Alfabeto Pasolini

Milo De Angelis a teatro

È questione di vita o di morte l’adolescenza. Accelerazione esistenziale improvvisa e senza possibilità di frenata, snodo irreversibile per la formazione della personalità: poeti e drammaturghi sembrano coglierne il potenziale di gioia e di liberazione (“ti guardiamo noi, della razza / di chi rimane a terra”, diceva Montale a Esterina), ma allo stesso tempo il rischio fatale di un passaggio senza ritorno. Wedekind portò in scena, all’inizio del ‘900, un testo conturbante e cupo come Risveglio di primavera, nel quale il sommovimento delle pulsioni sessuali si intrecciava al procedere di inevitabili destini di morte.

 

Non è troppo diversa la traiettoria di Daina e Luca, protagonisti de La corsa dei mantelli di Milo De Angelis, romanzo oggi approdato sulle scene di Milano. In cartellone presso il teatro Out Off, per la regia di Sofia Pelczer, lo spettacolo è un progetto doppiamente ambizioso: adattare un romanzo per il teatro non è mai processo semplice. Se quel romanzo è poi la complessa opera in prosa di uno dei maggiori poeti italiani viventi, allora la questione si complica ulteriormente. Edito da Guanda nel 1979 – appena tre anni dopo la pubblicazione di Somiglianze, raccolta che consacrò fin da subito De Angelis poeta – La corsa dei mantelli “può apparire a prima vista una stazione marginale, e invece è un crocevia fondamentale per la sua vicenda poetica” (così Franca Mancinelli in una interessante nota, che potete leggere qui).

 

La corsa dei mantelli

 

Daina (Valentina Mandruzzato) è – proprio come la dea Diana di cui la ragazza incarna, fin dal nome, le caratteristiche – donna-amazzone, allo stesso tempo fanciulla ingenua, severa e inflessibile cacciatrice. Figura in continuo movimento, amante dello sport che rappresenta innanzitutto uno slancio verso l’ignoto e l’alterità, Daina è l’obiettivo amoroso ed esistenziale di Luca (Daniele Pitari), come lei quattordicenne. La ricerca di lei è anelito alla felicità (“Luca non chiedere mai nulla che sia meno della gioia”, gli verrà suggerito), ma si rivelerà, secondo l’inevitabile sistema binario, anche impulso di morte. La sfida di De Angelis, così come della regia, è di immortalare i due adolescenti proprio “nell’attimo prima di abbandonare quel tempo” (così come l’istante prima del tuffo di Esterina): la sfida, cioè, di una fotografia che sappia restituire il movimento.

 

La corsa dei mantelli

 

La regista ha dunque guardato alla parola sonora del poeta come a “un grande archivio di immagini”, cercando di trasformare in materia la fitta selva di elementi simbolici del testo. Sul palco troviamo acqua, terra, e due teli-schermo, diaframmi che separano il prima e il dopo, barriere che Daina e Luca non possono esimersi dal travolgere. Il percorso di adattamento, curato dalla stessa Pelczer e seguito passo per passo anche da De Angelis, non si è limitato a una semplice riduzione ma è stato piuttosto un processo di sintesi; il copione isola Daina e Luca, mentre nell’originale i due adolescenti si muovono nella cornice di una banda di coetanei. O, ancora, la regista ha proposto di assorbire in una sola figura le diverse presenze anti-naturalistiche che si avvicinano ai due ragazzi: nasce così Sonecka (Viviana Nicodemo), in omaggio alla Cvetaeva, figura sapienziale che “inghiotte” il Chiromante e la Signora del Viottolo presenti nel libro, divinità amica che vive “sopra le vostre e le nostre teste” e “sotto i vostri e i nostri piedi”.

 

La corsa dei mantelli

 

La corsa dei mantelli, va detto, non è un testo semplice. Se lo si confronta con gli esiti di un altro poeta novecentesco che si è messo alla prova con la scena, Raffaello Baldini, ci si rende conto subito che la parola di De Angelis è ben più ardua e, in un certo senso, lontana da una intrinseca teatralità. E così la messinscena rischia, inevitabilmente, di restare schiacciata dalle atmosfere oniriche, dal denso apparato metaforico, dal peso dei simboli, dai ritmi rarefatti.

Lo spettatore segue, in qualche modo, un percorso iniziatico parallelo a quello dei protagonisti: se è disposto a immergersi nella dimensione archetipica e lontana dal naturalismo che gli viene offerta, ne trarrà una riflessione profonda sull’agire dell’uomo e sulla sua parabola esistenziale. E si (ri)troverà in quell’istante – scriveva De Angelis in Verso un luogo – “innocente e fedele perché lì non c’è / sosta e manca soltanto un passo / per giungere all’inizio”.

 

In scena al teatro Out Off di Milano fino al 12 ottobre.

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