Sogni e diari del boom

Ogni modernità cela un suo rovescio visionario, una sotterranea corrente apocalittica che ne scompiglia l’immagine. Come se non credesse a se stessa e alla sua promessa di progressivo sviluppo. Anche l’acerba modernità italiana. Tra la fine degli anni cinquanta e i primi sessanta si è ormai avviata. Con clamorosi risultati: nel 1958 il PIL veleggia sfiorando il 5%; l’anno successivo, quello in cui, a Sanremo, Domenico Modugno vola nel blu, la Fiat, che lo prende sul serio, raddoppia la produzione, inghiottendo una buona parte degli 80.000 emigrati che, nel corso di quell’anno, si sono mossi dal Sud d’Italia. Fra il ’58 e il ’60 la cifra triplicherà. Alla fine del 1958, viene inaugurata la nuova Autostrada del Sole. Il suo nastro teso attraversa una pianura padana sbigottita. È un piccolo anticipo, poco più di 100 km fra Milano e Parma. Solo l’inizio. Nel 1959 vengono fissati i minimi salariali; nel 1960 viene riconosciuta la parità di salario fra uomo e donna. Poi c’è la televisione, che diffonde nel Paese il verbo della modernità in marcia, anche se le sue immagini in bianco e nero conservano una patina di antico, o così ci appaiono oggi.

 

Gli italiani vengono rapiti dal gorgo delle novità, tante, che si accumulano in un breve arco temporale. Ma non tutti gli italiani. Il pediatra Elio Bianco, che si fa chiamare fratello Emman, con un ristretto gruppo di adepti, una quarantina, nell’estate del 1960 si ritira sul Monte Bianco per aspettare la fine del mondo. Fratello Emman dice che solo il Monte Bianco verrà risparmiato. Non fa sapere perché, e lo si può capire: in un’apocalisse, che non è cosa ordinaria, non tutto è decifrabile. Segnala comunque la data fatale, e con assoluta precisione: è il 14 luglio. Fratello Emman e i suoi si prendono le ferie con un certo anticipo rispetto al costume nazionale che, da sempre, preferisce il mese d’agosto. L’occasione è certamente particolare. La sua Arca, quindici stanze, svetta a 2200 metri d’altezza. Quando la mattina del 15 luglio Emman mette il naso fuori dall’Arca, deve constatare che nulla di quanto aveva previsto è accaduto. Nel paesaggio d’alta montagna tutto è gloriosamente fermo. Un po’ stordito dirà soltanto: “Ho sbagliato i calcoli”.

 

Ha sbagliato i calcoli, fratello Emman. Ma fino a un certo punto: l’Apocalisse è in atto, e travolge il Paese come uno sconquasso di vaste proporzioni. Neppure il Monte Bianco si salverà. Non è davvero la fine del mondo, ma è certamente la fine di un mondo. Alla piccola apocalisse italiana verrà dato un nome che può far pensare a un’istantanea esplosione, e pare estratto dalla striscia di un fumetto. Il nome – BOOM – occupa le cronache come una nuova epopea nazionale, che ci riscatta dalle frustrazioni della guerra e del primo dopoguerra, rimbalza fra quotidiani e rotocalchi, ma entrerà anche nelle analisi economiche e sociali del periodo arrivando fino al cinema. Nel 1963, al BOOM Vittorio De Sica dedicherà un film, ed è un BOOM già in affanno. Il protagonista è Alberto Sordi, l’attore che più di ogni altro ha portato in scena la nostra storia, dalla prima guerra mondiale in poi, indossando le maschere che hanno consentito agli italiani di sopravvivere alle sue strette.

 

Il BOOM non è che un momento di vertigine, un punto di accelerazione. E uno straordinario deposito di sogni. I suoi anni sono probabilmente gli anni più onirici del nostro dopoguerra, non più di un decennio, grossomodo fra il ’55 e il ’65, che si allunga fino al ’68 (“Il grande sogno”), o poco oltre. Gli anni settanta poi s’inoltrano in un’altra storia, altri sogni, insieme a squarci d’incubi, che, con l’assassinio di Aldo Moro nel maggio del 1978, gettano una luce cupa sull’intera storia del nostro Paese. Sogni e incubi affollano la cella in cui Moro viene tenuto prigioniero. Sogni diversi, schiuma di storie e di vite del tutto discordi. Ma nello spazio soffocante dell’appartamento-prigione di via Montalcini, si ritrovano l’uno accanto all’altro, in un singolare crocevia. Scrive Marco Belpoliti (Da quella prigione, Guanda 2012) a proposito di Buongiorno, notte il film che, nel 2003, il regista Marco Bellocchio ha tratto dalla vicenda: «È un film onirico; è l’intersecarsi di tanti e diversi sogni: il sogno rivoluzionario delle Brigate Rosse… il sogno di riscatto infantile della protagonista… il sogno-incubo di un paese allibito e sconvolto dal rapimento del leader democristiano…».

 

Torniamo agli anni fra la metà dei Cinquanta e i primi Sessanta. Un Paese in movimento, gonfio di speranze. Anni di novità e di grandi cose: è il titolo che la storica Patrizia Gabrielli ha dato alla sua ricostruzione del boom (il libro è stato pubblicato da Il Mulino nel 2011). Ha una particolarità questo libro e una sua forza d’attrazione: è un repertorio di voci, un censimento di emozioni e di sentimenti, un inventario di sogni, di attese, di illusioni. E che tutta questa materia apparentemente evanescente possa entrare nel quadro della nostra storia collettiva mi pare cosa ormai acquisita.

 

Patrizia Gabrielli ha lavorato prevalentemente sui Diari raccolti nell’Archivio di Pieve Santo Stefano, autentico giacimento della memoria del nostro Paese. Le voci sono quelle di uomini e donne alle prese con la vita e le sue inusitate trasformazioni. Ci sono i suoni e i rumori di ogni giorno, e il piccolo, inconfondibile, respiro della vita corrente. Il Diario, questi diari, e forse ogni diario, è una ricapitolazione di ciò che ognuno vive, una sistemazione a cose accadute, per fissare o trattenere ciò che è destinato a passare. “Si scrive per salvare i giorni”, dice Maurice Blanchot. “Un’impresa di salvazione… Ogni giorno registrato è un giorno preservato”.

 

La mia storia non può andare dispersa, se la trascrivo sulla pagina, non andrà smarrita, questo è il tacito presupposto di ognuna di queste scritture. E così ci appaiono i frammenti di questi diari: cristalli di vita, zattere sbattute dal vento in un mare in tempesta. Nel turbinio della tempesta la narrazione personale prende toni epici.  E ogni storia diventa una piccola odissea.

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