Santarcangelo: il fantasma dell’attore

Dopo vari spettacoli impegnati a cercare la realtà, è apparso il fantasma dell’attore. Di colui che la realtà la travisa, la traspone, la moltiplica, la nega, la svuota, la esalta.

 

Era notte a Santarcangelo di Romagna. Per caso, fuggendo da uno spettacolo sonoro di Fuocofatuo tutto giocato su sfrigolare di graticole e ribollire di acque elettrificate e amplificate, siamo incappati sotto le stelle in quella che sembrava una conferenza di Piero Giacché, studioso anticonvenzionale e ammaliante, su Carmelo Bene. Ma quasi subito il sipario della notte è stato aperto sulla visione della voce dell’Attore, registrata alla radio nella Salomè del 1964. Teatro della memoria, dell’assenza, che si trasformava in vita pulsante man mano che si sviluppava la storia, con quel profeta Iokanaan che in barese stretto ripeteva a pappagallo, deformandole, le frasi che una voce (Dio?) gli suggeriva, con Salomé bambina viziata, tra le volute levantine della voce di Carmelo, sardonica, disperata, fino a quella parola finale - P-A-U-R-A - rallentata, dilatata: e poi il vuoto.

 

 

Il festival Santarcangelo·12 ci aveva riservato, il primo giorno, un atteso lavoro di Richard Maxwell, Ads, (abbreviazione di advertisement, pubblicità, esposizione in pubblico), trasposizione romagnola di una ricerca nata a New York nel 2010, che prova a rispondere alla domanda: “in un mondo consumato da crisi di identità e allo stesso tempo dominato dalla pubblicità, come può l’uomo iniziare a riprendersi il proprio spazio?”. Questo regista che crea spettacoli essenziali, spesso affidati a non professionisti, per sfrangiare le convenzioni, per forare gli schermi della rappresentazione, ha dato la parola a una trentina di cittadini di Santarcangelo di tutte le età e di varie razze. In palcoscenico, però, li ha rievocati in forma di ologrammi registrati, con un’illusione solo iniziale di presenza: subito si scoprivano come ombre che parlavano di cose in cui persone reali credono, l’amore, la famiglia, i figli, il lavoro... Il tutto grondava buoni sentimenti, attesa, lievi timori, valori piuttosto convenzionali. Polso del paese reale? Scelta non particolarmente attenta o fortunata? Qualche tipo forava la ripetizione un po’ catechistica con tic, con capacità affabulatorie; ma sostanzialmente si rimaneva sempre distanti dal conflitto, dalla passione forte, dalla necessità dirompente, dal mistero, impantanati nei paraggi del lato più risaputo delle speranze comuni.

 

Richard Maxwell, Ads

 

Così nei giorni successivi con Grattati e vinci di Quotidiana.com abbiamo assistito ai normali deliri domestici di una coppia, come un teatro neo-borghese spogliato di ogni orpello, giocato sugli slabbramenti, sui fraintendimenti del discorso, sul rimuginio, in un salotto come impietrito dal quale il mondo rimane fuori o entra solo come detrito di un Io sempre più ingombrante, senza neppure la consolazione pataccara ma vitale del melodramma.

 

Quotidiana.com, Grattai e vinci. Fotografia di Vincenzo Oliviero

 

Abbiamo visto in As It Is di Damir Todorovic e Valentina Carnelutti un giochino con una scassata macchina della verità che voleva dimostrare la finzione nel racconto autobiografico (!) e la menzogna dell’attore (!), deboli, usurati pretesti per raccontare, senza forza, episodi della guerra in Bosnia. Abbiamo partecipato al tenero, autistico gioco di Matija Ferlin, che in Sad sam / almost 6/ dialoga con un centinaio di pupazzetti di animali disposti in un grande cerchio intorno a lui: un ritorno all’infanzia per narrare e agire solitudine, memoria, smarrimento del senso del tempo, riproducendo i meccanismi della vita adulta in un gioco che diventa sempre più specchio di ansie, in un mondo che chiede di essere simili al piccolo agnello solo di fronte al branco dei grandi animali feroci. Ferlin riempie lo spazio con presenza di danzatore, creando spesso in quel piccolo mondo protetto una frattura, un salto, una ferita.

 

Matija Ferlin, Sad sam / almost 6/

 

È interessante il progetto della nuova, giovane direzione artistica collettiva (Silvia Bottiroli, con Rodolfo Sacchettini e Cristina Ventrucci), l’impegno a costruire, nel triennio, fili conduttori sulla città, sull’ambiente pubblico, sullo spazio vissuto, sulla realtà. Proprio su quest’ultima, rivelata in molti spettacoli con una “passione per il mondo così com’è”, per citare Gianni Celati ricordato qualche giorni fa da un articolo di Marco Belpoliti, si gioca la profondità prospettica del festival. I lavori che smontano i meccanismi ingannevoli dello spettacolo, che provano a portare in scena lacerti di realtà, che rifiutano l’immagine, la rappresentazione, la proiezione conflittuale per una pretesa verità di oggetti trovati, di dichiarazioni dirette, militanti, di documentazioni senza filtri corrono il rischio di smarrirsi in una palude simile al blob continuo di informazione e di similvero che ci circonda. Il teatro può mettere in discussione il reale, ipotizzarlo, rivoltarlo, smascherarlo, inventarlo, senza facili consolazioni o illusori rispecchiamenti.

 

Nanou, Sport. Fotografia di Laura Arlotti

 

Come sembra smontare e reinventare il corpo in segno, in graffio, in escrescenza, in possibilità Rhuena Bracci del Gruppo Nanou nel breve, intenso, Sport. Come fa Kinkaleri in Fake For Gun No You, dove, provando a costruire un codice dialogico puramente gestuale, arriva a una felice espressione quasi di danza pura, tra secchiate d’acqua, slanci e chiusure dei corpi, spari di pistola, evocazioni di Burroughs. Corre un brivido nel teatro in piazza di César Brie che racconta con i modi del teatro epico, popolare, nientemeno che Karamazov di Dostoevskij: il pubblico assiepato nella gradinata troppo piccola, ai lati del palcoscenico, in terra sui grossi ciottoli, non stacca gli occhi e i cuori neanche per un attimo, nonostante qualche problema di acustica. Quest’ultima è un’altra sfida di Santarcangelo 12: riportare in piazza il teatro (e il cinema e la performance, con una maratona di ballo liscio il 21 a cura di Zapruder, la musica solo in cuffia per i ballerini e una rielaborazione elettronica dei passi per gli altri).

 

Kinkaleri, Fake For Gun No You

 

L’attore è il fantasma: uno spettro che spesso si manifesta, torna, ingombra. Tra i premiati dalla rivista “Lo straniero” c’era anche Carlo Cecchi. Apparso, sorridente sotto una paglietta e occhiali scuri, poi subito svanito, senza recitare, senza neanche un incontro pubblico, a raccontare il suo straordinario teatro d’invenzione e negazione di personaggi. Perché l’attore, come la realtà, non è un essere vivente, o un intreccio di casi. È un dubbio insinuato nei giorni, nelle cose, nelle storie. Un crinale, un problema. Un vapore, una necessità fatta carne che subito si nega nella sua natura bifronte, umana e astratta, quotidiana e diabolica.

 

Carlo Cecchi

 

Come nell’entusiasmante - nonostante qualche vuoto, qualche momento in cui la scena sembra rimanere orfana di presenza per debolezza - L’uomo della sabbia dei Menoventi. Qui trasformano i loro giochini metateatrali, a volte francamente insistiti o addirittura stucchevoli, e alle prese con gli specchi di E.T.A. Hoffmann inventano un labirinto di scatole cinesi, simile a una macchina di tortura, che spezza, incrocia, incrina il tempo e l’apparenza. Come una realtà semplice, in fondo molto semplice, dove, alla maniera di Philip K. Dick e di James G. Ballard, spesso si viene precipitati e non si riesce a uscire. Allora lo studente Nataniele, il dottor Spallanzani, la bella fidanzata, l’insinuante venditore di occhiali e l’affascinante manichino Olimpia, nonché l’uomo che mangia le banane, alla Beckett, precipitato dal nostro mondo tra quei sipari che si chiudono e si aprono su scene che rimandano sempre altrove, tutti costoro agiscono, con pacifica ironica nevrosi, una sarabanda che smaterializza la storia in immagini che generano altre immagini, in loop, senza scampo. Benvenuti nel nostro deserto!

 

Menoventi, L’uomo della sabbia. Fotografia di Arianna Lodeserto

 

Santarcangelo 12 continua con i sogni dei vecchi del paese raccontati col corpo da bambini in Sogni di Virgilio Sieni, con la danza emozionale di Barokthegreat, con un film e un libro su Arianne Mnouchkine (che sarà al centro di un progetto futuro), con le She She Pop, 40 anni di vita tedesca attraverso le storie di sei donne, con le visioni urbane di Zimmerfrei (lavoreranno su Santarcangelo nei prossimi due anni), con un accampamento-laboratorio dedicato da Teatro Valdoca a John Cage irto di parabole televisive, con i confini segnati da grandi tende da indiani.

César Brie, Karamazov. Fotografia di Ilaria Scarpa

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