Berlafüss

In italiano si potrebbe dire “berlafuso”, o almeno così l’ho trovato menzionato da qualche parte, ma chi non è cresciuto con qualche dialetto lombardo o piemontese nelle orecchie non saprebbe che cosa vuol dire. La grafia ondeggia tra “berlafüss” e “barlafus”. L’origine? Va a sapere.

Il termine è attestato fin dal Seicento, lo si trova in Carlo Maria Maggi come in molti altri autori. E vuol dire “cianfrusaglia”, “masserizia”, “ciarpame”, o anche “bigiotteria”, ma io non me lo ricordo con quel significato. Piuttosto, se per mia madre qualcuno era un “berlafüs de vün” (da pronunciare con la esse finale dolce, solo una, alla lodigiana), voleva dire che era un tipo di poco affidamento ma anche un pasticcione, non molto raccomandabile, da starci attenti a frequentarlo, ma insieme innocuo proprio per via della sua inclinazione a far cadere le cose, a non portare a termine un bel nulla, ad accontentarsi di vivacchiare alla meno peggio. Ma poteva anche essere ben altro.

Per una di quelle antifrasi così frequenti nella lingua parlata, un berlafüss poteva anche essere un personaggio che tutto d’un tratto si rivelava scaltro, che ti sorprendeva per qualche furba capacità di approfittarsi del prossimo, o di sgusciare illeso fra le trappole della vita. È stato con questo secondo significato, e con un tono divertito, diciamo pure ammirato, che una volta mia madre, convinta che io mi stessi giostrando due fidanzate nello stesso momento (e non era vero, magari, mai stato capace), mi ha congedato con un “Va là che te set un bel berlafüs”, che ricordo come uno dei suoi migliori complimenti - non che ne fosse generosissima, mica per dire, aveva i suoi motivi e il suo carattere, ma insomma bisognava suonare le campane quando arrivavano - e purtroppo tra tutti il più immeritato. Ma non gliel’ho mai detto.

Alessandro Carrera

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