Chez Serge, per un’arte quotidiana

Non è nuovo alle scene italiane il teatro di Philippe Quesne: quest’anno alcuni dei maggiori festival si sono contesi la sua compagnia. Vivarium Studio - un vero e proprio atelier di artisti visivi, attori e musicisti - è stato già ospitato a Drodesera, Bmotion e rimarrà nei paraggi con L’effet de Serge per il Festival di Terni e per Contemporanea a Prato. Ma basta dare uno sguardo al sito della compagnia per accorgersi che l’ensemble francese è richiesto in tutto il mondo.

 

A Roma Quesne si è inserito perfettamente nel programma di Short Theatre con lo spettacolo scritto per Gaëtan Vourc’h, attore in grado di interpretare con intelligenza e leggerezza un’idea apparentemente semplice: Serge è un uomo ancora giovane, alto e timido, con pochi amici (forse meglio definirli conoscenti) e una curiosa concezione dello spettacolo. Serge ogni domenica invita delle persone ad assistere a una performance: ma il termine tecnico lo utilizziamo noi, per lui basta effet.

 

L'Effet de Serge, foto di Martin Argyroglo.

 

Nel grande soggiorno che dal giardino si lascia scrutare con ingenuità attraverso una vetrata, Serge/Vourc’h passa il tempo a giocare con elicotteri radiocomandati, automobili elettriche, proiettori laser e altri passatempi che saranno gli attori principali dei suoi brevissimi show. Uno spettacolo, o meglio un effetto, per come lo intende il nostro solitario amico, non deve durare più di tre minuti, ha come protagonista la musica e la sua interazione, semplice e naturale, con un oggetto mobile o luminoso. Gli ospiti, prima singolarmente e poi, nell’ultimo quadro, tutti insieme, si siedono a debita distanza dal grande tavolo (spazio di lavoro e campo da ping pong al contempo) per assistere. Ammirano l’automobile radiocomandata secondo le variazioni di Wagner oppure si lasciano rapire dai disegni casuali proiettati dal laser capace di seguire la musica di Cage.

 

Tutto avviene in un’atmosfera ovattata, con un grado di leggerezza stupefacente e un’armonia rara. Terminata ogni performance, presentata da Serge con tanto di lettura del titolo in forma ufficiale, emerge con forza uno dei campi d’indagine del lavoro di Quesne: le relazioni. Gli astanti (alcune sono comparse scelte nel luogo di spettacolo) con un soffio di voce, quasi impercettibile al pubblico, si complimentano con l’autore; Vourc’h, preciso in ogni minimo gesto, centellina le emozioni del suo Serge, il quale, imbarazzato, minimizza e ricorda agli amici di tornare fra due settimane per un nuovo spettacolo. Intanto il tempo passa, scandito da una voce fuori campo e dalle grandi pizze margherita lasciate sul tavolo.

 

L'Effet de Serge, foto di Martin Argyroglo

 

Quesne si pone una serie di domande inerenti l’arte performativa contemporanea - la sua fruizione, portata sociale e complessità intellettuale -, e riesce a intrecciare queste tematiche con una delicatissima rappresentazione delle innumerevoli probabilità con cui le variabili umane si relazionano.

La struttura visiva e architettonica della scena, grazie al suo curatissimo realismo, ben si inserisce nella questione creando l’imprescindibile contrappunto illusorio alla metateatralità che allo spettacolo fa da cornice. È Vourc’h infatti, vestito da astronauta, a spiegarci che ogni spettacolo di Vivarium comincia con l’ultima scena del precedente e termina con un assaggio del successivo.

 

Con ironia Quesne cela alcuni dei più importanti nodi relativi alle teorie artistiche contemporanee, ma tutto è candidamente nascosto da una soffice coltre di neve, sono emozioni sincere e malinconici sorrisi... Le teorie possono aspettare.

 

Andrea Pocosgnich (TeatroeCritica)

L'Effet de Serge, fotografia di Pierre Grosbois.

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