Corpo e azione

Con questo testo inaugurale si apre oggi un nuovo spazio dedicato all'analisi e alla discussione di una costellazione di concetti da attraversare, elaborare e far risuonare; a titolo esplicativo ne elenchiamo qui alcuni, utili a orientarci con più agio: corpo, rivolta, altro, volto, libertà, autonomia, vita quotidiana, ricerca, dispositivo, ecosofia, differenza, immaginario, contingenza, scarto, contaminazione, comunità, gender, queer, postumano, convivialità, nomadismo, desiderio, cura di sé, incompletezza, transito. Questo breve elenco non vuole in alcun modo essere un programma ma indicare una direzione e sollecitare l'ideazione e la sperimentazione di ulteriori immagini e rimandi.

 

Il nostro corpo è sempre un campo aperto; esposto, è la convergenza del nostro incontro col mondo, soglia di una relazione creatrice dell'ambiente e del vivente a un tempo. Luogo della percezione e del movimento, spazio dell'esperienza, è contemporaneamente un campo di battaglia dove si scontrano differenti forze per estendere i loro domini, è una proprietà che non possiamo mai rivendicare fino in fondo ma con cui agiamo da sempre.

 

La nostra mente, la nostra psiche, è invece un territorio insorgente dove la libertà è possibile a patto di ingaggiare battaglia con i dispositivi di cui siamo stati informati, disinnescando, uno dopo l'altro, certi condizionamenti che ci portiamo dietro da quando siamo nati.

 

Sono le pratiche di vita a fare la differenza, da una parte come dall'altra; ma per quanto duramente ci si eserciti, per quanto si facciano propri certi abiti, non ci sarà mai nessuna vittoria totale e definitiva: il corpo è sempre vulnerabile, tanto all'esterno quanto all'interno, a cambiamenti che sfuggono al nostro controllo e alla nostra volontà. La mente sembra essere più duttile, frazionata, poliforme, sfaccettata, ma conserva pur sempre un lato oscuro, un lato in ombra che sfugge alle pratiche più raffinate di autocontrollo come di emancipazione. Le stesse pratiche di vita, infine, non sono date una volta per sempre ma sono continuamente elaborate, abolite, ridefinite.

 

L'inconsueto, il non conforme, il trasgressivo. Cosa succede quando la riflessione filosofica orienta la propria azione sul cambiamento, sul divenire, sul limite, sulla differenza? E cosa succede quando similmente si fa politica, vita quotidiana, stile? Dà spazio, potremmo dire, a un insieme di questioni, concetti e strumenti che provengono dalla cultura contemporanea e che hanno un impatto sulle istanze sociali, sui movimenti politici e sulla sfera etica.

 

Il dialogo e il confronto, animati da una buona dose di desiderio, creatività e immaginazione, azionano un pensiero critico capace di mettere in discussione i regimi retorici imposti, la violenza del conformismo, i luoghi comuni, l'omologazione uniformante; muovendosi e rinnovandosi continuamente. Tutto ciò è uno stimolo a vivere secondo la propria natura, in forma differente e fuori dai margini.

Un pensiero alternativo e in cammino, in grado di porre domande e rischiare delle risposte, lavora così per trovare soluzioni e vie percorribili, e crea spazio. È una pratica che incide sul quotidiano, regalando, come frutto del lavoro incessante sui concetti, margini di autonomia, di autodeterminazione e di libertà sempre più larghi.

 

Perché pensare la relazione, la soglia, l'incontro, non è possibile se non si riconosce che il libero movimento dell'esperienza nasce insieme a questi. Perciò è fondamentale dare spazio a una pluralità di stili d'essere nel mondo quali itinerari autonomi.

 

Paradossi disciplinari. Se fare filosofia vuol dire entrare nel labirinto, l'esercizio del pensiero libera su un altro piano, quello dei processi di soggettivazione. Esperienza di autonomia e formazione, questo sapere-non-sapere è un gesto precipuamente politico e possiede una valenza liberatoria inarrestabile, per quanto marginale – e in quanto tale – rispetto al dibattito culturale più attuale .

 

Allora questa disciplina non regina ma ancella, minoritaria – e proprio per questo conflittuale – è un atto conoscitivo di sospensione della vita che potrebbe consentirci di vivere forse anche bene e di vedere ciò di cui facciamo ingenuamente esperienza tutti i giorni sotto una luce diversa, al fine di riuscire a pensare sempre nuovamente il mondo che ci circonda e il nostro modo di abitarlo.

Il compito di una filosofia sociale, radicale, potrebbe essere dunque questo: offrire una serie di sguardi altri, per imparare a vivere insieme sul pianeta di cui siamo figli e che, nonostante tutto, continua a ospitarci.

Sebastian Münster, Cosmographia, 1559 circa

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