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Teatri bene comune

“Primavera dei teatri” di Scena Verticale da 12 edizioni inaugura l’estate dei festival da Castrovillari. Il Teatro Verdi anima la stagione di Poggibonsi e della Val d’Elsa ormai da 16 anni. Tutt’altra storia spostandosi in città: il Kollatino Underground, ex scuola occupata di periferia, è il riferimento capitolino per il teatro di ricerca; il complesso quattrocentesco del San Martino, a opera di Fortebraccio Teatro, è diventato uno dei pochi spazi in centro a Bologna dedicati alla scena contemporanea; il celebre Crt di Milano è oggi fra le eccellenze del teatro nazionale.

 

 

Cos’hanno in comune tutti questi diversi spazi dedicati al teatro, siano essi fiori all’occhiello ormai istituzionalizzati o avanguardie della sperimentazione, chiostri rinascimentali o rassegne estive della periferia del Paese? Incredibile la risposta che verrebbe da dare a un primo impatto: tutti questi ambienti condividono una particolare congiuntura cronologica, che li ha visti in seria difficoltà nella primavera di quest’anno. È incredibile come, da un capo all’altro della penisola, spazi e iniziative tanto diversi si trovino assieme a veder messa a repentaglio la propria attività. Dopo quelle di Pompei, sembra che vadano a crollare le Domus del teatro italiano... Siamo alle solite storie di ormai ordinaria follia ai tempi dell’austerity? Forse non è solo questo: i tagli alla cultura (e non solo) naturalmente giocano il proprio ruolo; ma, sempre in progressivo aumento, sono da anni all’ordine del giorno, in una sfiancante lotta per la sopravvivenza ormai consolidata nelle abitudini di qualsiasi lavoratore del settore. E infatti non è la carenza di sostegno economico – non solo quella, almeno – che i teatri rivendicano col proprio ultimo fiato: il festival “Primavera dei teatri” non si potrà svolgere come di consueto a giugno perché la Regione Calabria non ha ancora emanato il bando che ne ha finora sostenuto le attività; il Kollatino, pur essendo finanziato dal Comune, è in “quarantena” in seguito a un sopralluogo delle polizia municipale; Roberto Latini dal San Martino parla della fine del “tempo dell’attesa”, ovvero del periodo in cui la compagnia ha lungamente aspettato dalla pubblica amministrazione non tanto o non solo un aiuto finanziario, ma soprattutto un segno di riconoscimento.

 

 

Le parole d’ordine non sono quindi tagli alla cultura o ristrettezze economiche, quanto piuttosto: incertezza, incuria, disattenzione, abbandono, contraddizione. Ma fuor di lamentela è possibile rovesciare la medaglia, andando a notare che ben altre idee e concetti si intravedono alla base di situazioni come queste: l’inadeguatezza della normativa sul lavoro dello spettacolo – il cui irrimediabile precariato è ormai ben più che un simbolo capace di travalicare i confini del proprio settore – che non solo non trova soluzioni, ma sembra non venire nemmeno presa in considerazione; questioni di più stretta gestione della cosa pubblica, per cui le piccole e medie “imprese” sono lasciate a se stesse, ma allo stesso tempo si continuano a operare investimenti milionari per realtà (industriali ma anche teatrali) incapaci di garantire la propria sussistenza quando non addirittura il proprio spessore; aspetti legati al rapporto con il territorio che fruisce gli esiti della produzione culturale, spesso scavalcato dall’appeal di eventi elitari e di norma escluso dalla gestione delle risorse della propria città.

 

 

Curioso notare come proprio queste ultime idee – una profonda necessità di riassetto su tematiche quali il sistema del lavoro, la gestione della produzione culturale, il coinvolgimento della cittadinanza – stiano alla base di ben altre storie, che da qualche tempo a questa parte scuotono i teatri e non solo. Prima è stato il Teatro Valle di Roma, occupato ormai da quasi un anno nel centro storico della capitale. Poi il Garibaldi di Palermo, il Coppola di Catania e l’ex Asilo Filangieri di Napoli, per ora strappato da La Balena al Forum Europeo delle Culture 2013. E di questi giorni è la notizia dell’avventura di Macao: a Milano un gruppo di persone ha occupato la Torre Galfa, grattacielo abbandonato da 15 anni, e si propone di farne il nuovo polo delle arti della città; sono già cominciati i lavori di messa in sicurezza, le assemblee, gli appuntamenti di spettacolo, musica e arte. Sembra che quello che ormai è un bollettino di guerra del teatro italiano sia obbligato ad accogliere buone notizie, anzi ottime: collettivi, gruppi e associazioni che, di fronte a una situazione di irrimediabile incuria e disattenzione, si assumono coraggiosamente la responsabilità di riappropriarsi di “spazi” (fisici, culturali, mentali) abbandonati a se stessi da ormai troppo tempo. Con l’idea di “cultura bene comune” riaprono teatri, programmano rassegne, sperimentano una terza via – “comune”, appunto, come la chiamano quelli di Macao – fra gestione istituzionale e privata. Ai tempi di Occupy Wall Street, lontano dai riflettori e dai grandi media, ci sono persone disposte a darsi da fare, a incontrarsi e condividere un lavoro assieme per mettere restituire alla cultura i ruoli che le spettano – come la coesione e il dialogo sociali, la dimensione di risorsa per il territorio – e a rivendicarne una dignità di cui è stata privata da decenni di mala gestione.

 

 

Linee di resistenza che sorprendono, non è ancora tempo di valutare quali ne saranno gli esiti e le persistenze. Ma occorre quantomeno rilanciare la domanda che ricorre ovunque in questi giorni, dalle bocche dei colleghi ai social network, alla stampa: è proprio necessario dover subire questo scempio per essere uniti in una progettualità comune e indipendente capace di rimettere in gioco gli equilibri di potere, dalla gestione della produzione culturale agli interventi sul sistema del lavoro? È proprio indispensabile assistere ai crolli per ricordarci che esiste Pompei?

 

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