Lettera da Roma sul teatro che verrà

Nella sua sesta edizione, il mutamento può dirsi completato. Teatri di Vetro, nato come vetrina per le arti performative emergenti, si è ormai trasformato per qualità delle proposte in un vero e proprio festival di caratura nazionale e come fosse un rito propiziatorio saluta la stagione romana appena terminata dando il via alle danze dei festival estivi. Insieme a Short Theatre, che invece la stagione la apre ogni settembre, è la più importante tra le esperienze romane legate a un certo modo di fare teatro, si direbbe giovane, indipendente e di ricerca. Etichette queste poco esaustive soprattutto in un momento così fragile, produttivamente e artisticamente. Il mare è in tempesta, capire quali navi arriveranno a riva è un’opera chiromantica.

 

Crack Machine. Fotografia di Angelo Maggio

 

Di sicuro anche in una grande città come Roma si assiste a un netto cambiamento di marcia nei meccanismi teatrali, nella fruizione e produzione: lo stabile ha avuto una minima apertura concedendo alcuni spazi del Teatro India alle compagnie per le prove, ma col nuovo anno la ex fabbrica della Mira Lanza sarà chiusa per lavori e i più scettici hanno paura che così rimarrà; per i teatri di cintura, il Comune vorrebbe un super direttore e il più papabile è Pino Insegno. Intanto il Teatro Valle continua la raccolta fondi e fin quando per il Comune rappresenterà una soluzione a basso costo ci sarà il tempo di pensare alla Fondazione. Per ora non spunta all’orizzonte, neanche qui, un progetto artistico a lunga scadenza, ma iniziano a moltiplicarsi le rassegne di un certo valore: ancora in corso ad esempio, per le compagnie emergenti, Sostanze Volatili e in maggio in collaborazione con l’associazione L’Arsenale abbiamo potuto assistere a una settimana interamente dedicata alla nuova scena siciliana.

 

Il resto è sempre più frammentato, senza il Teatro India mancherà il luogo dove far incontrare una comunità, l’Angelo Mai assolve questo ruolo solo sporadicamente. Viene premiato chi resiste come il Teatro Argot che in questo momento si è aperto a giovani artisti con la programmazione di Argot Off. Inoltre una serie di “nuove” proposte sta cercando di venire alla luce, si torna a fare teatro nei circoli Arci e l’esperienza positiva di Parabole fra i Sanpietrini, mini stagione organizzata dalla rete Off Rome al Forte Fanfulla, è un esempio emblematico.

 

Porcomondo. Fotografie di Marco Davolio

 

In questo momento di caos esperienze come quella di Teatri di Vetro sono ossigeno per il sistema e per chi di quel tessuto vive, economicamente o spiritualmente che sia. Che il festival di Roberta Nicolai abbia avuto perciò una grande accoglienza da parte del pubblico non è casuale, che per dieci giorni la Garbatella con il Teatro Palladium – ché durante la stagione il raggio d’azione di Romaeuropa è troppo blando - sia stata anche l’epicentro di una comunità e che questa abbia avuto dunque l’opportunità di ragionare intorno alle estetiche del contemporaneo, è una diretta conseguenza.

 

D’altronde l’ondata della “nuova drammaturgia” ha colpito anche Tdv e se escludiamo la danza, attorno alla quale andrebbe però fatto un discorso autonomo ma connesso, la parola è ritornata prepotentemente sulle nostre scene cercando vie d’uscita dall’empasse a cui era arrivata dando il la all’affermazione dell’ennesima stagione del teatro immagine. D’altro canto le proposte presenti a Teatri di Vetro alimentate da una grammatica scenica dalla quale l’atto verbale fosse totalmente assente sono state mediamente tra le proposte meno convincenti. A esempio - eccezion fatta, almeno in parte, per Vincenzo Schino - compagnie come Eros Anteros e Teatro delle Moire hanno immancabilmente perso l’opportunità di mettere in crisi lo spettatore, rischiando invece di porlo di fronte a visioni estetizzanti o a complesse macchinazioni filosofiche. Di certo anche nei lavori più dediti alla parola non è mancato il rischio di una verbosità fine a se stessa o fuori fuoco rispetto all’obiettivo.

 

La merda. Fotografia di Thoras Ibrahimovic

 

Si veda su tutti l’esempio de La merda di Cristian Ceresoli con Silvia Gallerano, uno spettacolo che punta il dito contro un certo mondo (quello dell’arrampicata nel divismo televisivo) di fronte a un pubblico già affrancato rispetto a certe “devianze” risultando così una narrazione moralistica nonostante l’interpretazione straordinaria della Gallerano. È invece nelle drammaturgie di Biancofango e Musella Mazzarelli che si legge un chiaro affondo nelle tensioni del contemporaneo. Entrambi vanno in scena con due attori ed entrambi legano splendidamente una scrittura convincente a una capacità attoriale fuori dalla norma. Nel primo, Porcomondo, siamo di fronte a una coppia pronta a esplodere in ogni minuto, travagliata da incomunicabilità e inadattabilità alla vita (tema determinante nel teatro di Biancofango); e nel secondo, Crack Machine, lo spunto della frode finanziaria che colpì Societé Generale, prestigiosa banca d’affari francese, è il seme per il tentativo di portare un tema attuale come quello della speculazione economica in teatro adattandolo a un ipotetico e quanto mai possibile contesto italiano.

 

Lo smarrimento estetico insomma non sembra poi così disgiunto da quello produttivo, il periodo appare come un focolaio di grandi mutamenti. Attendiamo che l’arte si prenda il tempo per ripensarsi e cambiare pelle, ancora una volta, insieme ai sistemi che la producono.

 

   

Andrea Pocosgnich (Teatro e Critica)   

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