I sogni di Palmi

Sogni. Questa volta notturni, non ad occhi aperti. Fioriture di notti irrequiete e di sonni trovati a fatica. Piccole rivincite sulla realtà; esigui spazi di libertà, che si schiudono alla fine di una giornata, quando hai ancora addosso le cose vissute, i sentimenti, le emozioni. Il sogno può essere un modo per scrollarli via, quando ci si riesce, come, da una tovaglia, le briciole del pasto appena consumato. O ti restano addosso? Magari per giorni, o anche per anni, sbucando all’improvviso in una qualsiasi altra notte, e non sai bene perché. Non arrivi a dar loro un senso. Non connetti i pezzi, niente da fare: non s’incastrano, come può capitare in un puzzle sgangherato che non si riesce a chiudere.

 

Ma perché i sogni dovrebbero avere un senso? Non tutto ciò che viviamo, o vediamo, ha un’immediata decifrabilità. Il mondo non è un libro aperto davanti a noi. Il libro del mondo è solo un’immagine segnata dal tempo, e ormai fuorviante. Presuppone che il mondo si travasi per intero nel linguaggio. Ma è così? Possiamo anche dire che il mondo è un libro, ma ne sono andate perdute alcune pagine. Il suo racconto è destinato a restare incompleto, lacunoso.

 

I sogni allora – mi piace pensarli così – potrebbero essere un modo per addestrarsi alla vertiginosa e tragica insensatezza del mondo. E alla nostra vertiginosa e tragica libertà. Sono il fondo selvaggio dei nostri pensieri, dove fermenta un subbuglio d’immagini, e la vita scorre senza ragioni. Senza le nostre ragioni. A nostra insaputa.

 

Sogni fatti in carcere. Sono diversi dagli altri? Il filosofo Pavel Florenskij, incarcerato nel gulag delle isole Solovki per quattro anni, fra il 1933 e il 1937, poi fucilato nell’inverno del ’37, racconta come il sogno sia costantemente presente nella vita del prigioniero. Nell’aria densa delle baracche, si sogna come si respira: “Nelle prigioni e nei lager la gente fa molta attenzione ai presagi, ai sogni e ai presentimenti. Persino le persone che per la propria visione del mondo negano tutto ciò che è misterioso…Questo timore dei sogni di ogni genere da parte di chi ti circonda ha un effetto contagioso, tanto più che senti parlare in continuazione di sogni e presagi che si sono avverati”.

 

Qui il sogno è una specie di soglia della realtà. Quando prende la forma del presentimento, anticipa la realtà per smorzare la paura di quello che può accadere. In qualche modo, ci si prepara. Pavel Florenskij avverte nei sogni fatti durante gli ultimi giorni della sua prigionia, prima della fucilazione, la “paura del cambiamento”.

 

Diversa l’osservazione che fa Reinhart Koselleck nella sua prefazione a Il Terzo Reich dei sogni, un libro straordinario (uscito in Italia nel 1991) che racconta in un modo assai singolare gli effetti del totalitarismo sulla psiche umana, raccogliendo i sogni di trecento cittadini tedeschi. Così, credo per la prima volta, almeno per quanto riguarda la Modernità, i sogni entrano a pieno titolo nella narrazione storica. Particolare la testimonianza di un giovane internato che, nel corso della sua prigionia, si trova a sognare soltanto figure geometriche. Niente di vivo o di animato. Solo rettangoli, triangoli, e ottagoni. All’impoverimento della vita, che nei lager può diventare annientamento, fa dunque seguito il prosciugamento dei sogni, il loro inaridimento.

 

Rientriamo in Italia. Casa circondariale di Palmi, che, negli anni settanta, diventa “supercarcere” per volontà del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che dirige la controffensiva della Stato contro il terrorismo. Quasi una guerra, che va avanti da oltre un decennio. A Palmi, vengono ospitati alcuni fra i maggiori esponenti delle organizzazioni terroristiche, di varia ispirazione. E a Palmi, tra la primavera e l’estate del 1984, mentre il terrorismo va sfiammando, un gruppo di 16 detenuti politici, in carcere ormai da svariati anni, si scambiano i propri sogni, li mettono in comune (un libro del 2012, I sogni di Palmi, pubblicato da Sensibili alle foglie, a cura di Nicola Valentino, ricostruisce questa particolarissima esperienza). “Essi – avverte Nicola Valentino – furono fatti circolare fra noi, preceduti da una presentazione intitolata Istruzioni per l’uso. In essa veniva dichiarato il rapporto con il mondo onirico che volevamo istituire: nessuna interpretazione dei nostri sogni secondo questa o quella scuola di pensiero, per lasciare semplicemente che essi comunicassero”.

 

Nessuna interpretazione dunque, nessuna esplorazione, più o meno avventurosa, di un ipotetico inconscio, soltanto comunicazione, scambio. Ed è quello che nel “supercarcere” è consentito solo limitatamente. Il sogno infrange il muro che tiene separati e distanti gli individui, riportando alla luce quella comune umanità che il “militante tutto d’un pezzo” tende a celare. Un po’ per via della cultura in cui si è formato, e anche per le procedure che sono proprie dell’istituzione carceraria.

 

Si parlava dei sogni come di un possibile addestramento. I “sogni di Palmi” credo che possano essere letti appunto come un addestramento. Ripensiamo all’anno in cui l’esperienza si sviluppa: 1984. Di lì a poco (1987), Renato Curcio e Mario Moretti dichiareranno chiusa l’esperienza delle Brigate Rosse. La gran parte dei sognatori di Palmi hanno fatto parte di questa organizzazione. Questo vuol dire che nel 1984 stanno vivendo la loro fine politica, ci sono immersi dentro. “Negli anni ottanta – scrive Nicola Valentino – questa identità, che fino ad allora ci aveva sorretto, vacilla, va in crisi, in un modo allora poco chiaro e disorientante…Il mondo stesso degli anni settanta crollava e con esso miti, visioni, utopie di tutto un secolo. In questo crollo si sgretolava anche quella dimensione comunitaria di riferimento che aveva riempito di speranze sociali lo spazio angusto della cella”. E soprattutto non sanno come uscirne.

 

Quel mondo dunque crolla, le sue speranze e i suoi sogni traballano, la cella si svuota per far posto a una solitudine che può disfare le esistenze. Qui, nel corso di questo crollo, si aprono i sogni di Palmi, scriteriati come tutti i sogni, “mondo alla rovescia” che ora non chiede di essere raddrizzato. Chiede di venire alla luce e basta. Chiede di vivere. Niente proclami o comunicati roboanti. Soltanto dei fogliettini in cui i sogni appena sognati vengono trascritti, e con l’innocua complicità di uno “scopino” scivolano fra le sbarre, come folletti, passando da sognatore a sognatore. Una libera prateria nel territorio di un “carcere speciale”.

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