Scuola di felicità

Questo romanzo di Gian Mario Villalta, appena uscito per Mondadori, di pagine centottantatré, euro diciotto, è un romanzo sulla scuola, e lo dice a chiare lettere fin dal titolo Scuola di felicità

Ogni volta che si recensisce un libro sulla scuola bisogna aggiungere la frase topica: è un altro libro sulla scuola, perché in effetti ce ne sono parecchi, di libri sulla scuola. Ma questo, se permettete, è diverso. (So che anche questa potrebbe risultare una frase topica, ma la diversità di tale testo, rispetto agli altri, ai molti altri analoghi, risponde al vero, credetemi).

 

Apparentemente la trama sembra snodarsi nei percorsi abituali della narrativa di argomento scolastico: c’è, in una scuola superiore di provincia nordestina, una Dirigente (Lisa Bardella) ambiziosa e assai desiderosa di far parlare di sé e della sua scuola i mezzi d’informazione e che quindi s’inventa il mirabolante progetto della “Scuola della Felicità”; non si sa bene cosa sia, un po’ come l’Azione parallela di Musil, però il nome suona bene, è uno slogan riuscito; suo immediato corollario, ai fini di una concomitante “elevazione spirituale”, sarà il trasferimento ai piani alti degli uffici della Dirigenza, atto dall’evidente valore simbolico. Segue tutto un corredo di parametri per valutare il grado di cooperazione dei soggetti coinvolti,  la valorizzazione delle abilità, il tasso di investimento affettivo reale e altre consimili amenità, tutte assurde e tutte maledettamente realistiche, cioè, per esser chiari, tutte vere, tutte fin troppo vere, come ogni docente di qualsivoglia scuola di qualsiasi ordine e grado può testimoniare.

Gli studenti si dividono in due fazioni contrapposte, i Benesserini, favorevoli al progetto, e i Marci, ostili. I Benesserini ostentano addirittura una loro divisa: giacche di maglia o grossi cardigan, camicia bianca e pashmina. I Benesserini vogliono tabelle, misurazioni, grafici. I Marci invece vorrebbero dare corpo a aspirazioni, speranze e ad altro ancora di cui non hanno nemmeno loro nozioni esatte, forse è per questo che non portano divisa.

 

Ph Robert Doisneau.

 

Questi fatti sono raccontati da un io narrante, che è quello di un professore di mezza età, vedovo, che cerca di capire i mutamenti della scuola assumendo informazioni non dai colleghi con cui, giustamente, non lega, ma da un tecnico che di nome fa Rigoni. Un bel personaggio, ex-campione di pallacanestro, dalla carriera stroncata per un incidente, e che divide la realtà secondo una sua filosofia di basilare contrapposizione dualistica: “se pol far” oppure “no se pol far”.

Parallelamente al Grande Progetto della Scuola della Felicità (con i connessi legami con l’ambiente dell’imprenditoria, banche e assicurazioni) l’Istituto è sconvolto da episodi inquietanti: nottetempo, sulle pareti dei corridoi una mano anonima traccia, con uno stencil, il simbolo dell’arbor inversa o albero rovesciato. Inoltre alcuni studenti, rientranti nell’ambito dei Marci e facenti parte della classe del professore-narratore si lasciano coinvolgere in strane spedizioni notturne in luoghi sperduti e impervi, salvo poi implorare lui, il professore, di venirli a salvare, ma mantenendo il silenzio con compagni e famiglie. Si capisce che nella scuola c’è un mistero. E noi non lo sveliamo. 

 

Alla fine, naturalmente, l’enigma verrà illuminato e, possiamo anticipare, sarà anch’esso in qualche modo di pertinenza scolastica.

Ma, al di là della trama e della sua venatura quasi gialla, ciò che conta in questo romanzo ben scritto e  che procede per frequenti, come si diceva una volta, anacronie, cioè prolessi e analessi temporali, ciò che conta, dicevo, è l’umanità dell’io narrante, questo vedovo di mezza età che riflette sulla comunicazione con i morti, sulla tenacia di quel viluppo di parole, pensieri, gesti, di chi non c’è più e che non si può dissolvere così, di colpo. Deve esistere, ragiona il professore, da qualche parte un luogo virtuale dove incontrarsi, anche a gran distanza; se è vero, com’è vero, che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, allora fanno parte di noi anche altre vite, che portiamo in noi e che si sottraggono al calcolo delle ore e dei giorni.

 

Ed è proprio questa componente umana, di “uomo umano” come diceva Pasolini,  maturato nel dolore della separazione, che lo salva dalla disperazione in cui altrimenti potrebbe condurre un ambiente come quello scolastico, di relazioni faticose, disagi personali riversati sugli altri, maldicenza, indifferenza, assenza totale di solidarietà, infiniti pettegolezzi che sono come i pacchi più sicuri: arrivano sempre a destinazione.

È un insegnante vero, per parafrasare lo scolaro Tommaso Giani, non un impiegato, non uno di quelli che viene per fare le ore, scrivere programmi, registri… Un insegnante che insegna qualcosa in più rispetto alla sua insignificante materia.

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