Teatro in progress

Innerscapes di Effetto Larsen

Al centro di un palcoscenico scarno, un abbraccio d’addio. Ma a un tratto tutto si congela: in un suggestivo controluce entra un gruppo di servi di scena che con precisione e leggerezza smonta l’intero ambiente e ne costruisce un altro tutt’intorno. È una festa, al primo incontro di quella coppia che si è appena separata. L’azione riprende da dove l’avevamo lasciata: in teatro basta spostare un tavolino, aggiungere qualche bottiglia vuota e un tulle rosso intorno alla vita o cambiare luci e musica per mutare di segno e di senso a un’azione. È questa la magia semplice e potente del palcoscenico. Ed è questo il versante su cui lavora con minuziosa determinazione Innerscapes, progetto con cui lacompagnia milanese Effetto Larsen fondata e diretta da Matteo Lanfranchi ha vinto il Premio Lia Lapini 2011.

 

 

Era fine giugno, al festival Voci di Fonte di Siena, che organizza questo premio dal 2008. Quattro studi di circa venti minuti in finale, scelti e poi valutati, anche attraverso lunghi colloqui, da una giuria composta da una decina di persone di teatro (critici, operatori, direttori) molto attive nei territori della creazione emergente. Una processualità plurale e articolata, fatta di esposizione e confronto, work in progress e dialogo, che Effetto Larsen ha scelto di portare avanti anche dopo il Premio, in vista del prossimo debutto: in un anno la compagnia ha predisposto una serie di momenti d’incontro – uno studio di respiro più ampio a dicembre, poi due anteprime ravvicinate ai festival Wonderland di Brescia e Danae di Milano – e ne ha fatto un momento-chiave per lo sviluppo del lavoro, aprendo il “segreto” dei lavori in corso a un pubblico di cui, a fine spettacolo, si sono proposti di raccogliere le suggestioni.

 

 

Lì l’occasione – ma anche in questo approfondimento che ne vorrebbe seguire la traccia – è quella di entrare in contatto con i diversi passaggi del processo creativo, di comprendere i metodi di lavoro e il ventaglio di possibilità percorse e scartate, quando non addirittura di intervenire, con le proprie impressioni, sulla delicatezza di uno spettacolo ancora in progress. Molto è cambiato nel corso di un anno, ma l’opportunità, oltre che di indovinare le differenze è anche e piuttosto quella di centrare le persistenze, di capire su quali nodi gli artisti si stanno concentrando per gli sviluppi del lavoro.

 

 

Per quanto riguarda la forma, è continuamente sottolineato il riferimento al cinema: Innerscapes trabocca di riferimenti più o meno diretti alla settima arte, sia dal punto di vista tecnico (freeze, ripetizioni, flashback) che concettuale, in un viaggio che parte da Hitchcock per arrivare al web 2.0 di YouTube. Poi c’è il contenuto, la storia d’amore, il topos narrativo per eccellenza. Cosa ci fanno insieme raffinate tecniche ispirate al cinema (ma anche all’artigianato teatrale) e i cliché da fotoromanzo, considerazioni appuntite sui rapporti fra realtà e finzione con tutti i retrogusti melò della vita di coppia? Giocano, sembra essere la risposta di Innerscapes, perché uno dei nuclei del lavoro – forse il più stimolante – riguarda proprio i rapporti che si possono istituire in scena fra la dimensione linguistica e quella concettuale. “Una storia d’amore in cui il tempo è scandito dallo spazio”, già questa presentazione la dice lunga sul gioco che stuzzica separazioni consuete: “credo che forma e contenuto – dice in una recente intervista Matteo Lanfranchi – siano inscindibili, uno conseguenza dell’altro”. E tale “alchimia” viene esplorata all’interno di una vaporosa dimensione ludica, dai giochi di parole affidati alle didascalie a pavimento che accompagnano le azioni alla complicità dei performer nel montare e ricostruire gli ambienti, fino al continuo svelamento (e messa in crisi) tanto delle “regole” dello spettacolo che della finzione scenica stessa.

 

 

A farci i conti, dopo un anno di incontri, con un’intervista fatta di fresco e le diverse anteprime, i video a disposizione sul web e gli intenti messi nero su bianco dal progetto, c’è un tratto che potrebbe mettere in relazione tutto questo: è la dimensione umana, quella del lavoro dell’attore e dello spettatore, che diventa spunto e obiettivo per la sperimentazione di curiose dinamiche partecipative. Che è certo l’umanità sottolineata da uno spettacolo che, abbandonata la parola, affida la propria riuscita all’energia del lavoro d’assieme degli attori e continua ad investire nella gradualità del confronto con il pubblico; ma anche quella che viene scelta per il “tema” (la relazione di coppia) e che permette, nella chirurgica essenzialità dell’allestimento, di lasciare grande spazio evocativo allo spettatore. Che, prima magari diffidente verso la complessità dei trucchi svelati e dei meccanismi tutti “a vista”, poi forse sospettoso della semplicità della “trama”, si trova intrappolato fra immedesimazione e straniamento, a ripensare un po’ il teatro e, conoscendo fin troppo bene la storia, a riempirla di tutta la sua fantasia, di esperienze, significati e sogni continuamente stuzzicati dalle aperture di cui è disseminato Innerscapes.

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