Intervista video a Donald Norman

Prendete uno strumento musicale: un violino, un sassofono, una chitarra. Niente di meno ergonomico: per essere usati bene costringono a esercizi fisici micidiali, sforzi inenarrabili, pazienza infinita. Oggi nessuno progetterebbe robe del genere. Eppure si tratta di oggetti di culto, quanto più raffinato abbia prodotto l’homo sapiens. Prendete la cabina di pilotaggio di un aereo: nessuno ci capisce un’acca; tuttavia, grazie all’adeguata progettazione di ogni tasto, leva, pulsante o spia, per i piloti ben addestrati è tutto chiaro. Il coltellino con cui l’argentiere spiana i propri artefatti ha l’aria banale (sembra una normale spatolina), ma provate a usarlo: senza la maestria dell’artigiano verranno fuori cose inguardabili.

Insomma, la formula segreta del design è in fondo il buon senso: progettare cose è progettare persone, e viceversa. Non esistono cose semplici in sé, o tecnologie complicate di per sé. E non esistono le esigenze e le aspettative delle persone come tali. Nella storia, nella società, nella cultura ci sono solo relazioni, incontri, dialoghi, conflitti fra cose e corpi, oggetti e soggetti, tecnologie e menti.

Dopo aver tanto caldeggiato la semplicità a tutti i costi, valore assoluto cui adeguarsi quasi religiosamente, nel suo nuovo libro Vivere con la complessità (Pearson, pp. 266, € 16,00) il grande psicologo e consulente Donald Norman fa un passo indietro. O forse avanti: occorre vivere perseguendo una troppo umana complessità, senza confonderla con l’inutile complicazione dei cattivi designer.

In occasione di un suo recente soggiorno italiano gli abbiamo chiesto di tornare su questi problemi di sempre. Con uno sguardo al made in Italy.

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