Tutte le arti si incontrano a perAspera

PerAspera, per chi l’ha conosciuto giorno per giorno, è soprattutto un ambiente con uno spazio-tempo tutto particolare. Il luogo è a dir poco magico: il festival si snoda nei vari spazi di una villa secentesca – con tanto di fontane, teatrino barocco e addirittura labirinto – sul limitare dei colli bolognesi, dove la città lascia pian piano spazio a un altro respiro. Qui nasce e si rigenera una dimensione temporale altra fatta di dilatazioni e interstizi, fuori dal caos e dalla frenesia metropolitani, in cui artisti e spettatori si trovano a condividere un piacevole interno, quasi si fosse a casa propria. Lontano dagli schemi della vetrina e dalle corse mozzafiato dei festival, l’orizzonte, più che dello sguardo, è quello dell’incontro – che, tanto per la dimensione umana che per quella estetica, si potrebbe eleggere a leitmotiv fra la gran varietà di spettacoli e eventi in programma.

 

 

Bologna, vittima dello sgretolarsi (innanzitutto istituzionale) della propria imponente tradizione d’avanguardia che si esprimeva con la celebre Settimana della performance, sembra sforzarsi per ritrovare i percorsi di quell’age d’or che l’ha consacrata negli anni ’70 a luogo cult per la body art o l’happening. Ma che resta oggi di quelle aperture e sperimentazioni? PerAspera è un’ottima occasione per scoprirlo, con la sua ricca programmazione che coinvolge artisti anche bolognesi e si muove con disinvoltura fra teatro, danza e musica, fra tradizione e avanguardie digitali.

 

I tempi sono cambiati: le spinte della contestazione si convertono in tentativi di ricostruzione a partire dal vuoto lasciato proprio da quel potere che un tempo si intendeva abbattere e lo spettatore è ormai avvezzo a spostarsi – fin troppo agilmente – fra linguaggi e media, materializzando nei propri percorsi-playlist gli ultimi orizzonti della co-autorialità. Così quelle opzioni che inseguono tuttora l’utopia del dialogo fra le arti e che un tempo avrebbero stupito per coraggio e originalità, a volte sembrano soffrire di una perdita di funzione o di orientamento; l’indizio, fortissimo, è quello dell’ispessimento della quarta parete e un’esasperata frontalità, che caratterizza molti dei lavori intermediali.

 

 

Ma se la linea dell’happening è percorribile solo per rari tratti, è all’interno di quelle opere che scavano in profondità i limiti del proprio specifico linguaggio che si scoprono proposte interessanti. È il caso del dramaphone, che esprime picchi o forse punti di svolta, della ricerca di artisti ormai affermati come Fiorenza Menni (Boia) o Roberto Latini (Seppure voleste colpire). Altro caso è quello delle proposte musicali, tutte di ottimo livello, con i live di Tempo Reale che ormai sono una garanzia, un affondo nella musica barocca con Soqquadro italiano e il concerto del violoncellista Francesco Guerri.

 

Ma è soprattutto ai confini del teatro-danza che perAspera riserva delle sorprese: un paio di spettacoli ben fatti, che strizzano l’occhio alla dimensione narrativa, scivolano nella seduzione dell’universo del pop e, soprattutto, si pongono il problema del coinvolgimento dello spettatore. Il passo a due di Massimiliano Barachini, storico danzatore della compagnia di Sieni, è la storia tenera e comica della costruzione del pezzo rappresentato, il cui tema è proprio la biografia del protagonista: il performer racconta con leggerezza mentre danza, senza vietarsi piccoli momenti di relazione con lo spettatore. Anche Matt Rudkin, mentre svolge la propria coreografia, racconta frammenti di vita, sempre con un registro che tenta di sciogliere, attraverso il comico e il coinvolgimento della platea, l’assolutezza tecnica e estetica della danza.

 

 

Curioso notare il tratto comune fra questi (e altri) lavori diversissimi: si tratta di pezzi eminentemente autobiografici, altro tratto distintivo della linea di ricerca dell’happening. Con una buona dose di autoironia (verso la propria presenza ma anche la propria arte) e una sperimentazione sui tentativi di contatto fra scena e platea, con lucida semplicità e determinazione, paradossalmente sembra questa linea di ricerca, tutta concentrata sull’esplorare i confini di un linguaggio specifico più che al detour fra le varie arti, a avere buone chance per riportare all’attualità i canoni tradizionali della performance.

 

 

Roberta Ferrararesi (Il tamburo di Kattrin).

Fotografie di Futura Tittaferrante.

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