La marcia macabra di Marthaler

Malfermi vecchi esausti marciano con inni dissonanti di solitudine e violenza sui giovani, su quelli che il lavoro non lo hanno, quelli che pur di sopravvivere si sporcano di macchie insopportabili per il perbenismo panciuto. Sono gli eroi borghesi dell’ultimo spettacolo di Christoph Marthaler, il regista–musicista svizzero che concentra idee, visioni, suoni, gag trascinanti in spettacoli avvolgenti, trancianti, sulfurei nell’esasperare la banalità quotidiana, come gli indimenticabili Stunde null, sull’ora zero del passaggio dal nazismo alla democrazia, Die Spezialisten, gli specialisti, Groundings, sul fallimento della compagnia di bandiera svizzera e altri “atterraggi di fortuna”, Schutz von der Zukunft (protezione dal futuro), sulla selezione nazista della razza (ma si potrebbe continuare, anche con adattamenti di famosi lavori musicali o messe in scena di testi, di Shakespeare, di Viviani, di altri autori).

 

 

Sono lavori che esaltano la regia come invenzione con gli attori, che caricano gli eventuali testi di sensi che nascono dalla relazione scenica e, spesso, dall’iterazione stupita e stupida in ambienti incombenti, con musiche che divengono vere e proprie nuove mappe di orientamento e di inaspettata, sorprendente significazione. Richiedono molto e tanto danno allo spettatore attento, queste opere mai troppo facili né complesse per partito preso. Glaube Liebe Hoffnung. Einen kleinen Totentanz (Fede amore speranza, una piccola danza macabra), da un testo del 1932 di Ödön von Horváth, scrittore che soffrì lo sgretolamento dell’impero asburgico e l’ascesa del nazismo, è stato presentato al Piccolo Teatro di Milano in una sala Strehler non piena, svuotata ulteriormente da vari abbandoni in corso d’opera.

 

 

Tra canzoncine anni cinquanta o sessanta, rhythm & blues e Chopin, canti militari e Lieder, balletti stupendi, momenti di acido umorismo, attori superni, il testo è smontato, sottolineato, molte scene sono raddoppiate e non mancano inserti esterni al dramma originale in un montaggio per contrasti, per illuminazioni successive (la drammaturgia è di Malte Ubenauf e Stefanie Carp). Marthaler mostra e ragiona su ciò che ha mostrato, rapisce e distanzia con un’ironia corrosiva. D’altra parte questo spettacolo è prodotto dal più politico dei teatri tedeschi, la Volksbühne am Rosa Luxemburg Platz (insieme alla solita infilata di teatri europei – capeggiati dalle Wiener Festwochen – che permettono operazioni impegnative).

 

 

Quei vecchi esausti borghesi, spesso panciuti, quelle signore dall’improbabile chioma da parrucchiere d’antan, i loro poliziotti e faccendieri sono vestiti con colori smorti, come esausti sono i loro sguardi che cercano solo di tutelare un pencolante status quo. La scenografia della fedele, geniale Anne Viebrock rappresenta un incombente, gigantesco istituto anni quaranta cinquanta-sessanta, in quello stile razionalistico oppressivo che incarna potere e dominio attraverso l’inscalfibile arroccarsi di una burocrazia. Un operaio prova a completare la scritta orba di alcune lettere e non arriva alla fine, perché gli crollano sotto i piedi i pioli della scala. “Istituto di Anatomia” lo intuiamo solo da alcune lettere.

 

 

Una donna giovane, con un impermeabile che rappresenta l’unica macchia di colore, va là per vendere la “nuda proprietà” del proprio corpo, centocinquanta marchi subito e la consegna del reperto anatomico alla morte. Ma nessuno accetta. E poi ne appare un’altra, di donna, in impermeabile colorato. Giovane anche lei, si chiama pure lei Elizabeth, e ripete la scena. La miseria non è un caso singolo, questa volta, come in Horváth; non è un’eccezione: è la regola.  Intorno qualcuno parla di visitare uno zoo pieno di bestie feroci, qualcuno butta granaglie per i piccioni e le due Elizabeth raccolgono i chicchi per sfamarsi. La storia si annoda, ricavando dal palazzo monumentale vetrine nelle quali si scoprono manichini o uomini e donne ridotti a fantocci. Estraendo miseri letti a ore si materializzano povere stanze dove irromperà la polizia, mentre altre vetrine sono chiuse da serrande al comparire di una pistola, per proteggere le merci da attentati terroristici o saccheggi.

 

 

La miseria, la guerra civile strisciante, il disprezzo di chi ha, denaro e potere, insistiti, ripetuti, esagerati – se volete – hanno infastidito, con i loro tempi lunghi, ossessivi, una parte di pubblico, accorso, probabilmente, per assistere a un intrattenimento divertente, “digestivo” diceva Brecht. Marthaler scava nel kitsch delle nostre Arcadie feroci, asserragliate a difendere privilegi. Memorabile era una sua versione teatrale del ciclo Die schöne Müllerin di Schubert, riportato al filisteismo della società biedermeier, quando il romanticismo divenne sentimentalismo borghese, arte di trini e merletti e cose d’affezione di pessimo gusto, con gli occhi ben chiusi oltre la soglia rassicurante ed escludente del proprio privato. Era una danza di fantasmi brulicanti in uno chalet-osteria: sotto le parole romantiche, quella lancinante poesia dell’abbandono e della depressione rivelava con intrecci di corpi e di suoni privilegi, meschinità, oppressioni. Qui il regista ripete, insiste, inquadra, gioca con questi borghesi-vampiri e con le loro vittime, simili già a morti che camminano. Crea immagini stranianti che a volte sembrano strappate a Brecht o a film di Godard, intrise in un’ironia anarchica tutta personale. Perimetra i personaggi in maschere comportamentali e sottolinea: per non permettere di chiudere gli occhi, a rischio di perdere qualche spettatore per strada.

 

 

La musica (firmata con Clemens Sienknecht e Martin Schütz) è un altro dei fili di questo lavoro memorabile: nella buca, ai parecchi leggii non scorgiamo nessun orchestrale. All’inizio, mentre i personaggi si presentano in gruppo compatto sul palcoscenico, udiamo suoni dissonanti, polverizzati, quasi una composizione atonale. Poi, a poco a poco, cogliamo trame, orditi, e quei suoni assumono la forma sillabata e martellante di un concertato rossiniano. Alla fine la riconosceremo come una canzone di guerra: Alte Kameraden, vecchi camerati, una marcia, verso qualche massacro di trincea, scandita come un inno o di nuovo sbriciolata e ricomposta come un intrecciato, raffinato, ricamo biedermeier. Tra canzoni confidenziali, motivi d’amore, hit, un tempo portate al successo da Brigitte Bardot o da Lionel Richie, irrompe, come continuo refrain, la marcia funebre di Chopin, mentre scopriamo che l’orchestra assente è fatta da altoparlanti, megafoni, radio, computer, che spesso partono sfasati, per comporre e far esplodere in polifonica fuga motivi trascinati come la Marcia di Radetzky, sfinita, stonata, trasformata in un’incombente minaccia, rinforzata dal piano, stonato come quello della scena nella locanda del Wozzeck dopo l’assassinio di Marie.

 

In altri momenti motivi da musical permettono balletti deliziosi, al rallentatore, un corteggiamento d’amore tra la povera Elizabeth (intanto accusata di truffa e esclusa da ogni possibilità di occupazione per aver cercato di procurarsi i soldi per pagare una licenza per lavorare) e un poliziotto che si innamora di lei  non sapendo chi è e quale minaccia rappresenti per la sua carriera di funzionario statale. L’amore qui è acrobazia rallentata, con ogni movimento ingrandito nelle sue più minute successioni, in un pezzo di bravura tenero e strabiliante. Il senso risalterà dopo, quando irrompe un capo della polizia nella stanza di lei, e lui si nasconde, in mutande, e Elizabeth viene accusata di essere una puttana.

 


Non c’è salvezza, in questo mondo, tra attentati e giudici sovrappeso pronti a lanciarsi in volteggianti danze, incapaci di scalfire le proprie crudeli sicurezze con la pietà. Il patetismo postespressionista di Horváth è sempre però riportato a una serialità prossima ai nostri tempi, illusa, come i nostri giorni, che una scappatoia personale possa esserci.


Il finale non lascia dubbi. Elizabeth tenta il suicidio, e anche l’altra, e altre donne sono allineate gocciolanti e in agonia sul palco. E se anche potesse rivivere, in questo mondo di manichini, non lo farebbe. Si rialza, abbraccia l’altra donna e dichiara che è meglio la morte, mentre il gruppo dei buoni signori si ricompatta, sognando, vagheggiando un posto senza più stato, dove gli individui sono solo una corale: un’arcadia felice, consolata, senza umanità. Risuona ancora nelle orecchie la marcia funebre di Chopin pronta a virare in un dissonante valzer, in questo lavoro splendido, disturbante, interpretato da attori formidabili: innanzitutto le due Elizabeth Olivia Grigolli e Sasha Rau, poi Ueli Jäggi, Jean-Pierre Cornu, Ulrich Voß (il vecchio barone che comanda alle Elizabeth i cambi di scena, che loro eseguono come rassegnate manovali), Bettina Stucky, Irm Hermann, Josef Ostendorf, Thomas Wodianka, Clemens Sienknecht, lo stupendo pianista direttore dell’orchestra che non c’è.
Alla fine, dopo più di tre ore, per chi è rimasto in sala, è ovazione.

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