Santa Giovanna dei segni

E arrivò il primo Brecht di Luca Ronconi, un Santa Giovanna dei macelli lontano da ogni ortodossia. Ronconi lo porta in scena sullo storico palcoscenico del Piccolo Teatro di via Rovello che vide i Brecht di Giorgio Strehler come una sfida a un autore che paradossalmente ha evitato per decenni, lui che ha messo in scena “epicamente” Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e I fratelli Karamazov, lui che i testi li ha smontati nelle loro componenti strutturali. Forse di Brecht gli dava fastidio l’ideologia. O meglio la lettura ideologica che ne hanno fatto: quel socialismo militante che riassorbe anche i continui dubbi in una visione inevitabilmente finalistica.

 

 

Ora che solo di domande e non di risposte si vive, è giunto il momento di riprendere il drammaturgo di Augusta fuori da ogni agiografia, di rivoltarlo, asciugarlo dalle pretese di grande spettacolo, perfino da un certo grottesco da cabaret espressionista, facendone rifulgere le contraddizioni, in uno spettacolo secco, crudele, “scientifico” (avrebbe detto lo stesso Brecht), dove le certezze si smontano, piuttosto.

Ronconi va al testo del 1929, contemporaneo dell’Opera da tre soldi e in apertura del ciclo del teatro didattico-ideologico, senza fronzoli. Ne assume i vuoti e i pieni, i difetti, scavandone gli elementi strutturali, quasi dimostrando la frase di un articolo che Roland Barthes scrisse nel 1956, ossia che “il postulato di tutta la drammaturgia brechtiana è che, almeno oggi, l’arte drammatica più che esprimere il reale deve significarlo” (in Saggi critici, Einaudi).

 

 

La vicenda di Giovanna Dark, militante dell’Esercito della Salvezza, nella crisi del ’29, tra padroni travolti, manipolatori di borsa e operai sul lastrico, ricattati, licenziati, disperati, alcolizzati, in cerca di organizzazione e lotta, viene raccontata in una spoglia, efficacissima scena di Margherita Palli. Una piattaforma lunga e stretta si apre, si allunga, si stringe per le apparizioni dei capitalisti della carne in scatola in ammaccati colorati grandi barili di latta, a metà strada figurativamente tra le Campbell Soups di Andy Warhol e i bidoni dei genitori monchi e moribondi del beckettiano Finale di partita.

 

 

 

Avanzano, i pescecani, rotolano quando falliscono, in un balletto meccanico di cui l’étoile è Mauler, il più feroce di tutti, quello che manipola i dati, che fa aggiotaggio, a cavallo di un dolly da studio cinematografico, braccio mobile che alla fine, tra gli scontri, evocherà la Tribuna di Lenin di El’Lisinckij. Uno schermo racconta le masse, gli scioperi, moltiplicando in moltitudine di figure uguali la faccia di un solo operaio.

 

 

I momenti più melodrammatici di questa storia in l’ingenua Giovanna Dark sprofonda verso le realtà più dure sino a diventare intransigente come una terrorista vengono tradotti in scene da film muto anni ’20 che raddoppiano sullo schermo l’azione reale degli attori. La realtà è ciò che si rappresenta (ciò che si ripete secondo canoni di rappresentazione). Come pure la crisi: è il prodotto di manovre, di notizie non svelate, di strategie giocate al momento opportuno. E in questo Mauler è maestro, presentandosi come vittima, come filantropo sofferente per la sorte degli animali macellati, per il destino degli operai, come un affilato Cristo barocco simile a icona, alla El Greco, sofferente e indifferente, con accelerazioni in un espressivismo alla Caravaggio, mentre il suo factotum manipolatore, la sua anima nera Slift, corrompe, corrode, come un Mefistofele in marsina e cilindro.

 

 

La realtà è immagine, convenzione culturalizzata. La crisi economica (tema caro a Ronconi ormai da vari spettacoli, a partire dal Progetto Domani realizzato per le Olimpiadi invernali di Torino del 2006) è realtà orientata, ideologia. Giovanna, come la sua antenata D’Arco francese, rievocata attraverso musiche verdiane che sostituiscono i pezzi originali e attraverso altri segni, cade in un abisso che la libera dall’abito da catechista entusiasta per proiettarla in altri radicalismi, politici e umani, Mara Cagol e la Gelsomina di Fellini insieme, in marcia, nel precipitare della crisi tra immagini di vitelli in balia delle acque, verso una pessimistica desolazione che si risolve in sacrifico, mentre ripete “a quelli che dicono che bisogna innalzare lo spirito bisogna sbattere il capo sulle pietre”.

 

 

In una compagnia di attori bravissimi, svettano lo Slift insinuante tentatore di Fausto Russo Alesi, il Mauler tormentato simulatore di Paolo Pietrobon e la splendida mobilissima Giovanna di Maria Paiato, da petulante beghina a livida vittima predestinata di una violenza vischiosa come melma. Uno spietato occhio ironico e disperato nella mitologie, nelle visioni del Novecento: per scarnificare le nostre crisi.

 

Al Piccolo Teatro Grassi di Milano, via Rovello 22, fino al 5 aprile.

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