Un fiocco rosa al Valle occupato

È nata!
Un fiocco rosa appeso alla porta di ingresso testimonia la venuta al mondo della Fondazione Teatro Valle Bene Comune. Lo scorso 18 settembre una affollata platea ha salutato la nascita di questo nuovo soggetto che avrà il compito di occuparsi del futuro di uno dei più antichi teatri della città. Una platea colorata e sorridente, fatta di partecipanti differenti per età e mansioni, giovani, giornalisti e addetti stampa, una classe accompagnata dall’insegnante, cittadini e cittadine, abitanti del quartiere tra cui un anziano figlio di antifascisti romani che, dalla seconda fila, ha dato la sua benedizione al Valle con commoventi parole.

 

 

Dopo ventisette mesi di occupazione, una conferenza stampa dalle insolite forme ha voluto raccontare l’esito di un percorso che giunge oggi a un approdo istituzionale unico nel suo genere e piuttosto originale. Numerosi gli interventi in programma: tra questi il giurista Stefano Rodotà e l’attore Fabrizio Gifuni che fin dall’inizio ha seguito da vicino con “amore e passione” l’evoluzione di questo esperimento culturale e sociale.

 

Si tratta di un soggetto nuovo, la Fondazione, che può vantare la forza di 5300 soci fondatori e di un capitale iniziale di 143mila euro. Prossimo passo sarà quello dal Prefetto che dovrà riconoscere e dare personalità giuridica alla Fondazione. È stata mantenuta la promessa di tutelare il teatro Valle dalle turbolenze del nostro tempo e di proteggerlo dalla precarietà che abita l’oggi.

 

Stefano Rodotà

 

Lo si è fatto con la costruzione di una nuova architettura giuridica al quale hanno lavorato, attraverso lo strumento delle assemblee costituenti, menti del diritto e costituzionalisti assieme agli occupanti che dal 14 giugno 2011 rendono questo spazio un luogo di incontro, scambio e comunicazione. Sono illuminanti le parole con cui Rodotà che, applaudito come una rockstar, ha aperto la giornata difendendo la strada fatta in questi oltre due anni, come si è riusciti a mantenere viva e a incanalare questa “situazione magmatica” per poi farla approdare a una piattaforma istituzionale nuova che superi le ragioni stesse che portarono all’occupazione.

 

Si combattono così i meccanismi delle nomine dall’alto, la burocratizzazione del sistema culturale, l’ingrigimento dell’arte nella sua versione sempre più mercificata, l’inadeguatezza dei teatri stabili che vivono di bilanci mastodontici e tutto sommato grandi novità non producono. È al futuro e alla costruzione di una alternativa concreta che si vuole invece guardare e lo si fa attraverso delle lenti nuove. “Siamo in una fase in cui ci stiamo inventando le istituzioni del bene comune” ha detto Rodotà. È un modello, uno dei tanti possibili, certamente non l’unico che poteva essere pensato. Alla sua base c’è la difesa del concetto di bene comune, al di là del pubblico e del privato, una risorsa della collettività, come l’acqua.

 

La Fondazione sarà un soggetto nuovo sulla scena delle istituzioni, un soggetto che non potrà essere ignorato né dal Ministero dei Beni Culturali né dal Comune di Roma (effettivo titolare del teatro) dai quali si attende a questo punto una mossa, “un farsi vivi”. Dopo questa nascita, non si potrà più relegare l’esperienza degli occupanti a un momento di mera ribellione giovanile, fricchettona e scanzonata. Parole d’ordine di questo nuovo modello sono partecipazione attiva, decisione collettiva e turnazione delle cariche.

 

La presentazione della Fondazione Teatro Valle Bene Comune ha rianimato un dibattito che sempre ha accompagnato la vita dell’occupazione (citiamo a titolo di esempio Franco Cordelli sul “Corriere della Sera” del 20 settembre oppure le riflessioni di Andrea Porcheddu del giorno successivo). Non sono mancate le critiche rispetto al processo di istituzionalizzazione di una esperienza partita da uno slancio illegale così come non è mancato chi ha sostenuto che lo strumento della Fondazione non possa di per sé fare uscire dall’illegalità gli occupanti stessi. È stata criticata la facilità con cui chi occupa uno spazio può tralasciare le regole (e i costi) che affliggono tutti gli altri teatri, come per esempio il pagamento delle utenze e della Siae. E infine è stato anche messo in discussione il valore artistico nelle proposte del Valle Occupato.

 

Fabrizio Gifuni e Fausto Paravidino

 

Gli occupanti non amano che si parli troppo di numeri (“non avremo mai i numeri della Apple” sosteneva ironicamente il drammaturgo Fausto Paravidino) perché non si vuole incasellare la questione culturale in una gabbia di cifre, resoconti e bilanci, ma proprio i numeri possono diventare la cifra (appunto) di un impegno, quello della costante programmazione che ha tenuto aperto alla cittadinanza il teatro in questi mesi, anche quando gli altri andavano in vacanza. Il fatto che così tanti artisti durante l’occupazione (circa duemila) abbiano popolato il palcoscenico del Valle non è trascurabile, non accade altrove, così come non è trascurabile in che modo il loro passaggio in quello spazio abbia arricchito quello stesso luogo.

 

Tanti artisti e tanti teatranti si sono riconosciuti in quella richiesta di costruzione di un modello diverso di gestione della cultura e vi hanno contribuito: anche questa volontà non è trascurabile. Se l’esperienza del Valle ha potuto attirare tanto interesse e tanto pubblico significa che gli occupanti non sono gli unici insoddisfatti dello stato delle cose, altrimenti l’occupazione sarebbe andata annichilendosi e accartocciandosi su se stessa. Invece, dobbiamo dirlo, l’occupazione del Valle ha avuto successo e seguito. E allora, nel giudicare il portato di tutta l’esperienza, mi sembra assolutamente limitativo mettersi a fare i conti in tasca dei debiti non pagati.

 

L’occupazione, per forza di cose illegale, di uno spazio è un argomento che da sempre divide. Posto anche che si possa non essere d’accordo con le proposte artistiche che ci sono state in questi mesi, però mi chiedo: sarebbe stato preferibile avere in città uno spazio chiuso? Dunque uno spazio morto? Non è riduttivo e a poco porta in generale incitare ironicamente all’occupazione dei vari Brancaccio, Argentina, Sala Umberto? A mio avviso occorre guardare alla capacità che ha avuto questa esperienza di occupazione di creare ponti con la comunità cittadina e nazionale, cosa che difficilmente accade in altri luoghi di cultura. Una capacità che è stata costruita a partire dall’entusiasmo che ha suscitato l’azione dell’occupazione stessa e che è riuscita a mantenere in vita un luogo oggi vivo per eccellenza, anche una volta caduta l’attenzione mediatica iniziale.

 

 

Con la Fondazione nasce un altro teatro, un altro tipo di esperienza che al momento non può essere assimilato ad altre esperienze, un modello che, come si è sentito dire in conferenza stampa, apre una nuova strada che mai era stata percorsa. Restano ovviamente ancora punti interrogativi circa quella che sarà la gestione quotidiana del teatro, ma solo il passare del tempo potrà chiarirli: il dato che resta evidente è che comunque è stata tracciata una nuova via.

 

Nel giugno 2011 l’occupazione del Teatro Valle, uno spazio che era condannato alla chiusura certa, ha avuto anche (e necessariamente) l’impronta di una irruenza giovanile, frutto di un coraggio che solo i giovani sanno e possono avere. E questo è meraviglioso, è stato un motore forte e che ha lavorato incessantemente per ventisette mesi. Oggi è come se questo gruppo fosse cresciuto, giorno dopo giorno. Un gruppo di lavoratori dello spettacolo che ha ragionato sulle possibili strade che potevano essere intraprese e ha preso forse la più rigorosa, inedita e che all’altissimo aspira. È stato anche attraverso il “sognare”, diceva Gifuni, che il percorso del Valle è arrivato dove si trova oggi, senza trasformarsi in un covo di scappati di casa (come si dice a Roma).

 

Quante volte abbiamo visto risolversi tutto in un bivacco di qualche giorno? Al Valle invece c’è stata una così ferrea ostinazione nel disegnare un futuro diverso per questa “piazza” che, giorno dopo giorno, ha reso questo angolo di Roma un angolo migliore della città.

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