A Milano, fuori dai teatri

Se la montagna non viene a Maometto, Maometto va alla montagna.
Ovvero: il circuito teatrale italiano non riesce ad accogliere al suo interno le esperienze di teatro indipendente? Sarà allora il teatro indipendente, in autonomia, a creare uno spazio per presentarsi alla città.

 

IT Festival


Con questo spirito è nato, lo scorso anno, IT (IndependentTheatre) Festival: una maratona di tre giorni dedicata alla moltitudine dei gruppi milanesi off, con esibizioni continue e parallele nelle sale della Fabbrica del Vapore, dalle 18 fino a mezzanotte. Breve durata (20 minuti), piena libertà sulle forme e i linguaggi, nessuna selezione: queste le caratteristiche della manifestazione che ha preso, fin dall’edizione zero, i connotati di una vera e propria ricognizione del teatro milanese. Il logo scelto è stato, significativamente, un topo dalle sembianze non troppo rassicuranti: figura icastica di come IT festival rappresenti il riscatto del non emerso, del marginale, del rimosso.


Quest’anno, dal 2 al 4 maggio, IT ha raddoppiato la scommessa con più di cento compagnie e otto sale operative, sfidando l’esodo del ponte; e la risposta del pubblico è stata ancora una volta sorprendente (4000 ingressi in tre giorni).

 


Quali sono le ragioni di una così larga affluenza di spettatori? E quali le riflessioni a margine di un’esperienza che rappresenta un unicum nel panorama italiano?


Primo elemento rilevante: IT festival è, a tutti gli effetti, un evento auto-organizzato e autogestito in modo orizzontale. A parte pochi vincoli formali (tra cui la possibilità di fornire l’agibilità Enpals), la reale condizione di partecipazione per le compagnie era la possibilità di dare un contributo attivo alla macchina organizzativa; dal servizio d’ordine alla vendita di panini, dall’allestimento delle sale fino all’animazione per bambini, tutti i compiti sono stati assolti dai partecipanti e spartiti in assemblee nei mesi precedenti il festival.

 

Milkwood, Eleonora Parrello


I presupposti fanno pensare a certe esperienze condivise degli anni Settanta, e a molti sono parsi anacronistici se non utopici; eppure è stato sorprendente verificare, se si eccettua qualche fisiologica smagliatura, la sostanziale efficienza dell’organizzazione.


Ma l’aspetto di maggiore interesse riguarda il pubblico e la fruizione. La possibilità di una scelta così ampia, il costo ridotto del biglietto (5 euro per tutta la serata), la breve durata delle perfomance hanno in qualche modo cambiato la prospettiva degli spettatori, che si sono trovati a sperimentare e rischiare più del consueto: si mette in conto, in un meccanismo ad “assaggi” teatrali, di imbattersi in qualche delusione, di trovare conferme, di scovare sorprese. La qualità dell’offerta – inevitabilmente intermittente, con punte anche molto basse – si inscrive dunque in una struttura capace di tenere insieme e di metabolizzare proposte di livello assai differente.

 

Coperte Strette

 

Le giovani compagnie si sono quindi trovate alla prova con un pubblico dall’identità sfuggente: curioso, spesso capitato nella sala per caso, non sempre appassionato di teatro. E hanno vinto la sfida quelle realtà che si sono messe in relazione al peculiare contesto di IT, comprendendone le caratteristiche e valutando come utilizzare il breve tempo a disposizione. Progetti elaborati ad hoc, dai ritmi sostenuti e dal forte impatto, capaci di instaurare una comunicazione immediata con il pubblico, hanno riscontrato un percepibile successo; e chissà che proprio a partire da questa caotica e ricchissima vetrina non emerga qualcuno dei nomi che vedremo nelle prossime programmazioni ufficiali.


A margine dei molti obiettivi raggiunti, e della notevole attenzione che il festival è riuscito a risvegliare, resta da ragionare sulle prospettive future. Un evento di questa rilevanza e in evidente crescita può continuare ad auto-sostenersi, avvalendosi del solo lavoro volontario dei partecipanti e di pratiche di autofinanziamento? E come immaginare l’evoluzione del progetto senza snaturarne la natura condivisa? Alla terza edizione il compito di raccogliere la sfida.

E ancora un altro festival: Ex-Polis


A confermare l’urgenza di spazi e contesti di esibizione non istituzionali, un altro festival raccoglie il testimone di IT e si prepara ad invadere la città: è Ex-Polis, manifestazione ideata dal Teatro della Contraddizione che proporrà eventi e incursioni urbane fino all’11 di maggio. Molti i temi che legano le due esperienze: l’esigenza di un contatto nuovo e diretto con lo spettatore, una maggiore sostenibilità economica dell’evento teatrale, la necessità di uscire da quella che viene percepita come una nicchia culturale.

 

 

Ad animare le strade di Milano saranno allora biciclettate e performance di tango, passeggiate archeologiche e itinerari guidati. Protagonisti di questa azione collettiva, che disegnerà una inedita geografia della città, sono molti degli artisti più innovativi emersi in questi anni (e non solo a Milano): da Sanpapié a ErosAntEros, dalla coppia Timpano/Frosini alla compagnia Astorri/Tintinelli.


Il teatro, in questo Maggio milanese, prova a uscire di casa, a sperimentare altre vie e a mettersi in discussione. E a guardare queste esperienze – tentativi coraggiosi, work in progress destinati a evolvere e trasformarsi – viene da essere ottimisti sul futuro delle nostre scene.

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