raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Infinite text

Il gioco, l’alea, l’incontro. Queste parole indicano, senza definirlo, il nuovo spazio [...] dal quale l’ignoto s’annuncia e, fuori gioco, entra nel gioco della vita attraverso il desiderio [...], [nel gioco] del tempo con l’affermazione dell’intermittenza [...], [nel gioco] dell’opera con la liberazione dell’assenza d’opera.

(Maurice Blanchot, L’Entretien infini, 1969)

 

Lunedì l’ho visto. Non così presto e non in quel momento, ma me l’aspettavo: ricordavo la data prevista per l’uscita (Il giorno dei morti, ma non l’abbiamo fatto apposta! scherzava l’editore) e poi in mattinata avevo trovato sul giornale l’anticipazione di Sandro Veronesi. L’avevo estratta dal giornale e riposta. Prima non leggo mai commenti su un libro che leggerò dopo. Se Veronesi in quel pezzo avesse, per esempio, infamato me, proprio me, lo verrei a sapere solo dopo aver letto Il re pallido di David Foster Wallace, e quindi non potrei citarlo in giudizio: il reato sarebbe già prescritto. Ma è un’ipotesi di scuola, remotissima dalla realtà.

 

Ero remoto io stesso, dalla realtà, mentre al Libraccio stavo accettando la tessera di fidelizzazione, pensando che forse non era neppure la prima volta (ciò che, sulla mia fedeltà, la dice lunga). È un Libraccio mezzo di usato e mezzo di novità. Mentre la signorina facente (alcune) funzioni di libraia aspettava che io compilassi il foglio con i miei dati, chiacchierava con una collega, che intanto apriva un pacco di novità, e la novità era l’edizione italiana del romanzo postumo e incompiuto di Wallace. Diverse copie, liberate grazie alla forbice della collega da quegli indistruttibili nastri che mi fanno sempre pensare a qualcosa a cui pensare non vorrei. Ho preso in mano una delle copie, chiedendo permesso, l’ho soppesata. Si dice che Wallace avesse completato un terzo del piano dell’opera. Comunque ne è uscito un bel laterizio editoriale.

 

Non l’ho acquistato. Al momento non avrei il tempo per leggerlo.

 

Ho esattamente l’età dell’autore. Questa è una gaffe. Sono nato nello stesso anno dell’autore. Invecchiando, controllo di più certi miei impulsi. Nel primo pomeriggio di una giornata di prima primavera, anni fa, sono passato da una libreria per ritirare un libro che mi serviva per lavorare. Ho intravisto il romanzo appena uscito di un autore di cui sapevo poco, l’ho aperto ancora sul bancone, ho letto l’incipit, l’ho preso in mano, sono andato alla cassa, ho pagato il libro per cui ero andato in libreria assieme a quello lì incontrato e che stavo continuando a leggere mentre facevo la fila, mentre pagavo, uscivo e andavo a sedermi sulla prima panchina libera nel parco di fronte alla libreria. Ho interrotto solo con il buio, per andare a casa, e riprendere la lettura sino a terminare il libro. Qualche anno dopo, lo stesso libro mi ha occhieggiato dallo scaffale, e ci sono ricascato. Ci sono libri che piacciono, e ci sono libri da cui non riuscire a staccarsi: A non implica B e neppure B implica sempre A. Infinite text?

 

Ora non mi càpita più. Non mi chiedo se sbaglio o no, mi chiedo se sia un peccato (da intendersi in senso laico) o no. Non potrei fare diversamente, così come non posso più stare sveglio: mi addormento anche se tengo la luce accesa e il libro in mano. Di buono, a non leggere sempre e furiosamente, c’è che si guadagna tempo per pensare. Cioè per leggere sé stessi, ivi comprese le proprie letture. Le ricette gaddiane di “I viaggi, la morte” (non il libro, ma proprio il capitolo da cui il libro prende il titolo) si possono applicare non solo a viaggiare o stare (sedere, come i sedenti di Gadda e i sedentari del dizionario) ma anche a leggere sempre o non sempre. Leggere solo libri, senza mai leggerne la propria lettura, non basta: si diventa come scanner (o, per gli intenditori, come “il Ferrari” di Levi).

 

Con in mano l’ultimo Wallace, in libreria, ho pensato a quando prevedere di leggerlo e a come evitare di sentirne parlare prima di leggerlo. Poi mi è venuta in mente l’intervista di David Lipsky che in edizione italiana è appena uscita da minimum fax (Come diventare se stessi). Intervista, poi. Quasi un’entretien infini: Lipsky ha passato cinque giorni con Wallace, durante il tour di presentazione di Infinite jest. Il libro era uscito da poco, Wallace era appena diventato famoso anche perché poco tempo prima aveva pubblicato il suo reportage sulla crociera che aveva fatto impazzire tutti di ilarità e ammirazione. Quindi il suo romanzo era attesissimo: destava curiosità con le sue proporzioni colossali, l’alone di leggenda enigmatica che già lo circondava, la sua forma innovativa. Lipsky compiaceva Wallace in diversi momenti delle loro conversazioni; essendo anche Lipsky uno scrittore si trattava di compiacimento da colleghi. Wallace era prudente. È un libro molto grosso, diceva, ci vogliono almeno due mesi per leggerlo bene e due mesi non sono passati dalla sua uscita. Quindi tutti i complimenti che sto ricevendo, e tutto il pubblico che viene alle presentazioni, con le interviste, i party, l’entusiasmo non sono davvero meritati. Non può essere piaciuto il libro: l’unica cosa che finora può essere piaciuta è il lancio del libro (e dicendolo si crucciava per certe cartoline che l’editore aveva prodotto e che lui invece non avrebbe voluto).

 

Aspettare; anticipare; affrettarsi; sospendere; ritagliare per dopo; ricordare; mettere sul comodino; spegnere la luce; trovare una panchina; spegnere il telefono; presentare al pubblico; parlare a chi non ha ancora letto; commentare per chi non ha ancora saputo, consultare il display con il timer della lavatrice; sincronizzarsi; acquistare un libro-novità; togliere il cellophan e l’etichetta libro-novità a un libro acquistato mesi prima; incominciare a mezzanotte a leggere un libro ex novità acquistato mesi prima (avendo sonno e dovendosi svegliare presto) e non poter dormire prima di averlo finito, imparare a procrastinare; sbobinare conversazioni tenute anni prima con una persona che ora è morta; pubblicare libri postumi; sentire in sogno una voce pacata e amplificata che allittera: “Play, please”. Il tempo, cosa non è.

 

Questo spazio è sempre e solo l’approssimarsi di un altro spazio, la vicinanza del lontano, l’aldilà privo tanto di trascendenza che di immanenza. È un campo “ai confini dell’arte” e della vita, un luogo di tensione e di differenza dove tutti i rapporti sono rapporti di irreciprocità, spazio multiplo affermato unicamente, e a prescindere da ogni affermazione, da una parola plurale che, dando un senso nuovo alla pluralità, riceva in cambio la tacita possibilità: la morte alfine vissuta.

(Maurice Blanchot, L’Entretien infini, 1969)

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