Bouvard e Pécuchet 2.0

Sono due clown beckettiani con calzoni troppo corti, visi troppo pallidi e occhiaie troppo pronunciate, grandi pance di chi sta sempre incollato a una sedia i Bouvard e Pécuchet di Mario Perrotta, premio speciale Ubu 2011 per la Trilogia dell’individuo sociale, chiusa da questo spettacolo ispirato dal romanzo incompiuto di Flaubert. Sono, quei due, la nostra umanità in un Atto finale senza fine, una ricerca di senso senza intelligenza, inchiodati a una tastiera per computer che pende dal petto, in dialogo con i loro doppi virtuali e altri fantasmi del mondo proiettati alle loro spalle su uno schermo, onnivori, bulimici di informazione, di domande che non riescono a avere risposta. Quelle loro pance, anzi, somigliano a quella del divoratore Ubu re, mangiatore di uomini, distruttore di se stesso.

 

 

Si sono ritirati dal mondo non per confezionare marmellate o per studiare sui libri geografia, astronomia, mitologia, storia antica, medievale, moderna o contemporanea, in un sapere che rimanda continuamente a altro sapere, spalancando l’abisso dell’ignoranza e dell’impotenza. Questa volta le loro domande inani sull’umanità le rivolgono a un computer e alla rete, dove si trova di tutto e dove infinitamente, labirinticamente, ci si smarrisce dalla vita, senza lune leopardiane che possano indicare la strada.

 

 

Atto finale. Flaubert conclude la sfida che l’attore del Teatro dell’Argine di Bologna, noto per i suoi viaggi solitari nella memoria della nostra emigrazione, da Italiani cincali! a La turnàta fino a Odissea, ha lanciato da qualche stagione. È quella di tornare insieme con altri sul palcoscenico, in compagnie più o meno numerose, per parlare di nodi del nostro mondo attraverso i classici. Ha narrato il rapporto tra individuo e società mettendo in scena un Misantropo di Molière virato al nero. Ha affrontato, come in una acido cabaret, la degradazione della politica partendo dai Cavalieri di Aristofane. E ora, per l’atto finale, affronta la possibilità odierna di un sapere universale, come un rinchiudersi dell’individuo in un bozzolo di sapere, protettivo, omnipervasivo, ma isolante. I due personaggi, come Hamm e Clov di Finale di partita di Beckett, sono separati dal mondo. Questa volta per loro scelta. Per andare più dentro al sapere. Iniziano nel 2010 e rimarranno là, imbalsamati, ogni tanto distratti dalle canzoni e dalle musiche di una clown cantante e di un pianista, che cercano forse di strapparli dalle loro sedioline girevoli, senza riuscirci. Fino al 2050, al 2060, fino all’infinito. In cerca di una sapienza che si accontenta, nella fine mai conclusa, di dichiarare la stupidità del tutto, litigando, strepitando, facendo battutine di quart’ordine, giocando con le parole, esaurendosi in un sonno peteggiante.

 

 

Spettacolo amaro, forse il più duro dei tre, nonostante lampi di cabaret. Gli attori si riducono a burattini, a disossati manichini, vittime di uno spettacolo dell’informazione trionfante, di una cultura dominata dalle parole senza cose, in un ridicolo pungente.

 

 

Mario Perrotta e Lorenzo Ansaloni sono questi Bouvard e Pécuchet 2.0, entrambi calatissimi nella parte, lunari, ectoplasmatici, petulanti uomini-web. Mario Arcari crea atmosfere musicali in accordo o contrasto con le situazioni con quell’esplorazione continua del sonoro possibile che sono le Variazioni Goldberg di Bach, a cui Paola Roscioli dà voce, per poi trasformarsi in chanteuse. Il tutto in dialogo con le immagini video di Chiara Idrusa Scrimieri.

 

 

La faticosa impresa della Trilogia appare ancora più encomiabile perché perseguita in tempi di crisi, quando altre compagnie riducevano il numero degli attori e delle produzioni. È stata realizzata dal Teatro dell’Argine, in quest’Ultimo atto in coproduzione con i festival Castel dei Mondi e Lunatica, con la Provincia di Massa Carrara, il Teatro Pubblico Pugliese e l’Unione Europea.

Visto all’Itc Teatro di San Lazzaro di Savena, Bologna.

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