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Danzando il giro del mondo

Oggi ci vogliono poco più di due ore per raggiungere l’Oriente, almeno quello più vicino: le capitali incantate della letteratura esotica sono a portata di mano, così come le mete più remote delle isole vergini e quelle che sono state raccontate come le esperienze di viaggio più estreme, dal safari in giù. Si può mangiare un sushi a San Francisco, vedere il kathakali a Parigi e comprare una maglia batik a Mosca. Dice il World Tourist Organization che nel 2011 circa 990 milioni di persone hanno scelto di valicare i propri confini nazionali per viaggiare, circa un sesto della popolazione mondiale. Chissà cosa ne penserebbe Jules Verne, a più voci chiamato padre del prototipo del turista moderno col suo Phileas Fogg, eroe impegnato nella straordinaria impresa di compiere un intero giro del mondo in soli (!) ottanta giorni. Forse niente di che, visto che pochi anni più tardi venne a complimentarsi con Nellie Bly, giornalista americana che impiegò soltanto 72 giorni per la stessa impresa. E fu soltanto la prima di una serie sterminata di record, rilanciata a ogni giro di boa del vertiginoso progresso tecnologico dei trasporti che, all’insegna di una sempre crescente velocità, ci permette oggi di arrivare a New York in meno di mezza giornata. Al giorno d’oggi non si può fare altro che convenire con Levi-Strauss, che dai suoi Tristi tropici aveva decretato, più di mezzo secolo fa, la fine dei viaggi: il turismo moderno, quello dei voli low-cost e dei villaggi turistici, delle crociere e dei tour organizzati ha ucciso, oggi come allora, il senso profondo del viaggio, con la sua sete di alterità e di conoscenza, di apprendimento e arricchimento, con i rischi, i pericoli, gli incontri con l’altro e con l’ignoto. Nelle vacanze organizzate non c’è spazio per le sorprese: “Non ci sono imprevisti” dichiara lapidario l’eroe di Verne alla vigilia della partenza.

 

 

Ma Il giro del mondo in 80 giorni di Mk, compagnia romana il cui lavoro pare distinguersi soprattutto per l’apertura verso l’intrusione e l’interferenza, infatti, non si ispira soltanto al romanzo di Verne di cui porta il titolo, ma anche e soprattutto alla rilettura che ne ha fatto il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, che ha visto in quel gentlemen che rincorreva la propria meta il modello ante litteram dello spazio-tempo mercificato e omologato di matrice capitalista. Così, la tessitura coreografica pullula di perturbazioni possibili, a partire dalla cascata di palline da golf lanciata sul palco a un certo punto, su cui i danzatori sono costretti a portare avanti i propri pezzi. Nel lavoro di MK si trovano certo il retrogusto tutto illuminista del progresso che ha dato vita, fra gli altri, anche a Phileas Fogg, l’omologazione che ha fatto del viaggio un semplice spostamento e ci ha dotati – più o meno alla stessa altezza della pubblicazione del romanzo di Verne – di un orario globalmente condiviso; ma ricombinati attraverso riconsiderazioni dirompenti della percezione e della gestione dello spazio-tempo contemporaneo, dal detour di Debord in poi.

 

 

Il giro del mondo è abitato, dunque, di continui spiazzamenti e straniamenti che contrappuntano, a volte con appuntita ironia, l’eleganza a dir poco balistica delle traiettorie segnate dai danzatori: la pressante incomunicabilità che segna tanto i numerosi assoli che i passi a due o i pezzi d’assieme – ognuno, proprio come l’eroe di Verne, è rapito dalla propria routine, dal proprio obiettivo scenico – è continuamente ridiscussa dall’introduzione di una variazione imprevista. Basti pensare al passaggio iniziale: ci accorgiamo, piano piano, che l’uomo in impermeabile che danza in un angolo di palcoscenico ha una caviglia legata; a cosa? Lo scopriremo dopo un po’, quando forse ce ne saremo già dimenticati: nel momento in cui, attraversando la scena, si porterà dietro una pianta ben fissata su uno skateboard. Il senso del viaggio – pur accompagnato da qualche frammento esotico quando non addirittura neo-coloniale, suggerito più che altro da variazioni della densità atmosferica e della luce, forse anche della temperatura, dall’incedere di un tessuto sonoro continuo – è continuamente rotto proprio da quegli imprevisti di cui l’eroe di Verne assicurava l’inesistenza.

 

 

La decontestualizzazione è, forse, la doppia chiave che permette di intercettare lo sviluppo dello spettacolo: sicuramente pertinenza di ambito tematico – del resto, è quello che succede a tutti i nostri souvenir, estratti dal proprio ambiente e ricollocati sulla mensola del salotto –, si elegge in certi casi a dispositivo drammaturgico, capace sia di evocare l’atmosfera del turismo moderno – lo stesso Phileas Fogg passa più tempo sui mezzi di trasporto che nelle terre che visita – sia di stimolarne la rottura.

Lo spettacolo è sovraccarico di segni, tanto per quanto riguarda alcuni elementi gestuali e coreografici, che per gli accessori dal sapore esotico; peraltro, oggetto di continui micro-rimandi interni, tornando a rivendicare la propria consistenza nel passaggio da un danzatore all’altro, da un pezzo dall’altro; in questi mutamenti, sembrano cambiare di senso. Ma, poi, neanche più di tanto: sono segni per lo più incomprensibili; sottratti, come i souvenir, al proprio contesto d’origine, non possiedono alcuna caratterizzazione identitaria o relazionale e quello che si può eventualmente trasformare, in questi passaggi interni, è al limite una variazione di densità, di stato, più che di significato.

 

 

In scena si osservano elementi, movimenti, ambienti altamente connotati, ma, fuori di contesto, completamente dispersi, esausti. Il luogo in cui si svolgono i passaggi coreografici è a dir poco neutrale, vuoto: quell’Ovunque, come lo definisce la compagnia stessa, in cui si ritrovano tutti i souvenir e le foto che ci portiamo a casa dai viaggi. Come se si ritornasse al significato originario di “vacanza”: fare vuoto, sì, ma per spezzare la routine, non per ricrearne una nuova. Forse questo Ovunque è lo spazio vuoto fra significante e significato in cui si realizzano gli incontri che poi determinano il senso (delle parole, dei segni, delle culture) e che Giorgio Agamben, in un esplosivo pamphlet ormai di qualche anno fa, ebbe a identificare come il luogo autentico dell’esperienza, quello spazio che lega langue e parole (su cui Mk lavora di bisturi, cesure, ustioni) e che permette all’uomo di vivere storicamente. Guarda caso proprio quello che manca al turista contemporaneo. E non solo.

 

 

Roberta Ferraresi

Il tamburo di Kattrin

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