Ebook: il format e il formato

Da un paio d’anni il mondo dell’editoria discute di ebook, ed è anche il tema del Salone del Libro di quest’anno. Cosa ne sarà dei libri? è la domanda. Giusta, peraltro.

 

Il problema è che, a ben vedere, tutta la discussione sugli ebook attualmente in corso si sviluppa attorno a questioni tecniche ed economiche: da chi farli vendere e dove, come distribuirli, su quale device, in quale formato, con quali percentuali di guadagno e, soprattutto, come gestire i diritti.

Messa così, la discussione rischia di rivelarsi inutile.

 

In primo luogo i libri sono un prodotto culturale, il piano tecnico è irrilevante. Prima c’erano le pergamene, poi si è pensato che fosse più comodo tagliare i fogli e metterli l’uno sopra l’altro. Un giorno sono arrivati i blog, che hanno levato le pagine e ci hanno fatto tornare alla pergamena (scroll). Ora ci sono gli ebook, che non sono altro che dei blog, ma di nuovo tagliati per pagine (tecnicamente, infatti, un ebook non è altro che un foglio html in cui ogni tot righe c’è un’interruzione, e pagina successiva). Nessuna grande rivoluzione.

 

Per quanto riguarda il modello di distribuzione, probabilmente è tutto riconducibile ad un problema di business.

Infatti (come ha spiegato Raimo in un suo bellissimo post) oggi le case editrici invece di occuparsi di editoria vivono sostanzialmente su un monopolio della distribuzione (in Italia i libri in circolazione li scelgono due gruppi industriali, gli altri, semplicemente, non li trovi). Non sono più un modello di impresa, una piattaforma di progettazione, ma hanno strutturato la propria azione sulla capillarità e il controllo della filiera: sono interessate sostanzialmente a questioni tecnico-distributive e terrorizzate dall’idea che l’ebook, saltando qualsiasi filiera, possa rompergli le uova nel paniere.

 

È per questo che hanno inventato ad esempio Book Republic (tentativo di avere il controllo assoluto sulla distribuzione digitale) e poi i DRM (tentativo un po’ buffo di avere il controllo sui diritti d’autore). Insomma, sono tre anni che ragionano sui cavilli, e non sui libri.

 

È un po’ come se la Apple, anziché lavorare su un catalogo di buoni prodotti, cercare ottimi progettisti  e sviluppare i software, concentrasse le sue energie su appalti, protezione e distribuzione capillare nelle edicole. Può andarti anche bene, per un po’, con una simile strategia, ma se ti scadono i contratti o muoiono i giornalai, sei morto anche tu.

 

Ormai è evidente che questo, presto o tardi, succederà. E allora tutti ne parlano, come prima dell’arrivo di un’epidemia. Io proverei a discutere di quello che rimarrà in piedi dopo l’epidemia.

 

In fondo, per quel poco che ne so, l’editoria è un mondo di talenti e persone, di qualità e di possibilità innovative. E, se posso azzardare una strategia, suggerirei di smettere di parlare di tecnologia, smettere di parlare di distribuzione (la partita è già persa quando hai di fronte Apple e Amazon), e provare a ritagliarsi un nuovo ruolo, in un nuovo panorama, in un nuovo mondo globale.

Magari partendo dai libri, partendo dal prodotto, che è sempre il punto primo di una impresa. E provando a capire cosa sono davvero. E su questo, farsi delle domande. 

 

Possiamo ancora considerare libri (quindi editoria classica) la manualistica, l’enciclopedia, le guide turistiche, i volumi destinati all’università e alla ricerca? No. Nella maniera più assoluta, senza oramai alcun dubbio, sono contenuti che finiranno in contenitori estremamente diversi dai libri. Per viaggiare useremo il telefono. Per studiare ci affideremo a database e app universitarie. Per enciclopedia, ricerche e quant’altro useremo Google, Wikipedia, o altre forme più evolute. Chi oggi vuole occuparsi di questo settore, esca dall’editoria, prima di soccombere per asfissia.

 

Sono oggi i libri una reale fonte di guadagno per un autore? No. Esclusa quella trentina di persone che in Italia riesce davvero a far soldi coi libri, per le restanti migliaia il ruolo di autore è funzionale, o almeno parallelo, allo svolgimento di altre carriere (nell’università, nei media o altrove).

 

Il libro è ancora quel monolite prestigioso, costoso, lungo e faticoso, che era una volta? No. I libri sono oggi una delle tantissime cose che fa un autore. Sono il prolungamento del suo blog, del suo programma radio, o tv, persino del suo account Twitter. Sono parte del susseguirsi della stessa voce, che ha tante forme e un suo pubblico. Non sono un perno su cui gira tutto, sono un mattoncino culturale su cui appoggiare altri mattoncini, diversi tra loro. Una tessera, più che un pilastro.

 

Si pensa abbastanza a come l’autore sia oggi un animale mutato? Come gli sia stata tolta la patina, nel brillio diffuso e condiviso, dove tutti sono autori selfmade di una rete di parole globali? E come in questo rumore collettivo si sia spenta l’autorevolezza del singolo? Come la rete abbia annullato qualsiasi figura di riferimento (la star) in un generale e caduco parto di piccole voci?

A ben pensarci, negli ultimi anni, non nascono figure alte (nemmeno in tv, nemmeno nel calcio, nemmeno nella musica), ma miriadi di piccoli e medi. Senza centri specifici, o perni su cui far ruotare il resto.

Assistiamo a una specie di parcellizzazione autoriale, a cui nemmeno l’editoria si sottrae.

 

E ancora, davanti al grande pubblico, l’autore, e quindi il libro, non diventano qualcosa di più simile a un link che non a un punto fermo? Se guardiamo oggi al ruolo degli intellettuali di riferimento ci appariranno come dei divulgatori. Persone che assorbono un certo numero di saperi e lo ritraducono per un certo pubblico. Prendono un pezzo di qualcosa, lo setacciano, lo filtrano, e lo restituiscono tradotto. Rimasticato. Lo fanno tutti, da Baricco a Eco, passando per ABO o Camilleri. Sono un ponte, su cui passano e si incontrano cominità diverse. 

 

E infine un’ultima domanda, forse la più interessante: come, in che modo, con quale voce, o stile, o linguaggio, scriveremo libri? Con quali tempi, cadenze, forme, metodi, parole, aggettivi, punteggiature, abiteremo quella terra che è la scrittura? Non è stata forse rivoltata come un calzino dopo trent’anni di tv? E, prima ancora, dai giornali? E non sarà altrettanto scombussolata dal web? Con le nostre mail piene di a capo, i nostri “tu” a tutti, le parole secche, il linguaggio iperseducente dei Social, la brevità di Twitter, la prima persona dei blog, i paragrafi lunghi e brevi e pieni di intervalli, le parole inventate e le virgole ovunque.

 

Sono tutte domande di difficile risposta, ma sono (credo) queste le questioni vere dell’editoria oggi: dove finiscono i testi, chi li scrive, come, cosa sono, e per chi.

 

Tutte le altre discussioni sono tempo perso dietro tecnicismi e chincaglierie aziendali. Contrattualistica, tecnocrazia e scartoffie. Quando sta per arrivare il tornado è importante decidere dove andare, con chi e con cosa. Tutto il resto (le bollette, le liti col vicino, le provviste in dispensa) meglio rimandarlo alla primavera. Quando saremo tutti più calmi, e belli.

 

 

Roberto Marone
twitter.com/roberto_marone
www.robertomarone.com

 


 

Con questo articolo di Roberto Marone, continua il nostro speciale dedicato al futuro del libro.

doppiozero sarà al Salone del Libro di Torino con un dibattito sulleditoria e la gratuità dei libri, giovedi 10 maggio alle 18.00.

 

 

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Enclosed content chatting away in the colour invisibility (2009), by Anouk Kruithof

09 Maggio 2012