William Kentridge a Roma

Il Romaeuropa Festival ha oramai superato il giro di boa. Senza difficoltà è arrivato al termine di questa 27° edizione confermandosi come la più importante rassegna legata alle arti performative della capitale e non solo. Tra le cose più interessanti, a cui ancora potremo assistere, troviamo Kornel Mundruczo con Disgrace (tratto da romanzo del premio Nobel J. M. Coetzee), l’omaggio a Philip Glass realizzato dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e Musica per Roma e il debutto del gruppo di Forlì, Città di Ebla, con I morti da James Joyce, finale di un lungo percorso di studio e sperimentazione sul rapporto tra teatro e fotografia cominciato proprio al Romaeuropa un paio di anni fa.

 

Anche in questa ultima tranche di spettacoli sono chiare le carte vincenti messe sul tavolo dal direttore Fabrizio Grifasi: multidisciplinarietà (dalla prosa, alla danza passando per la musica classica e quella elettronica, fino alla video arte di Digital Life), il radicamento nei cartelloni di importanti soggetti che già avevano un proprio pubblico (come nel caso del Teatro di Roma e dell’Eliseo), infine – ma soprattutto – lo sguardo internazionale. Il Romaeuropa Festival per molti degli artisti stranieri ospitati è una delle poche piazze italiane, per alcuni l’unica. È il caso di William Kentridge, artista tra i più eclettici della scena performativa, presente fino al 3 marzo anche al Maxxi con la mostra Vertical Thinking dominata dall’installazione The Refusal of Time.

 

 

Classe 1955, Kentridge ha vissuto la propria infanzia artistica tra le arti visive: disegno, pittura, scultura e animazione sono alla base anche delle sue opere teatrali, mix multidisciplinari nei quali il racconto come liquido di contrasto viene iniettato in un complesso sistema di codici, immagini e rimandi. A Roma per il suo ultimo lavoro la pianta del Teatro Argentina mostrava il sold out dei posti migliori numerosi giorni prima del debutto, ormai tratto comune nonostante i prezzi non sempre accessibili degli eventi in programma. Sotto la lente di ingrandimento di Kentridge, per questo Refuse the Hour, c’è il tempo. La musica e le voci degli attori hanno il compito di dilatarlo e comprimerlo, la ripetizione – dei gesti, dei suoni e delle immagini proiettate – lo immobilizza negandogli quel ruolo universale di motore della storia e della vita. Kentridge ha ben chiaro che l’arte deve insinuarsi negli interstizi del tempo, lì dove le certezze scientifiche iniziano a vacillare. Con la collaborazione di Peter Galison (storico della scienza) l’artista sudafricano affronta senza timore argomenti quali la teoria relativistica di Albert Einstein, il tempo assoluto e l’entropia. Temi insomma più adatti a un convegno scientifico che a una rappresentazione teatrale. Eppure sul palco dell’Argentina ci sono danzatrici, cantanti e una partitura musicale eseguita dal vivo e firmata Philp Miller.

 

Un grande carrozzone che stilisticamente punta agli effetti un po’ retrò dell’artigianato di Kentridge: oltre ai musicisti il palco è popolato da singolari marchingegni nati dalla fusione di biciclette, megafoni e altri oggetti che hanno perso la propria funzione quotidiana per ottenerne una artistica e metaforica. Ma tutto lo spazio scenico è una grande installazione, sul fondale disegni e proiezioni si mescolano ingannando l’occhio dello spettatore e proponendo filmati nei quali è sempre il tempo a essere protagonista: fotogrammi che si rincorrono al contrario ricostruendo il presente perduto.

 

 

“L’uomo è un orologio che parla e respira” afferma l’artista in scena. Una caratteristica di questo ultimo lavoro è proprio la presenza di Kentridge in un ruolo a metà strada tra il narratore e il direttore d’orchestra: ha un leggio dal quale tutto comincia, ma poi si sposta fino al centro del palco senza perdere di vista il proprio libro degli appunti, lo porta sempre con sé anche quando insieme a Dada Masilo – danzatrice dalla velocità e semplicità sovrumana – esegue piccole partiture di gesti iterativi.

 

Se lo spettacolo convince e funziona nei momenti in cui la fase performativa si salda efficacemente con quella musicale, installativa e pittorica, è invece l’andamento da conferenza scientifica imposto dalla presenza del Kentridge a non convincere del tutto. Non può non tornare in mente il lavoro di Robert Wilson sul tempo, basti pensare a opere come Einstein on the beach (di recente riproposta anche in Italia) nelle quali la riflessione filosofica rappresenta il punto di partenza, lo scheletro dell’opera, ma poi è l’arte con i propri mezzi a moltiplicare le visioni. In Refuse the hour tutto questo accade solo a tratti: si ha la sensazione di assistere a qualcosa di molto pretenzioso intellettualmente, ma che in realtà pone questioni già affrontate in capo artistico e scientifico senza tentare una messa in crisi delle certezze dello spettatore borghese, il quale guarda la scena con quel sorriso pacificato e tranquillo che viene riservato a un intrattenimento culturale - di altissimo livello certo, ma inoffensivo.

 

 

Andrea Pocosgnich (TeatroeCritica)

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