Emma Dante, Ulisse e Polifemo

È pieno il Teatro Franco Parenti per la prima di Io, Nessuno e Polifemo di Emma Dante: è pieno di un pubblico ben disposto, curioso, pronto ad applaudire un altro trionfo della regista considerata una delle voci più talentuose del nostro teatro. Eppure chi ha ancora negli occhi la bella prova de Le sorelle Macaluso non può che rimanere spiazzato.

 

Nell’ironica conversazione che la Dante intreccia con Odisseo e il Ciclope e che ha aperto, al Teatro Olimpico di Vicenza, il nuovo ciclo di spettacoli classici diretto dalla regista palermitana, ci sono almeno due anomalie. La prima: diversamente dalle precedenti partiture drammaturgiche asciutte, dove ogni parola pareva scaturire da un’urgenza sotterranea e non razionale, con Io, Nessuno e Polifemo ci troviamo invece di fronte a un testo straordinariamente verboso, al limite del didascalico (“La tua maschera semantica con me non funziona”, esclama, per esempio, l’intervistatrice dell’eroe omerico).

 

Io, nessuno e Polifemo, Emma Dante

 

Le riflessioni sulla permanenza del mito, sul rapporto tra durata della vicenda e persistenza nella storia non sono certo inedite; e non sorprende troppo nemmeno che a portarle avanti siano i personaggi mitici stessi, colti in situazioni che paiono mostrarcene un volto più intimo e capovolgerne in qualche modo le caratteristiche (ci aveva già provato, e con altri risultati, Pavese ne I dialoghi con Leucò).

 

Ancora più perplessi si rimane di fronte a certe dichiarazioni di poetica: la regista ci ricorda che non fa spettacoli ma “teatro”, che non le interessano “le capacità tecniche” degli attori ma piuttosto “le persone” e infine, che il dialetto “è una lingua democratica” e che sbaglia quel critico – leggi: Franco Cordelli – che vorrebbe metterlo al bando dalle nostre scene (ma non bastavano, a dirlo, i precedenti spettacoli? È già tempo, per la regista, di bilanci e di eredità?).

 

Io, nessuno e Polifemo, teatro,

 

Più riusciti certi passaggi scanzonati e ironici, che molto devono anche ai bravissimi Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola: il primo un gradevole e pacato Polifemo che, scopriamo, abita “dirimpetto ai Campi Flegrei”, il secondo uno sfrontato Odisseo “super eroe” – un po’ Fabrizio Corona, un po’ personaggio da Gomorra – con tanto di camicia sbottonata e catena in evidenza. Il Ciclope ha molto da dire su come sono andati i fatti (e del resto, è colui che fin dal nome “molto parla”, polu-phemos), mentre Odisseo, molto furbo e poco intelligente, si vanta delle proprie astuzie e dei fiumi d’inchiostro scritti su di lui. La rilettura del mito non è di particolare profondità, ma il ritmo è rapido, i tre attori giocano efficacemente sulla relazione reciproca, il pubblico ride e non si annoia.

 

Ma veniamo alla seconda anomalia. Chiunque abbia seguito il percorso di Emma Dante, sa che c’è un aspetto su cui la regista ha fatto scuola (e creato epigoni): la capacità di unire inestricabilmente parola e azione, di rendere un insieme organico i gesti, le immagini, e quel meraviglioso dialetto siciliano che sembra arrivare al pubblico direttamente dalle viscere dei personaggi.

 

Con Io, Nessuno e Polifemo ci troviamo all’estremo opposto. Tre danzatrici, forse richiamo al coro antico, aprono lo spettacolo con una lunga intro e poi compaiono intervallando le diverse sezioni del testo: si agitano come burattini inanimati, poi si trasformano nell’adorante corteo in paillettes di Odisseo – con il quale si esibiscono in un balletto da cubiste in discoteca – e infine, di bianco vestite, srotolano la tela di Penelope. Le performer sono ineccepibili, le immagini suggestive, ma non è possibile rintracciare alcuna relazione profonda tra il livello della parola e quello del movimento; e il rischio è che la partitura coreografica si limiti a essere un eccellente “stacchetto”, ben eseguito e piacevole, ma di fatto poco amalgamato se non decorativo.

 

Io, nessuno e Polifemo, Emma Dante

 

La stessa impressione lasciano le musiche pop composte ad hoc ed eseguite dal vivo da Serena Ganci, presente in scena su una struttura rialzata che domina l’apparato scenografico. Se lo spettacolo antico era una fusione irripetibile di parola, danza, musica, qui si ha piuttosto la sensazione che due dei tre elementi siano stati aggiunti ex post, con la maestria a cui la regista ci ha abituato ma senza una reale necessità.

 

Renato Palazzi (Sole24ore, domenica 21) ha scritto, giustamente, che Emma Dante ha avuto il coraggio di abbandonare “tutti i suoi inconfondibili stilemi”, per fare “qualcosa di diverso”: e certo è un ottimo segno quando un artista affermato ha la forza di abbandonare il noto, prendendosi la responsabilità di sbagliare. Ma per percorrere una strada sconosciuta, forse, occorre lasciare a casa tutti i vecchi bagagli.

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