In difesa dei lettori

Arrivo in questo dibattito per ultimo, o tra gli ultimi: il vantaggio è quello di poter approfittare degli interventi precedenti, lo svantaggio è che non c’è più nulla o quasi da aggiungere (ma anche questo può essere un vantaggio). Premetto, per non ripetermi, che un ragionamento abbastanza articolato sull’editoria digitale l’avevo già fatto a margine dell’ultimo libro di Calasso: lì affrontavo il tema prevalentemente dal fronte produttivo, che Casati non tratta ma che mi sembra il più urgente, e rivendicavo l’esigenza di un’assunzione di responsabilità a tutto campo da parte degli editori, in un momento di transizione in cui il nuovo paradigma è ancora piuttosto aperto (per molti ambiti più aperto, a mio parere, di quanto Casati sembra presupporre) con tendenze alla rapidissima chiusura su altri fronti.

 

 

In una parte significativa del suo pamphlet Casati affronta il tema dell’utilizzo delle nuove tecnologie nell’educazione. Se questa parte fosse tutto il libro applaudirei senza riserve o quasi. La scuola anche su questo fronte attraversa un periodo delicato, di disorientamento, confusione e qualche illusione. Nel libro di Casati, il rifiuto di quella che viene chiamata “innovazione automatica” e del principio, contrario ad ogni buon senso logico e pedagogico, secondo il quale la scuola deve replicare il mondo esterno e assecondare i gusti dei discenti anche sul piano del nuovo digitale, è giusto e ben argomentato. Allo stesso modo la rivendicazione della scuola come ambiente protetto (o per meglio dire “altro”) nel quale il mondo esterno viene interpretato, discusso, messo alla prova per imparare a farci i conti da pari a pari e non a subirlo acriticamente, è io credo il punto focale di qualunque riflessione in proposito, ben oltre i confini di un dibattito sulle tecnologie. Gli interventi legislativi che ad oggi regolamentano il digitale scolastico (per ultimo il decreto Profumo, sulla scia di decreti analoghi degli anni passati) tendono a far passare l’idea che l’innovazione a scuola sia una mera questione di travaso da fuori a dentro. Scarseggiano riflessioni non accademiche sulla didattica, che devono essere di necessità critiche, e quindi sul ruolo degli strumenti nei diversi ambiti, dei formati, dell’ecosistema a tendere; mancano ragionamenti sul valore dell’autorialità e del “progetto” editoriale, rispetto alla sciagurata convinzione che fuori, nella rete, ci sia già tutto quello che serve e basti solo impacchettarlo (e questo al di là della polemica sul libro di testo, che è perlopiù strumentale da qualunque parte venga condotta); mancano infine dibattiti maturi e ampi (non di nicchia) sulle opportunità che il digitale offre anche in questi ambiti, al di là delle sperimentazioni dei privilegiati. Sarebbe, questa, una discussione non inutile e anche piuttosto nuova, se fatta uscire dalla cerchia degli addetti ai lavori, per la quale il libro di Casati pone ottime basi.

 

Mladen Penev

 

In altre parti del libro recitano invece maschere che io trovo un po’ stereotipate, su un canovaccio che, per quanto aggiornato e perfezionato, mi sembra di aver visto tante volte: è il “contrasto”, condotto sul piano dell’esperienza d’uso, tra il libro digitale e il libro di carta, nel quale quest’ultimo vince a man bassa e con poche sorprese. Lavoro nell’editoria ormai da qualche anno, e anche quando non c’era il libro digitale c’era già il dibattito sul libro digitale, o, per dir meglio, sulla minaccia alla cultura rappresentata dal libro digitale. In Italia la percentuale di fatturato eBook, per quanto molto difficile da calcolare, è al momento inferiore al 2% del valore complessivo del mercato (per alcuni inferiore di circa la metà), e gli eBook disponibili sono poco più di 60.000, meno del 10% dei titoli disponibili in cartaceo (in USA, per fare un paragone, sono oltre 900.000). Lettori digitali ce ne sono (e anche qualche benemerita casa editrice solo digitale, ad esempio Quintadicopertina), ma giocoforza si arrangiano con quello che c’è, arricchendo la magra mensa con titoli fuori diritti (ben rappresentati anche da noi, grazie a Liber Liber) e con titoli esteri. È questa oggi, a mio modo di vedere, la tipologia di lettori qualitativamente più interessante, e al tempo stesso la più ignorata e umiliata da editori, critici, pamphlettisti. Ma soprattutto è un gatto che si morde la coda. Viene voglia di invocare il rasoio di Occam: il problema oggi è piuttosto quello di predisporre un’offerta plausibile, di sperimentare modelli di business nuovi e sostenibili che includano librerie e biblioteche (non è rilevante, il tema delle biblioteche digitali?), di avere editori consapevoli, attrezzati e capaci di distinguere, tra i molti fenomeni che imperversano in rete, fra torrenti che si seccano dopo pochi metri e fiumi che sfociano al mare. Conosco editori terrorizzati dalla pirateria che non hanno niente da farsi piratare; anche i pirati vanno dove c’è un mercato, e solo adesso, forse, si comincia a intravvederne l’embrione.

 

 

Quella sul digitale è dunque una polemica attraente e gratificante, come tutte quelle che permettono di ragionare seduti ai margini della fine del mondo, ma forse inutilmente crudele: il libro digitale in sé è un omuncolo debole e inoffensivo, che andrebbe anzi protetto e nutrito per farlo crescere bello e sano anziché soffocarlo nella culla come un figlio illegittimo, e che soffre più della sindrome del colonizzato che del colonizzatore. Se proprio si volesse giocare alla maniera dei vecchi sofisti, si potrebbero mettere insieme argomenti sufficienti da formare un libro Contro il colonialismo della carta, e temo che non sarebbero meno plausibili di tanti altri uguali e contrari. Si potrebbe sostenere ad esempio che l’iPad e i suoi fratelli, anziché essere, se non estrinsecamente, luoghi inospitali per la lettura, proprio per la loro multifunzionalità possono contribuire ad allargare il risicatissimo zoccolo duro dei lettori, fermo ormai da secoli e anzi in regresso, introducendo come cavalli di Troia alle gioie dei testi anche i giovinetti che leggono al massimo le notifiche di Facebook. Per quanto mi sforzi, non riesco a considerare i libri digitali una causa primaria di degenerazione. Semmai possono ottimamente rappresentarla, come del resto i libri di carta, e bisognerebbe prima di tutto chiedere a Dan Brown (dico a caso) di scrivere cose meno “digitali” di partenza, qualunque sia il formato nel quale vengono lette, e al mondo esterno di offrire minori occasioni di distrazione per i delicatissimi lettori. Niente nasce per generazione spontanea, in biologia come in rete, e anche i nativi digitali, razza schiettissima di pesci da acquario, non esistono e non sono mai esistiti, se non in un senso così banale da rendere inutile il concetto, come Casati spiega molto bene e con la giusta verve polemica contro chi, qui da noi, scrive spessi tomi su concetti speciosi e vecchi di oltre dieci anni.

 

Arrivati a questo punto mi sento però in dovere di fare una confessione, che forse avrei fatto meglio a mettere in principio, perché potrebbe inficiare tutto quello che penso e scrivo su questo argomento. C’è un concetto di cui, per quanto mi sforzi, non riesco a rendermi ragione. È l’assioma, assoluto, indiscusso e indiscutibile, relativo al valore di per sé del libro e della lettura. L’amore per il libro, la promozione della lettura: è il filo rosso che attraversa tutto il libro di Casati, come più o meno tutti i contributi che a vario titolo trattano temi simili. Ogni volta che mi imbatto in questo assunto e nei suoi corollari mi viene spontaneo assentire: è tutto giusto, tutto rassicurante e irraggiato di candida luce. Il libro come trincea di civiltà: leggere tutti, leggere il più possibile, fare campagne e rassegne, diffondere, sensibilizzare, educare… Poi, quando per qualche motivo mi viene da avvicinare un po’ di più il naso, subito storco la testa, non ce la faccio: è un concetto guasto che manda cattivo odore. Sarà perché non vengo da una famiglia di lettori, e i libri sono entrati in casa mia per una scelta, che ho meno reverenza per i libri in sé. Sarà per questa ignoranza atavica che non riesco a rassegnarmi all’idea che la cultura sia rappresentata tutta dai libri, e che la difesa del libro equivalga alla difesa della cultura tout court. Forse per questo trovo irritanti e fatue le campagne per il fitness letterario, e le considero anzi di retroguardia, espressione di un’idea di sapere che non ha più una relazione vera con le cose.

 

 

Quando ascolto le vibranti orazioni a favore del libro e della lettura mi chiedo come si possa esaltare a priori un contenitore a prescindere da quello che c’è dentro, come se per diffondere le piante si facessero campagne a favore dei vasi. Per chi s’affida a una logica simile il libro digitale sarà sempre meno libro di quello di carta, visto che, tecnicamente, non ha un contenitore suo proprio. Io del resto non riesco a trovare correlazioni serie tra la percentuale di lettori e il livello di civiltà di un popolo, e i sempre evocati lettori delle metropolitane di Parigi o di Londra non mi inteneriscono più di tanto, perché da quelle parti non vedo tante differenze rispetto a noi in quanto a barbarie. L’unica cosa che si può dire rispetto a una persona che legge è che, presumibilmente, sa leggere: ogni altra estensione di ragionamento mi pare indebita. Non so se per l’Italia esistono statistiche di questo genere, ma sarebbe interessante sapere quanti e quali tra i libri che si vendono vengono davvero letti, quali tra questi vengono letti solo in parte, quali parti vengono lette, e quanto il libro rimane sul comodino prima di scivolare nelle retrovie degli scaffali. In ogni caso sono abbastanza convinto che il lettore quantitativamente ideale non è quello qualitativamente ideale per certi paladini del libro e della lettura, e che i migliori amici dei lettori sono in realtà gli autori e i libri sui quali critici e opinionisti si divertono a sparare a giorni alterni a palle di fuoco.

 

Il libro ha un valore strumentale (come mezzo per arrivare a un contenuto), e un valore che un direttore editoriale che conoscevo chiamava “totemico”: quest’ultimo si applica al libro che non si legge, ma averlo in casa dà sicurezza, perché permette di rappresentarci migliori di quello che siamo, e perché prende il posto di qualcosa che non c’è mai stato, o che è sparito da tempo. Le campagne per la promozione del libro e della lettura temo riguardino prevalentemente questo secondo tipo di libro. Perciò i lettori calano ma i festival sono infiniti e sempre affollatissimi: sono i luoghi dove si celebrano le messe a un oggetto innocuo e rassicurante, solo contenitore appunto, che va sempre bene, per tutto e per tutti. “Contro la mitizzazione dell’idea di libro”: questo è un titolo che leggerei volentieri, al di là dei discorsi, per tanti versi oziosi, che si possono fare sull’editoria digitale. Quando Giorgio Pasquali arrivò all’Università di Firenze, come prima cosa fece togliere le grate agli armadi della biblioteca, perché gli studenti potessero usare liberamente i libri, e a chi gli obiettava che così facendo ne sarebbero spariti molti, lui ribatteva che il libro è un oggetto di consumo: meglio un libro che si perde o si rovina di uno che non viene letto.

 

Rispetto alla ritualità del libro-totem, il libro digitale non offre nessun appiglio. Il libro digitale è per lettori più maturi? Credo di no (la lettura digitale espone ad altre forme di bulimia), ma di sicuro non è per feticisti. Forse non è molto, ma mi sembra comunque un punto da tenere in considerazione.
 

Mladen Penev

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