Gomorra

Tutto il male che vediamo è da capire. La violenza brutale e spietata dei camorristi così come l’orrore estetico dei palazzoni trasformati in brulicanti piazze dello spaccio, in alveari sovrappopolati in cui la funzione abitativa è inesorabilmente sovrastata da un formicolio di attività criminali, di leggi parallele e gerarchie di comando definite da un codice non scritto ma inviolabile.

 

Gomorra è la serie italiana che, come altri prodotti di Sky, più si è avvicinata ai modelli della serialità televisiva americana (se ne parla anche nel libro “Tutta un’altra fiction” uscito recentemente per Carocci, curato da Massimo Scaglioni e Luca Barra): frutto di un ingente investimento produttivo, non ha concesso sconti al racconto del Male, sempre mostrato nella sua piena crudezza. Difficile costruire un allineamento emotivo con i suoi personaggi: anche quelli che, almeno inizialmente, sembrano ritratti in modo più positivo, commettono presto o tardi un atto di brutalità tale che diventa impossibile mantenerne il rispetto. Per esempio Ciro l’Immortale si conquista nel prologo una certa simpatia da underdog, un figlio di nessuno deciso a destabilizzare il potere nobiliare dei Savastano, fino a quando per coprire le conseguenze delle sue velleità scissioniste non esita a torturare e bruciare Manu, una ragazzina appena adolescente, rivelandosi in tutta la sua infamità.

 

Stefano Bises, head writer della serie (il capo sceneggiatore, una figura professionale tipica del sistema televisivo americano, presente a volte anche in Italia), ha raccontato in diverse occasioni come la prima urgenza della sceneggiatura fosse raccontare una famiglia, le relazioni tra i suoi componenti, le loro psicologie. Fino a qui poco di nuovo, anche se la famiglia in questione è quella dei Savastano: il padre Pietro, che passati i quarant’anni inizia ad avvertire il sentore della fine (il camorrista ha spesso una carriera piuttosto breve), sua moglie donna Imma, solo uno degli anticonvenzionali casi di rappresentazione della figura femminile nella serie, ma soprattutto il figlio ventenne Gennaro, detto Genny, perché la prima stagione di Gomorra è in fondo il suo romanzo di formazione, la storia della sua transizione da bamboccione, figlio unico iper-protetto dai genitori, a leader di un movimento di giovanissimi rottamatori (alcuni ancora minorenni) che aspirano a dare una sanguinosa scossa alle gerarchie consolidate del clan.

 

Ma ancora prima dei personaggi, in Gomorra – la serie viene il luogo: molto di più di un paesaggio stato d’animo, molto più di un fondale colorito entro cui si ambientano le azioni dei personaggi, nella serie lo spazio è il loro vero innesco narrativo. L’ideazione e la scrittura della fiction, ispirata al libro di Roberto Saviano, sono partite da una serie di sopralluoghi svolti dalla produzione (in particolare da Bises e Stefano Sollima, regista) nel quartiere di Scampia, dentro e intorno al complesso delle Vele progettato da Frank di Salvo negli anni Settanta.

 

 

Quello in cui si muovono i Savastano e il loro entourage di amici e nemici è un immaginario che non poteva essere costruito da zero perché ha alle spalle un referente reale troppo concreto e impegnativo: non senza difficoltà, Gomorra la serie è stata girata in larga parte a Scampia, e uno dei suoi aspetti più affascinanti è vedere il sogno dell’architettura razionalista, con le radici nel pensiero e nella pratica di Le Corbousier, trasformato in un’amara distopia. Di un progetto urbanistico grandioso, che prevedeva in origine anche negozi, centri sociali, spazi comuni di aggregazione, lo spazio ideale per costruire una comunità fondata sull’ordine e il progresso, restano solo le deturpate vestigia, che la serie mostra senza pudore affidandosi anche a panoramiche e totali contemplativi (molto interessanti anche le frequenti riprese di cumoli di spazzatura, discariche improvvisate che diventano una zona franca, cimiteri per nascondere cadaveri, antri per negoziare lontano da occhi indiscreti).

 

In Gomorra un potente impatto spettacolare e cinematografico (nella fotografia e nella regia) si fonde con una forte vocazione al realismo: i fatti raccontati sono tratti da episodi reali di cronaca, conseguenze di un’imprenditoria criminale costruita sul commercio di droga, a Scampia e Secondigliano. Stefano Bises ha raccontato che la serie ha voluto mostrare come, quando la camorra riesce a infiltrarsi negli appalti immobiliari, i palazzi vengono progettati e costruiti sin dall’inizio sulle basi di un’efficiente multifunzionalità.

 

Non solo nuclei abitativi per le famiglie ma anche piazze di spaccio fortificate, dotate di pertugi, vie di fuga, vicoli ciechi e balconi per le vedette. L’episodio Imma contro tutti, in cui Ciro l’Immortale è messo a capo di una piazza di spaccio, mostra in termini quasi didascalici la rilevanza dell’architettura per la buona riuscita delle transazioni tra tossici e camorristi, oltre che essere la porzione di fiction italiana, e forse europea, più vicina all’irraggiungibile perfezione della serie americana The Wire, la cui prima stagione era dedicata al commercio di droga nei condos di Baltimora, popolati da white e black trash, spazzatura bianca e di colore.

 

Tra le cose più importanti di Gomorra c’è lo sforzo che la serie ha fatto per riappropriarsi del territorio, toglierlo da quel fondale da cartolina che spesso caratterizza la fiction italiana, magari incoraggiato dagli incentivi delle Film Commission regionali, per riportarlo a nient’altro che la sua cruda verità.

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