Il mago di Oz e il digitale

Entrare nella sede centrale della biblioteca universitaria di Göttingen alle cinque del pomeriggio è come infilarsi in un alveare: il paragone non è fondato sulla presenza di tanti studenti=apine industriose intente al lavoro di apprendimento, ma al brusio. Un brusio formato da voci che parlano tra di loro e al cellulare, rumori di tasti, musica che filtra dalle cuffie, così forte e alto da farti fuggire e decidere di tornare al mattino presto, quando gli studenti dormono. Se andate a protestare, il custode vi mostrerà una boccia di plastica con una manopola alla base, come quei distributori di cicche colorate che c'erano anni fa. Se la girate non usciranno però le palline di gomma americana ma tappini, anch'essi di gomma, per le orecchie. Il messaggio è chiaro: chiudetevi voi i padiglioni auricolari, createvi la vostra bolla di quiete nel rumore di sottofondo ficcandovi i tappini nelle orecchie perché noi al rumore ci siamo arresi. Persino la grande icona rappresentante un cellulare sbarrato che campeggiava davanti al portone a vetri dell'ingresso della biblioteca è stata tolta: ingresso libero alle tecnologie della comunicazione e dell'informazione e ai suoi rumori, costi quel che costi! Come Casati abita a Parigi e scrive (o sogna?), beato lui, di biblioteche silenziose, tranquille e protette, io che sto a Gottinga – una volta dotta cittadina tedesca della Bassa Sassonia, ora non saprei – ho serie difficoltà a trovare simili biblioteche.

 

Cambiamo scenario e spostiamoci in un'aula dell'Università della Svizzera Italiana a Lugano, dove insegno, e dove il rumore e l'uso degli smart-phone a lezione è variabile. Durante le lezioni a piccoli gruppi, di 20-30 persone, lo sguardo allo schermo luminoso del telefonino è contenuto e tutto sommato si riesce a far passare qualcosa di simile al «patto» proposto da Casati (leggere messaggi et al. durante la pausa e non a lezione). Ma quando gli studenti superano il centinaio, l'aula è grandissima e magari non parla il docente ma sta tenendo una relazione uno studente poco dotato retoricamente, lo sguardo corre inesorabilmente allo schermo. Se proponi il patto non ti ascolteranno, e se cercherai di far chiudere gli schermi aperti ti risponderanno che soltanto così possono prendere appunti, ben sapendo che l'occhio non potrà fare a meno di scivolare sul segnale di pervenuto messaggio anche se lo studente sta veramente prendendo appunti e non surfando o guardandosi un film.

 

 

Che cosa voglio dire presentando questi due scenari-aneddoti? Che la battaglia per proteggere e far rimanere nell'aula l'attenzione, facendo uscire o almeno neutralizzando, per il tempo delle lezioni, gli strumenti lesivi dell'attenzione è persa in partenza se le istituzioni non collaborano, anzi, come nel caso dei tappini in biblioteca, si arrendono incondizionatamente; se non c'è una normativa, un codice, un regolamento condominiale cui appellarsi, gestendolo ovviamente con buon senso. Proprio perché concordo con la protezione dell'attenzione invocata da Casati chiedo che essa non venga lasciata al solo volonteroso docente ma supportata da qualche indicazione, fornita dalle istituzioni, da gestire, ripeto, con buon senso e elasticità, ma a cui ci si possa riferire in caso di violazione grave delle norme. La capacità di mantenere l'attenzione prolungata per alcune decine di minuti consecutivi non è un inutile esercizio spirituale per trappisti, è una condizione importante per vivere, anche e soprattutto nel tempo frammentato e nello spazio diviso (schizotopico lo chiama Fabio Merlini in un saggio appena uscito a Parigi, Editions du Cerf, intitolato proprio Schizotopies) che ci toccano oggi in sorte.

 

Detto questo, e passando al libro e al futuro del libro e del saggio, anche in questo caso concordo con Casati quando ne loda i vantaggi e l'intrinseca perfezione: la linearità, l'informazione tattile (quante pagine mi mancano?), l'isolamento da altre fonti di informazione, il peso fisico, la pagina stabile, l'attivazione della memoria alla semplice vista del volume intero o del suo dorso visto di scorcio negli scaffali della nostra biblioteca domestica. Aggiungo, per parte mia, la gioia all'occhio data da una bella copertina, la possibilità di individuare la casa editrice dal colore e dalla stampa, la socialità offerta nel riconoscere in treno o in aereo quel che il vicino sta leggendo e iniziare magari una conversazione («l'ho letto anch'io, lei che ne pensa?»). Ritengo inoltre, su questo punto, che chi è in grado di leggere e  studiare un libro cartaceo con attenzione e prendendo appunti, con la matita sul libro stesso, se è suo, su un foglio o sul computer se il libro è della biblioteca, e poi, o prima o quando vuole, di integrare e arricchire questa lettura studio con gli strumenti della rete – anche Wikipedia, perché no, perché demonizzarla? – sia in questo momento storico un privilegiato giacché utriusque linguae peritus, versato in entrambe le lingue, nella lingua stabile del libro e nella lingua fluttuante della rete. E il bilinguismo giova. Personalmente mi sono organizzata con due scrivanie: una per il lavoro al computer o col computer e con i libri, i saggi, gli articoli ecc.; e una, dura e pura, soltanto per leggere e per scrivere, isolata da altre fonti di informazione.

 

Un'ulteriore considerazione mia nata dalla lettura del libro di Casati riguarda lo stimolo alla lettura. Benché tendenzialmente io concordi con le sue analisi e proposte, contesto che ciò che conta per leggere molto sia provenire da una famiglia di lettori, in cui magari siano le madri a leggere tanto. Il saggio di Casati è stato per me il diciassettesimo letto in un mese in cui, tra libri in PDF e libri di carta, ne ho letti – alcuni appuntati e schedati – una ventina, più gli articoli e le tesi, come dire che sono una lettrice piuttosto forte (anche se mai, mai in vita mia ho raggiunto l'agognato traguardo di un libro al giorno, come Norberto Bobbio diceva di riuscire a leggere). Eppure a casa mia, quand'ero bambina, c'erano tre libri, – di cui il Galateo di Donna Letizia, e né mia madre né mio padre, che Dio li abbia in gloria, leggevano altro che non la Domenica del Corriere e la Settimana Enigmistica. Libri Zero. Io invece alla lettura ci presi un gran gusto e scoprii prestissimo, ancor prima di andare a scuola, l'esistenza della biblioteca di quartiere cui andavo ad attingere. Ero così piccola che non arrivavo al bancone e la bibliotecaria mi passava testi da lei scelti, come la signorina Felpa in Matilda di Roald Dahl, dal Mago di Oz a Piccole Donne. Dal punto di vista logico questa non è una dimostrazione, anzi è quasi un'inversione della stessa, se non l'eccezione che conferma la regola: circondare i bambini di libri a casa e a scuola è certo una bella cosa, eppure il piacere della lettura bisogna scoprirlo da soli.

 

 

Concluderò ora con un ultimo aneddoto riguardante l'insegnamento: personale o tramite e-learning o entrambi? Mi trovavo qualche settimana fa in un paese della Puglia (il paese di Niki Vendola, ma è un caso) per partecipare alla conclusione di un PON (Programma Operativo Nazionale) sulla genitorialità nel quale dovevo presentare, nel pomeriggio, un mio libro nella biblioteca cittadina; la mattina vengo portata nella scuola elementare parte del progetto (che coinvolgeva alcuni genitori disponibili a frequentarlo), e dalle 8 a mezzogiorno sto nella classe della maestra Rosaria, una prima elementare: nell'aula 23 banchi, 23 tra bambine e bambini col grembiule blu, seduti nei banchi disposti in file parallele come in Monsieur Lahzar, libri, quaderni, penne e matite e una lavagna di ardesia col gesso, dietro la quale stava la famosa LIM, lavagna interattiva multimediale, che viene estratta e usata in occasioni speciali – anche se in alcuni momenti facilita la didattica, mi dicevano – un po' perché di uso laborioso, un po' perché ai bambini appare come qualcosa di magico e straordinario, e proprio per questo da usare nella giusta misura con la mediazione dell'insegnante. Ventitré bambini di 6-7 anni che a maggio del loro primo anno scolastico leggevano e scrivevano speditamente, sotto dettatura e spontaneamente, che facevano le operazioni fino a venti, recitavano brani a memoria e cantavano all'unisono senza steccare ed erano in grado di ripetere riassumendolo un brano appena ascoltato. In più a merenda gli scolari tiravano fuori dalla cartella non le orrende merendine al cioccolato ma un piccolo contenitore con la frutta a pezzetti, la carota o il cetriolo (quelli tondi pugliesi, detti caroselli o «scupatizz»): massima concessione, yogurt o taralli (eravamo pur sempre in Puglia).

 

La loro maestra se la baciavano e abbracciavano, mentre io la avvertivo che in Nordamerica sarebbe stata immediatamente denunciata per molestie sessuali proprio come Monsieur Lahzar, e lei rideva. Anche in questo caso, buon senso e moderazione. Mettiamoli pure questi bimbi al computer a eseguire esercizi di addizione e sottrazione, o a riconoscere le doppie nelle parole, ma lasciamo anche loro la maestra perché insegni loro alla lavagna, mono  o multimediale, come procedere nei successivi passaggi dell'apprendimento. E auguriamo a tutti una maestra Rosaria, il cui cognome è guardacaso uguale al mio, ma non siamo sorelle.

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