Laboratori Biennale: Luca Ronconi

Tra pedagogia e spettacolo

Luca Ronconi, in cinquant’anni di lavorìo incessante sui palcoscenici di tutta Italia e non solo, è conosciuto e seguito per una linea creativa che ribolle di una curiosità instancabile, sempre tesa a stuzzicare i limiti delle convenzioni del linguaggio e a eccedere gli orizzonti della scena. Con opere-fiume, dilaganti e travolgenti, ormai entrate a pieno titolo nella storia del teatro e con spettacoli memorabili, Ronconi ha saputo attraversare un ventaglio tuttora inafferrabile di possibilità autoriali: dalle spiazzanti riletture dei classici ai vertiginosi affondi nella modernità, dal lucido attraversamento di testi comunemente considerati “irrapresentabili” alla scoperta di una solida vocazione drammaturgica all’interno di contesti insoliti, come i modelli matematici del Barrow di Infinities.

Ma il lavoro di Luca Ronconi – da quell’Orlando furioso che nel ’69 portò finalmente la regia italiana all’attenzione internazionale, in un doppio riscatto sospeso fra canone e ricerca, che vede affermarsi una norma e contemporaneamente la sua stessa trasgressione – non si risolve esclusivamente nella pur eccezionale produzione spettacolare, che ne ha fatto un riferimento assoluto per la regia contemporanea. Il percorso del regista è segnato fin dagli esordi da una particolare vocazione pedagogica, ancorché negata dal diretto interessato: dal celebre Laboratorio di Prato al tuttora attivo percorso di Santa Cristina, dalla fondazione della scuola dello Stabile di Torino fino alla Biennale 2012 dove, per la prima volta, dirige un workshop dedicato soprattutto a registi.

 

 

È Gianfranco Capitta, chiamato a condurre la conversazione con Ronconi dopo la cerimonia di conferimento del Leone d’Oro alla Carriera, a focalizzare con decisione i tratti di quella che si può considerare “l’altra faccia della medaglia” che ha segnato il lavoro e il percorso del regista. Proprio alla Biennale, infatti, nel 1974, Ronconi pronunciò «la parola magica: ‘laboratorio”», facendo così di un festival che era un’importante vetrina, un luogo dedicato anche alla trasmissione della conoscenza. Ma, ci tiene a sottolineare Ronconi, «non si trattava esclusivamente di spettacoli-laboratorio, in programma c’erano produzioni come l’Einstein on the Beach di Bob Wilson». Ed è proprio questo appunto che può aprire una prospettiva, ancora una volta, mirata a sollecitare i confini delle convenzioni e delle logiche consolidate dentro e fuori il palcoscenico.

Oggi, alla Biennale Teatro, Ronconi è premiato con il Leone d’Oro: forse non tanto o non solo per la capacità di creare, con gli spettacoli, interi mondi da vivere più che da osservare; non soltanto per una prospettiva che, in questo percorso pluridecennale, ha saputo comporre un lucido ritratto – pure mosso, sempre in trasformazione – della condizione umana, né unicamente come maestro del fare laboratoriale. Il Leone d’Oro va oggi, dunque, al Maestro di tante generazioni della scena italiana che per primo, nella stagione d’oro della pratica laboratoriale, ha coniugato ricerca e istituzione, indicando una terza via fra laboratorio e spettacolo, unendo la strada del processo a quella del prodotto. Un padrino d’eccezione e d’eccellenza la cui premiazione apre emblematicamente la Biennale Teatro 2012 di Àlex Rigola. Un progetto che, nell’intenzione di fare della più grande manifestazione veneziana legata allo spettacolo dal vivo un campus internazionale delle arti sceniche, ha scelto di non puntare solo sulla formazione e nemmeno esclusivamente sulla vetrina, ma di tracciare una linea di lavoro originale che si muove con curiosità e disinvoltura fra laboratorio e messinscena.

Fotografie di Luigi Laselva

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