Svegliatevi compagni!

“Svegliatevi da questo sogno, compagni!”

A parlare, ne La cosa di Nanni Moretti, film-documentario del 1990, è un giovane comunista della sezione di Testaccio, un quartiere popolare di Roma. Il giovane incalza: “C’è mai stato il comunismo?”. Interrogativo fino a qualche mese prima impronunciabile, almeno in quella sede. Ora, sono crollati i muri, e rovesciati gli idoli. (“Siamo stati idolatri”, dice un altro compagno in ossequio forse a una lontana, ma resistente memoria biblica).

 

Mentre viene sancita la fine del “socialismo reale”, si chiude anche la parabola del comunismo italiano: il 24 novembre del 1989 il Comitato Centrale del PCI, su proposta del suo segretario, Achille Occhetto, vota, con una maggioranza del 67,7%, a favore del cambiamento del nome del partito e per l’avvio di una nuova stagione politica.

Colti di sorpresa dall’iniziativa del segretario (“un pugno in faccia” ), i militanti non si accontentano di dibattere attorno al nome da dare alla nuova formazione politica. Si chiedono che cosa ha significato il nome che si dispongono ad abbandonare. Guardano indietro con inquietudine: dove hanno sbagliato?

 

La discussione occupa giorni smuovendo una massa di emozioni difficile da tenere a freno. Impetuose correnti di parole attraversano, da Nord a Sud, tutte le sezioni del PC, trasformate in perimetri ossessivi, luoghi onirici dove vengono convocati i fantasmi del passato. Gli uomini e le donne che sentiamo parlare nel film-documentario di Moretti appaiono a disagio nel presente scabro che stentano ad accettare, il presente che depreda i nomi (“comunismo” anzitutto), annienta le identità, disperde il senso del passato, il tempo delle lotte e delle masse protagoniste. Ma è stato davvero così? Sono state protagoniste le masse? Lo sono ancora? Anche questo ci si chiede. Ora vengono a galla i dubbi per tanto tempo soffocati.

 

“Stiamo parlando dopo l’uragano”, scrive Rossana Rossanda in un libro, Sentimenti dell’aldiqua, che, nel 1990, stende la mappa delle nuove sensibilità. Il “cattivo nuovo”, si sostiene in quel libro, porta “acquiescenza” e “rassegnazione”. L’uragano ha prodotto un vento ghiacciato che ha spazzato via l’idea stessa del futuro facendone polvere. Nello sradicamento finiscono con il dilagare “opportunismo” e “cinismo”. Questo il quadro. Questa la “situazione emotiva”.

 

“Ho molta confusione”, dice con sofferenza una vecchia militante bolognese. “Il cuore dei comunisti è inadeguato”, dice un compagno di Napoli. “Se mi capiterà di passare dalla sezione nel 2023, vi troverò ancora a parlare del socialismo reale”, insiste impietosamente il giovane del Testaccio. Dunque: “Svegliatevi da questo sogno compagni!”. Il sogno sta sfumando, si diradano le ombre, si spengono i desideri che l’hanno tenuto in vita.

“Tanti anni fa avevamo un progetto comune, un sogno comune. Ma c’eravamo sbagliati…”, dichiara il protagonista de La messa è finita di Moretti. È un prete, ma parla come uno dei loquaci militanti de La cosa. Guarda il mondo con arresa amarezza. Con stupore anche, come se non ne facesse più parte. La messa è finita non è soltanto un’espressione rituale, è un implacabile verdetto: il sogno è finito, e nessuno sa che cosa ci sia oltre. Siamo nel 1985, manca ancora più di una spallata al crollo del muro, ma dubbi e perplessità hanno cominciato ad erodere le radici dell’esistenza individuale.

 

Facciamo un piccolo salto all’indietro, torniamo alla metà degli anni settanta. Una canzone di Giorgio Gaber fissa, con sarcasmo aggraziato, il paesaggio mentale delle nuove generazioni di militanti, dove le certezze si vanno sbriciolando rovesciandosi nel loro opposto:

 

“Tutto che saltava in aria e c’era un senso di vittoria

…tutto sembrava pronto per la rivoluzione

ma era una tua immagine o soltanto un’invenzione.

Ci siamo sentiti insicuri e stravolti

Come reduci laceri e stanchi, come inutili eroi

Con le bende perdute per strada

E le fasce sui volti”.

 

Albrecht Dürer, Il disegnatore della donna sdraiata, 1538, immagine voluta da ItAlbrecht Dürer, Donna sdraiata, 1538. Immagine voluta da Italo Calvino per la copertina di “Palomar” (1983)

 

Come si muovono questi “reduci laceri e stanchi”, “inutili eroi”, nel decennio successivo e appena oltre? Come si nuota nelle acque stagnanti di un paese che non ha più sogni? Come si vive, o si sopravvive?

Morendo, suggerisce Italo Calvino, in Palomar (il libro esce nel 1983). O meglio: facendo il morto, sottraendosi allo sguardo degli altri e scivolando fuori dallo spazio sociale, andando ad occupare gli angoli e le fessure, comunque la minor superficie possibile. Rimpicciolendosi, se si vuole usare un’immagine che proviene dalle strategie di sopravvivenza di Franz Kafka.

Ma atteniamoci ai suggerimenti del signor Palomar:
 

“Il signor Palomar decide che d’ora in poi farà come se fosse morto, per vedere come va il mondo senza di lui. Da un po’ di tempo si è accorto che fra lui e il mondo le cose non vanno più come prima; se prima gli pareva che si aspettassero qualcosa l’uno dall’altro, lui e il mondo, adesso non ricorda più cosa ci fosse da aspettarsi, in male e in bene, né perché questa attesa lo tenesse in una perpetua agitazione ansiosa”.

 

Le parole appena riportate stanno all’inizio dell’ultimo capitolo del libro. È un congedo. Palomar ripercorre l’intricata trama dei rapporti che si stringono fra io e mondo, spingendosi “dove le parole tacciono”. Inaugura un particolare timbro d’attenzione verso quello che cade quotidianamente sotto i nostri occhi, ma che spesso neppure avvertiamo. È la sua una forma di religiosità naturale che ha il suo rito nell’esperienza ordinaria. Nulla a che fare con le religioni storiche o istituzionali. È solo una disposizione della mente. Palomar è un uomo che è uscito dalla storia, come molti si apprestano a fare, in questi anni, e successivamente. Vive in una specie di quieta veglia, che poi, a guardar bene, quieta non è affatto.

 

“Il signor Palomar dovrebbe provare una sensazione di sollievo, non avendo più da chiedersi cosa il mondo gli prepara, e dovrebbe anche avvertire il sollievo del mondo, che non ha più da preoccuparsi di lui. Ma proprio l’attesa di assaporare questa calma basta a rendere ansioso il signor Palomar.

Insomma, essere morto è meno facile di quello che può sembrare.”

Sofia, Soviet Army Monument, Ulrike Schult

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