Per Enrico Nosei

 

26 agosto 2008

Gentile Enrico Nosei

 

Tutto è cominciato nel 1981 da un lavoro appassionante assieme a Luigi Ghirri e venti altri fotografi, per trovare un modo di descrivere ciò che era allora un nuovo paesaggio italiano, a quei tempi definito “post industriale”.

 

Lavorando con fotografi come Luigi Ghirri, Gabriele Basilico e altri, mi sono trovato su un terreno senza confini precisi; non tanto una ricerca di cose “oggettive” da fissare, bensì uno studio dei modi di percepire il mondo esterno. Verso la foce è il mio libro (un attraversamento della valle del Po), nato da questa esperienza: non più letteraria, ma consacrata all’incertezza del percepire.

 

E quando la RAI 3 (su suggerimento di Angelo Guglielmi) mi ha offerto di trasformare Verso la foce in un documentario, ho dovuto partire da zero, per le mie scarse cognizione tecniche etc. Nel film documentario che sono riuscito a mettere assieme (Strada provinciale delle anime, anno 1991) ho imparato molto sia da Ghirri – che era con noi – sia dai miei operatori che a loro volta hanno imparato molto da lui.

 

Così verso il 1990 si è formato il gruppo di lavoro «Pierrot e la Rosa» (diretto da Luca Buelli), dedicata allo studio dei modi di ripresa, studiando fotografi e pittori, con un’uscita settimanale consacrata a questo. Si tratta di operatori-montatori che restano i miei più stretti compagni, capaci di lavorare con grande autonomia. Cito Paolo Muran, autore d’un documentario unico nel suo genere che ha girato il mondo (La vita come viaggio aziendale) e Lamberto Borsetti, noto e ammirato come operatore e come montatore, senza il quale non farei un passo.

 

Il documentario per la RAI è stato un apprendistato, con un certo successo per il suo taglio insolito. Lo ha seguito un altro documentario: Il mondo di Luigi Ghirri, omaggio all’amico morto prematuramente, che resta una riflessione su questa ricerca  sull’uso delle immagini e delle percezioni – non tanto nell’arte, quanto nella vita quotidiana, nelle forme organizzative e modi di stare al mondo.

 

Il terzo documentario – Visioni di case che crollano – è il coronamento d’una ricerca sulle nostre campagne iniziata con Verso la foce e con i libri fatti assieme a Ghirri (come Il profilo delle nuvole). Questo è il nostro film che ha avuto più successo e continua a essere richiesto da ogni parte del mondo. Una parte dei suoi meriti dipendono dalla presenza dello scrittore inglese John Berger (critico d’arte, sceneggiatore e studioso del nostro cinema) nelle vesti del narratore.

 

E qui arrivo all’impresa più azzardata: trovare un punto di percezione in cui un villaggio senegalese di 300 abitanti mostra il suo modo di “passare la vita”, che si può dire antitetico al nostro. Diol Kadd (questo sarà il titolo definitivo) dovrebbe essere un documentario in tre puntate, una delle quali già montata e mostrabile.

 

Nell’insieme lavoriamo a questo film da più di tre anni (per la produzione Pierrot e la Rosa & Stefilm) in maniera del tutto indipendente – senza soccorsi finanziari e semmai soccorrendo il villaggio in questione nel tentativo di portarvi l’acqua corrente (tentativo purtroppo andato in fumo proprio all’ultimo momento).

 

 Diol Kadd è un villaggio agricolo wolof, a tre ore da Dakar, ed è l’erede delle prima scuole coraniche di alta civilizzazione sapienziale (di origine sufi e Tidjiani) avviate in quelle zone fin dal 700. Villaggio assorbito nella confraternita wolof dei murid – confraternita a direzione antidogmatica, pragmatica e antiviolenta. Il suo fondatore, Amadou Bamba Mbackès, resta uno dei maggiori intellettuali africani del XX secolo.

 

In questi quasi anni di lavoro, guidati dall’attore senegalese Mandiaye N’Diaye, abbiamo raccolto materiale d’ogni tipo: sulle abitudini quotidiane, sulla coltivazione dei campi, sulla musica e sulla danza, sul modo di vestirsi, sull’eleganza femminile, e su una mitezza e virtù anti-depressiva che caratterizza gli abitanti di Diol Kadd. Io attribuisco questi aspetti al fatto che gran parte degli uomini sono partiti a lavorare a Dakar o altrove, e che Diol Kadd è un villaggio a gestione femminile.

 

Vorrei terminare le sue tre puntate (di 52 minuti l’una), perché in questo film appare un modo di vita africano in contrasto con tutte le immagini dell’Africa che arrivano nel nostro mondo attraverso i mass media. L’opposto d’una situazione di violenza, e un diversissimo modo di concepire il rapporto tra ricchezza e povertà.

 

Il motivo di questo lavoro (almeno per come lo vedo io) è la speranza che questo modo di vita che filmiamo possa ancora durare, di fronte alle nuove forme di privatizzazione e di violenza che stanno invadendo ogni angolo d’Africa.

 

Sui nostri film, e specialmente su Visioni di case che crollano, sono apparse moltissime recensioni positive. Qui citerò soltanto un articolo di Antonio Costa in occasione dell’Evento speciale al festival di Bellaria del 2003 – intitolato “Il cinema delle pianure di Gianni Celati”.

 

A titolo informativo aggiungo qui in appendice un’intervista fattami da Sarah Hill, nel 2003, in occasione della proiezione di Visioni di case che crollano all’Università di Chicago (intervista ripresa in diverse pubblicazioni).

 

L’anno scorso, la Fondazione Collegio San Carlo di Modena, ha stampato una edizione a tiratura limitata (senza scopi di lucro), d’una parte d’un mio diario di vita a Diol Kadd, intitolato Passar la vita a Diol Kadd. Questa pubblicazione anticipa ciò che dovrebbe essere il film, e insiste sull’aspetto femminile nella gestione del villaggio.

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