Stravinskij per 40 macchine: firmato Castellucci

All'interno di un'ex acciaieria della Ruhr, trasformata in monumento di archeologia industriale, Romeo Castellucci presenta per il festival Ruhrtriennale la sua versione del Sacre du Printemps: una coreografia senza danzatori, per sole macchine e polvere.

 

La registrazione della musica di Stravinskij, eseguita lo scorso anno per lo stesso festival in occasione del centenario della prima esecuzione del 1913 dall'orchestra MusicaAeterna sotto la direzione di Theodor Currentzis, accompagna l'insolita danza meccanica del regista italiano, con gli interventi sonori di Scott Gibbons.

 

 

Se un secolo fa Stravinskij cercava di accostare tradizione e modernità combinando melodie tradizionali a ritmi che suggeriscono la dinamica dell'industria, Castellucci oggi indaga in profondità il rapporto perduto con la tradizione. Il tema del Sacre du Printemps, che racconta la storia di un sacrificio umano offerto al dio della fertilità, viene presentato nel modo più reale e vicino possibile a ciò che oggi ha sostituito un'usanza primitiva ormai da tempo estinta. La conseguenza è che non vediamo più rappresentata la storia originale del balletto, ma solo un'idea; i danzatori scompaiono, e la loro funzione viene affidata a oggetti inanimati.

 

Sulla scena, separata dalla sala da una membrana di pvc trasparente, quaranta macchine a forma di cono, simili a proiettori, pendono dalle travi di sostegno del soffitto. Sono visibili cavi elettrici. Il resto dello spazio è vuoto, le pareti e il pavimento sono bianchi. A poco a poco, nei primi minuti di introduzione, le luci rosse dei contatori si accendono e le macchine sembrano animarsi.

 

Improvvisamente, sul ritmo incalzante della musica di Stravinskij, così vicino al rumore assordante dell'antica acciaieria in cui oggi si trovano gli spettatori, le macchine iniziano a riversare polvere bianca sul pavimento. I movimenti con cui spargono piccole o grandi quantità di polvere sono netti e delimitati nello spazio e nel tempo; si fermano, ripartono, si spostano a destra, a sinistra, oscillano, girano su se stesse creando girandole, lanciando fili o nastri di polvere.

 

 

Delle didascalie scritte ci illustrano con esattezza scientifica il ciclo di trasformazione organico/inorganico/organico. La polvere che vediamo cadere è ricavata dalle ossa degli animali da allevamento, usata come concime nell'agricoltura. Le ossa vengono dapprima sottoposte ad alte temperature, per eliminare ogni residuo di materiale organico, ovvero le proteine della carne, ed evitare lo sviluppo di malattie. Il processo di sterilizzazione viene ripetuto tre volte, per essere sicuri che non ci sia vita. La sostanza ottenuta è resa del tutto inorganica, è purificata. Piovono dal soffitto sei tonnellate di pura polvere, ricavata dalle ossa di settantacinque bovini. Ma questa pioggia sterile non sembra promettere fertilità.

 

Le macchine paiono macinare brutalmente una quantità smisurata di materia e i loro movimenti secchi e lineari contrastano con la vaporosità della polvere sospesa nell'aria. La vita sembra essere completamente espulsa da questa teca trasparente, all'interno della quale si compie un sacrificio: ma senza corpi da sacrificare.

 

 

I corpi si sono trasformati in chimica pura. In questo paesaggio puramente minerale ed elettrico, asettico e senza colori, privo di acqua, di aria e ogni forma di vita organica, le macchine perdono gradualmente il loro andamento puramente meccanico e si animano. I loro movimenti fanno danzare la polvere nell'aria, generando la stessa bellezza che potrebbe creare il vento con la polvere di un deserto inanimato. Queste macchine antropomorfe, libere e creative, giocano con ironia in un territorio di confine tra vita e non-vita e ricordano quelle semoventi e fuori controllo del Giulio Cesare e dell'Orestea.


All'inizio del secondo quadro del balletto la musica di Stravinskij si calma, l'atmosfera diventa notturna. Le luci si abbassano, scende il buio e anche le macchine riposano, disposte di fronte a noi in ordine decrescente: quelle davanti più in alto, quelle dietro più in basso, così come noi siamo seduti in ordine crescente. Ci osservano con le loro luci rosse lampeggianti, come gli occhi di qualche animale nel crepuscolo. Una luce dal fondale crea l'effetto dell'alba e la musica riparte con il suo ritmo inesorabile. Le luci si riaccendono a giorno: la pausa è finita, le macchine ricominciano a lavorare a pieno ritmo.

 

La storia sembra ripetersi uguale al giorno prima, ma la pioggia di polvere cade più abbondante, le macchine ora sbuffano e sparano polvere verso il pubblico, anche se la parete di pvc trasparente fa rimbalzare i colpi. La macchine allora provano a rompere la membrana, ma invano. Dalla scena non esce neanche una particella di polvere. Siamo protetti. Dentro è tutto una nuvola.

 

 

Il sacrificio umano che viene raccontato nella storia ispirata al folclore antico slavo del Sacre du Printemps è un rito pagano che appartiene a una tradizione senza più ormai nessun contatto con la civiltà moderna. Rappresentare oggi un sacrificio umano, ai nostri occhi lontano e incomprensibile, appare a Castellucci privo di senso. Il regista cerca di recuperare la tradizione del rito non rappresentandolo, ma realizzandolo, portando davanti agli occhi degli spettatori, senza finzione, i veri resti delle ossa di settantacinque animali morti.

 

Il Sacre senza danzatori e senza storia alla fine è irriconoscibile, ma l'intenzione sembra essere la stessa di Stravinskij: ricollocare la tradizione nella realtà contemporanea. In realtà questo rito non ha niente di religioso, niente di liberatorio, perché è snaturato dalla quantità massificata di uccisioni degli animali che avvengono negli allevamenti intensivi. La ritualità recuperata da Castellucci consiste semplicemente nell'esperienza teatrale della verità portata in scena. L'automazione alienante delle uccisioni, divenute quotidiane, viene vissuta dallo spettatore attraverso l'impatto visivo dell'enorme massa di polvere d'ossa presente in uno spazio isolato e senza vita.

 

Quando la musica di Stravinskij finisce, lo spettacolo non è terminato. Per la prima volta entrano in scena degli esseri umani in tuta bianca, con le mascherine sul viso, e iniziano a raccogliere l'enorme massa di polvere, a mettere ordine nel disordine generato dalle macchine.

 

 

Il pubblico non applaude e non esce, è interdetto, scende fino alla parete di pvc e osserva la scena. Qualcuno scatta delle foto. Poi, piano piano, tutti gli spettatori di Ruhrtriennale tornano a casa dopo aver visitato l'ex acciaieria ripulita, messa in sicurezza e adeguatamente illuminata per i visitatori presso il parco nord di Duisburg. Solo una delle tante fabbriche cadenti e mai rinnovate che compongono il paesaggio cimiteriale della Ruhr.

 

Il 6 settembre a Bochum, sempre per il festival della Ruhrtriennale, viene presentata la prima di Neither, opera lirica di Morton Feldman basata su un breve testo di Beckett, per la regia di Romeo Castellucci. Le repliche avranno luogo i giorni 7, 12, 14, 19 e 20 settembre.

Foto di Wonge Bergmann

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