. La musica è del resto contributo non secondario all’allestimento: Thodoris Ekonomou interpreta dal vivo una lunga partitura composta ad hoc per Odyssey, determinando e scandendo ritmi e atmosfere, mentre i silenzi vengono interrotti da ronzii di insetti o dal rumore delle onde.

 

 

Anche la riscrittura di Simon Armitage (nata nel 2004 per il canale radiofonico della BBC) si rivela scelta felice e ben calibrata. Le vicende dell’astuto Odisseo paiono qui più snelle, ironiche, essenziali fino quasi alla schematicità, adatte al rapidissimo succedersi di immagini, suggestioni, cambi di scena. Wilson consegna dunque al suo pubblico un bagaglio non troppo ingombrante per il viaggio: un viaggio che – come può attendersi chi conosce il lavoro del regista americano – si svolge quasi tutto sul piano visivo. Il risultato è uno spettacolo lieve, che sorprende nel suo magistrale utilizzo delle luci e nel suo continuo mutare forme, registri e codici espressivi: i compagni di Odisseo si muovono come i protagonisti di un film muto, tra faccette ammiccanti e stacchi danzati, il mostro mitico Scilla ricorda un tirannosauro alla Jurassic Park, il cane Argo è una ballerina con la cresta punk, Tiresia fa venire in mentre Matrix, mentre vaticina con cappotto e occhiali da sole. A queste trovate leggere, ironiche, dissacranti, fanno eco immagini di più ampio respiro, non prive di slancio lirico; ed è un cambio di atmosfera affidato per lo più alle figure femminili, Calipso, Circe, Penelope. Le tre donne – significativamente interpretate della stessa straordinaria attrice, Maria Nafpliotou – si fondono e divengono un unico volto amato, in tutte le sue ipostasi. Wilson le rappresenta tutte e tre statuarie, intense, eteree come Isabelle Huppert nelle sue Relazioni pericolose. A sfuggire a questa iconografia fatale è invece la giovanissima Nausicaa, depositaria della narrazione di Odisseo presso la corte dei Feaci; infantile, scanzonata, sognante, la principessa non ha ancora i contorni di una donna.

Tra balletti, risate, mirabolanti artifici, la dimensione epica pare un po’ smarrirsi; ed è certo lontano da qualsiasi istanza eroica questo Odisseo greco-anglo-americano, buffo, piacione e trasformista.

 

 

Non sono mancate voci di cauta perplessità sull’operazione, che hanno sottolineato il rischio della semplificazione, la ricerca del compiacimento del pubblico, un certo gusto didattico e descrittivo; e a mostrare perplessità sono stati soprattutto i critici greci, forse sospettosi nei confronti di un texano capace di dichiarare con leggerezza di non aver letto l’Odissea se non di recente. Eppure questa Odyssey riesce a recuperare uno dei tratti cruciali e più antichi del poema epico: Omero – o chiunque ricordiamo sotto questo nome – va considerato innanzitutto un aedo, un cantore capace di ammaliare l’uditorio con le sua abilità narrative. L’Odissea affida, non a caso, un ruolo fondamentale all’atto del raccontare: in una precocissima sperimentazione del flashback le avventure dell’eroe vengono ripercorse in retrospettiva durante la sua permanenza alla corte dei Feaci. Omero inserisce poi la figura meta-letteraria dell’aedo come personaggio chiave del racconto (è la sua performance canora a svelare l’identità dell’eroe); in Odyssey il passaggio viene meno, ma Wilson sembra comunque attratto dal gioco di specchi della narrazione. In una continua eco, le peripezie di Odisseo sono riportate dalla regina Arete alla figlia Nausicaa: ascoltatrice partecipe, prima spettatrice della messa in scena.

 

 

È una fiaba raccontata a una fanciulla, questa Odyssey. Piacevole, sorprendente, non priva di aspetti ambigui e di momenti di forte inquietudine (resta in mente, come una delle scene più riuscite dell’intero spettacolo, l’angoscioso canto delle Sirene). Una fiaba che afferma il piacere e l’importanza del raccontare con grazia e sapienza, come arcaici aedi: una capacità, questa, che va senza dubbio riconosciuta a Bob Wilson.

 

 

Maddalena Giovannelli

Stratagemmi

 

 

In scena a Milano al Piccolo Teatro Strehler fino al 24 aprile 2013.

Fotografie di Evi Fylaktou.

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18 Aprile 2013