Per sconfiggere l’entropia

La Biennale tra passato e attualità

Sostiene la simpatica Bice Curiger, curatrice della cinquantaquattresima Esposizione Internazionale d’Arte, che la divisione in padiglioni nazionali è la specificità e l’unicità della Biennale di Venezia; ed è tutt’altro che anacronistica. Conseguentemente ha costruito sull’idea di nazionalità e storia la sua mostra, intitolandola ILLUMInazioni. La novità è che la curatrice ha creato quattro nuovi “para-padiglioni”: strutture architettoniche create da quattro artisti (Son Dong, Monika Sosnowska, Oscar Tuazon e Franz West) che ospitano le opere di altri artisti, dando vita a delle “opere-ambiente” a metà tra scultura e architettura che presentano delle altre opere più o meno omogenee. Un’idea interessante che però funziona soltanto nei primi due casi: lo stridore e l’incoerenza non sempre sono un valore, e queste purtroppo sono le caratteristiche di molte parti della Biennale, soprattutto all’Arsenale.

 

Giardini.

Da qui conviene quindi partire, senza un itinerario preciso, annotando soltanto quello che è interessante. È utile andar subito a vedere, nel Palazzo delle Esposizioni (ex Padiglione Italia), il lavoro di Monika Sosnowska, forse l’artista più valida della scena polacca odierna, che lavora da anni al confine tra architettura e istallazione. Si trova al Piano superiore ed è una suggestiva grande stanza a forma di stella con le pareti ricoperte da carta da parati. Nel suo spazio ci stanno le fotografie del sudafricano David Goldblatt e un’istallazione, Sick, del giovane inglese Haroon Mirsa (una piccola pepita d’oro che salta in un cilindro di vetro a causa delle vibrazioni sonore di un altoparlante).

 

Le foto di David Goldblatt (1930) sono molto belle: Areals è una serie di grandi immagini di insediamenti abitativi caotici.

 

 

Poi ci sono le straordinarie foto della serie Ex-Offenders at the Scene of Crime. Nel cartello di accompagnamento, Goldblatt spiega: “Molti di noi in Sud Africa sono stati vittime di reati spesso violenti (…). Essendo stato anch’io una vittima, mi sono chiesto chi sono le persone che ci stanno facendo questo. (…) ho voluto andare oltre le statistiche e conoscere alcuni di loro come individui, ritrarli e scoprire la loro vita”. Pagando a ciascuno l’equivalente di 80 euro, Goldblatt ha teatralizzato il loro delitto facendoli tornare esattamente nel luogo dove fu compiuto e fotografandoli con l’aria mesta del tempo trascorso (e della pena scontata).

 

Nelle altre sale del Palazzo delle Esposizioni, incuriosiscono le opere surreali (video su quadri predisposti) della svizzera Pipilotti Rist (1962): vecchie vedute di Venezia ritoccate dove si inseriscono proiezioni colorate che modificano lo schermo-quadro come un caleidoscopio in continuo movimento.

 

 

Il resto delle opere esposte nel Palazzo passa in secondo piano per la visione delle centinaia di piccioni impagliati istallati da Maurizio Cattelan  - che, come ne Gli uccelli di Hitchcock, osservano i visitatori dall’alto, annunciando, pare, il suo ritiro dal mondo dell’arte - e soprattutto per l’effetto che fa la grande sala centrale dedicata ad alcuni dipinti di Jacopo Tintoretto (un’Ultima cena; La creazione degli animali e Il trafugamento del corpo di San Marco): “Non è solo un tributo a questo grande pittore della luce e di una luce febbrile, ma anche un modo per ripensare le nostre categorie temporali, per ripensare ai limiti di una mostra dedicata all’arte di oggi” (così lo giustifica Bice Curiger).

 

L’effetto è straniante: la commistione di “vecchio” e “nuovo” che è ormai la caratteristica di molte esposizioni fuori-Biennale (da quella, come sempre molto bella, di Palazzo Fortuny a quella della Fondazione Prada a Ca’ Corner della Regina), induce a richiedere un ripensamento sulla natura dell’arte odierna.

Secondo Gillo Dorfles si è sfatata così “la tradizione che l’arte contemporanea non abbia nulla a che fare con quella del passato, anche se, per altro, ha messo in luce l’abisso che esiste tra i bagliori tintorettiani e le modeste - o esagerate - luminosità di tanti contemporanei, penso a un caso tipico come quello di Jack Goldstein o di Navid Nuur ai Giardini. Comunque sia, un po’ di confronto e di contrapposizione non nuoce, anche se continuo a credere che -linguisticamente e matericamente - ogni paragone sia impossibile e forse ‘pericoloso’ ”.

 

È quasi ovvio constatare che alla Biennale si assiste (con l’unica eccezione del padiglione sgarbiano, su cui torneremo) all’esposizione di oggetti assai lontani dai “dipinti”. Le opere sono ormai manifestazioni multiformi della creatività: istallazioni e video, performance e giochi di suoni e luci, elaborazioni digitali e spazi bui impenetrabili… Attraversiamo il carnevale pirotecnico della fantasia che cerca di rappresentare senza limiti l’incerto e caotico mondo in cui viviamo.

 

A questo viene da pensare quando ci si trova di fronte a uno dei più straordinari dipinti del tardo Rinascimento: Il trafugamento del corpo di San Marco (1562-1566) del Tintoretto. Un’opera che sembra uno spettacolo teatrale metafisico, con figure appena accennate (paiono spettri), in secondo piano, che fuggono a nascondersi sotto i porticati per ripararsi dal rosso uragano che ha spento la pira dove volevano cremare il corpo del Santo.

 

Dopo questa scena non è facile tornare a visitare gli altri padiglioni dei Giardini, ma si fanno scoperte interessanti.

 

La cosa che più colpisce è la forte e significativa presenza di artisti israeliani ed ebrei. Addirittura il Padiglione polacco è stato offerto per la prima volta, con una decisione di grande valore simbolico, ad un cittadino di un altro paese: l’artista israeliana Yael Bartana (1970) che vi proietta la sua trilogia cinematografica (Incubi, 2007; Muro e Torre, 2009; Attentato, 2011). Bartana racconta l’attività del “Movimento per il rinascimento ebraico”, un gruppo politico da lei creato che si pone l’obiettivo di far ritornare oltre tre milioni di ebrei nella terra dei loro padri. Per far questo essa è arrivata addirittura a far edificare da giovani israeliani un vecchio kibbutz nel centro di un quartiere di Varsavia tra lo stupore, fedelmente registrato dalla cinepresa, dei passanti.

 

Il Padiglione francese è tutto dedicato a Christian Boltanski con un’istallazione che ha per tema la fortuna, la predestinazione e la morte. Nelle due sale laterali troneggiano due monitor che riportano in tempo reale la cifra dei nati e dei morti, in una sorta di ideale bilancia del dare e dell’avere. I numeri che mutano in continuazione sui display rimandano idealmente alle creazioni di un altro artista di origine polacca, Roman Opalka, che alla Galleria Michela Rizzo (Palazzo Palombo Fossati, San Marco 2597) tiene una personale, Il tempo della pittura, dove presenta alcuni suoi Détail: tele dove, a partire dal 1965, va dipingendo la sequenza di numeri progressivi (ha superato il numero 5.500.000) che scandiscono la sua esistenza in attesa dell’ultimo numero che sanzionerà la sua fine. Al centro dell’istallazione di Boltanski sta una complicata macchina, simile a una rotativa, che fa girare a nastro continuo ritratti di neonati come fogli stampati. In fondo, su due schermi, si compongono, sollecitati dai visitatori che premono un bottone, dei ritratti composti da tre sequenze parallele e autonome, come le finestrelle delle slot machine. L’effetto è quello di volti mostruosi e asimmetrici che sembrano le foto segnaletiche di ricercati dalla polizia.

 

 

Appena fuori, se ci si siede su una delle vecchie seggiole apparentemente abbandonate si provoca una voce che sussurra: “È questa l’ultima volta?”. Non è l’opera più originale di Boltanski, ma non lascia affatto indifferenti.

 

Nel padiglione israeliano, Sigalit Landau mette in scena l’utopia della pace e della convivenza, con tubature d’acqua strettamente collegate, progetti di ponti di sale sul Giordano e un memorabile video che mostra tre uomini intenti a una sorta di danza rituale che consiste nel tracciare con i coltelli sulla sabbia confini e zone continuamente messi in discussione dagli altri.

 

Ma la cosa che colpisce di più, sulla terrazza esterna del Padiglione, è un girotondo di paia di scarpe legate tra loro, su un quadrato magico a sbalzi, che ricorda le montagne di calzature ammassate nelle baracche dei campi di sterminio.

 

 

Nel Padiglione svizzero, l’istallazione di Thomas Hirschhorn, che si intitola Chrystal of Resistance, è il trionfo del riciclo avvolto nel Domopack e nella carta stagnola. Un Blob della spazzatura di plastica e dei rottami. All’ingresso, uno stendardo con la scritta: “Bisogna lottare contro la trasparenza ovunque”. In effetti l’atmosfera è soffocante e le decine di bocche dentate con Cottonfioc sembrano i sorrisi beffardi di demoni mutanti.

 

La Germania ha visto premiato il suo padiglione tutto occupato dalla ricostruzione dell’interno di una chiesa grottesca, con proiezioni di video alle pareti accompagnate da musiche wagneriane. L’artista Christoph Schlingensief, da poco scomparso, non ha fatto in tempo a completare l’allestimento di Eine Kirche der Angst vor dem Fremden in mir (presentato per la prima volta alla Ruhrtriennale nel settembre del 2008). Nella sala accanto, come in una sagrestia avvelenata, vengono proiettati filmati sull’identità e il senso di colpa dei tedeschi.

 

Uno dei padiglioni più interessanti è quello del Belgio con le opere di Angel Vergara che compongono Feuilleton, una meditazione sui Sette peccati capitali. Come già nel caso della svizzera Pipilotti Rist, Vergara presenta dei video che riprendono superfici trasparenti sulle quali un pennello traccia dei segni colorati, mentre dietro di essi scorre un altro video. La luce che scaturisce da questi schermi, che pervade in modo caotico tutte le stanze del padiglione, sembra essere la miglior rappresentazione del tema della Mostra.

 

 

Arsenale.

All’inizio del percorso ci si imbatte nella bellissima istallazione del cinese Son Dong che ha ricostruito la casa dei suoi genitori, trasportando la facciata di un edificio di più di cento anni, dietro al quale ha inserito una sorta di labirinto composto da ante di armadi, finestre e porte, come una grande gabbia.

 

 

Proseguendo si può ammirare il video, premiato con il Leone d’oro, dello svizzero-americano Christian Marclay (1955), geniale inventore dei sound collages e instancabile sperimentatore delle possibilità di fusione di immagini e suoni. The Clock (2010) è un video composto da 24 ore di momenti filmici nel quale i vari personaggi interagiscono con la cronologia, abitandola. Grazie a un meccanismo di sincronizzazione il filmato mostra allo spettatore esattamente il fotogramma corrispondente al momento in cui egli lo sta guardando: alle 16:18 sono entrato nella stanza e ho visto uno spezzone di un film degli anni trenta dove c’era un campanile che segnava le 16:18. Stando davanti a quello schermo, si viene “illuminati” dalle implicazioni visive della teoria della relatività e si perde il senso del passato, del presente e del futuro.

 

Nel lungo video Nacht und Nebel l’israeliano Dani Gal (1975) rimette in scena la storia, immaginando, sulla base della testimonianza del sopravvissuto allo sterminio e allora poliziotto Michael Gal, la dispersione in gran segretezza, al largo delle coste di Israele, delle ceneri del criminale nazista Adolf Eichmann (giustiziato mediante impiccagione il 31 maggio 1962): una “cancellazione” simile a quella recente di Osama Bin Laden.

 

 

Ci si imbatte poi nella statua di un uomo, nella copia del Ratto delle sabine del Giambologna e in una poltrona che bruciano come candele. E in effetti Urs Fischer, con il suo Untitled, ha costruito candele che colano la loro cera modificando lentamente ma inesorabilmente la loro forma.

 

Si entra quindi in una foresta di archeo-fantascienza opera dell’argentino Adrián Villar Rojas e dei suoi collaboratori, intitolata L’assassinio della tua eredità. Si tratta di una serie di sculture monumentali in argilla (costruite appositamente per la mostra e destinate ad esser distrutte a novembre) che suggeriscono l’idea che differenti universi potrebbero coesistere allo stesso tempo.

 

 

Infine si arriva agli spazi della rassegna italiana. Essendoci proposti di segnalare, in modo molto soggettivo e con molte imperdonabili omissioni, le cose più significative, varrebbe la pena stendere un pietoso velo di silenzio sulla rassegna curata da Vittorio Sgarbi. Ma bisogna dirne qualcosa, perché essa rappresenta fedelmente il degrado e la meschineria di una parte della cultura italiana. Affidare a duecento intellettuali (e chi scrive, essendosi rifiutato, può a buon diritto esprimere il suo giudizio senza esser tacciato di risentimento per l’esclusione) il compito di scegliere il loro artista ha provocato la selezione di un gran numero di parenti, amanti e sodali. Ed è difficile comprendere perché intellettuali di valore e fama, non certo bisognosi di questi riconoscimenti, si siano prestati a un’operazione così squalificata.

 

I pochi artisti di valore sono stati sommersi e oscurati da un ciarpame indistinto che autorizza tutti a sentirsi “artisti” (e infatti, già dal secondo giorno, è capitato di assistere a pittori della domenica che portavano lì le loro opere appoggiandole timidamente alle strutture espositive dando vita a un caravanserraglio degno di una fiera di paese). Questa “scelta provocatoria” non è un modo per “rompere le logiche del mercato e degli addetti ai lavori”, ma proprio la conferma della bontà e della necessità di persone e istituzioni che selezionano (come fanno gli editori con i libri) quasi sempre il meglio, anche perché su questo campano. Non esistendo più un criterio univoco di valutazione dell’arte (se mai è esistito!), le regole (anche commerciali) è comprensibile che le dettino i curatori, le gallerie e i grandi collezionisti. Fra due anni si dovrà ripartire da zero.

 

Per fortuna, tornati a rivedere il cielo e la laguna, è possibile rifarsi gli occhi e il cervello dirigendosi in battello a visitare la mostra Uno dei tanti modi per sconfiggere l’entropia, curata dal russo Aleksander Ponomarev.

 

Arrivati in fondo ci si rende conto che dovremmo essere più consapevoli della velocità inopportuna(anche se comprensibile) con cui spesso si attraversano le sale delle esposizioni e dei musei, tralasciando opere interessanti e degne di nota. Questo è dovuto all’affollamento delle sale espositive, all’effetto di schiacciamento e soffocamento che troppe opere in una volta suscitano sul visitatore, al poco tempo che spesso si ha per una visita (per vedere abbastanza bene la Biennale e tutti i padiglioni ormai sparsi per la città, più le varie mostre, disseminate tra palazzi e gallerie, occorrerebbe almeno una settimana di intense scarpinate).

 

Eppure molte opere che vediamo ci si appiccicano addosso ed entrano a far parte della nostra vita e delle nostre storie. Diventano icone del nostro immaginario e architravi del nostro gusto estetico contemporaneo.

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