L’altra vita di Mandiaye

Opera Lamb, di Mandiaye N'Diaye e Modou Gueye, è uno di quei rari preziosi spettacoli che il teatro non riesce a contenere per la troppa vita che gli trabocca dentro.


Uno spettacolo in cui a stare seduti ci si sente quasi sacrileghi, come in chiesa durante l'eucarestia, come allo stadio durante una partita quando chi guarda non fa meno di chi fa. Oltre l'apparato visivo – che ancora fa leva sull'intelletto, separando, incasellando, distribuendo, applicando filtri – è il suono robusto delle percussioni africane ad avanzare drammaticamente verso lo spettatore scavalcandone completamente la dimensione cognitiva e arrivando dritto al sistema nervoso; includendolo, cioè, a forza di energia e di atletismi del cuore, nel rituale.

 


Irriverente alle regole della significazione, come un concerto; con una drammaturgia complessa disegnata apposta nei dettagli per essere ancora più radicalmente trasgredita, perché opponga resistenza alla vita che ne forza il limite e nell'urtarne la soglia sprigioni energia.


In questo clamoroso lavoro, che arriva dal Takku Ligey Théâtre di Diol Kadd per Ravenna Festival, a pochi giorni di distanza dalla scomparsa di Mandiaye N’Diaye, e proprio sul palcoscenico della sala del Teatro Rasi, che il Teatro delle Albe ha intitolato al regista senegalese compagno di ricerca e di lavoro dai tempi di Ruh. Romagna più Africa uguale, la vita emerge esattamente sul limitare, esiste cioè nel suo eccedere la forma-teatro, piuttosto che nel rifuggirla in via definitiva. Ovvero in quell'interferenza porosa che si produce tra il rito che avvicina e include e la frontalità scenica che allontana e separa; tra le strutture metateatrali occidentali e il clamoroso fallimento della finzione, tra i personaggi funzione e la schiettezza umana che gli si agita dentro.

 


Sulla scena i ritmi, le danze, i costumi sgargianti della Lamb, lotta tradizionale senegalese, disciplina sportiva e mentale che prevede un lungo percorso di formazione attraverso il rigore fisico e spirituale, per diventare mbeur, lottatore, ovvero saggio, ben oltre che atleta; i riti propiziatori, i cortei, il tintinnìo dei gri-gri (amuleti tarati sulla forza dell'avversario), l'aspersione con il latte di capra e la terra rossa, le voci spesse, gutturali e sorde delle attrici.


Questo spettacolo, quasi come i classici, racconta insieme l'uomo in quanto uomo e la contingenza di un popolo: riferisce l'ironia senza amarezza attraverso la parola, la solarità senza cinismo nella corposità della danza; la bidimensionalità, la lucentezza, l'integralismo dei sentimenti e delle passioni. Quella medesima sconfinata saggezza gioiosa del Lamb che le logiche dello sport moderno rischiano di impoverire.

 


E tuttavia non sono pezzi di realtà trasferiti senza dolore sul palcoscenico: quello è folklore, è accondiscendenza all'umana inclinazione all'esotismo. Ma non è neppure reale in scala, sintetizzato in simboli o raddoppiato in un codice altro, trasferito nell'alfabeto musicale o della danza o del dialogo borghese.


È la vita: tradita nella sua foggia visibile e risemantizzata, non raddoppiata, molto oltre l'assorbimento neutro all'interno del teatro che ne disattiverebbe le intrinseche qualità vitali; è il reale rilanciato dalla forma teatrale, reinventato (non tradotto) nel linguaggio arbitrario della scena.

 


Vita, altra, a pari merito con la vita; perturbante, instabile, mai rassicurante nell'occhio dello spettatore che si ritrova a fare i conti con un enunciato nominato in quanto teatro (e dunque costruzione fittizia) e il reale che prepotentemente gli si affaccia dietro.
Mancherà a tutti Mandiaye, soprattutto a chi non lo ha conosciuto e intuisce attraverso la scena il grandissimo vuoto che ha lasciato.

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Fotografie di Maurizio Montanari

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