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Il welfare nell’Italia della crisi

Se il primo problema che affligge la sinistra italiana, impedendole di vincere i confronti elettorali anche nelle circostanze più favorevoli, è la mancanza di coraggio, il secondo è una forte carenza culturale. L’incapacità di abbandonare vecchie categorie interpretative, di rinnovare il proprio linguaggio concettuale, di cogliere le mutazioni sociali che connotano il nostro tempo. Una di queste è sicuramente l’emergenza di quello che Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli denominano Il quinto stato in un libro omonimo appena edito da Ponte alle Grazie.

 

In verità non si tratta di un termine nuovo. Già usato negli anni Sessanta come titolo di un volume da Wolfgang Kraus, nel 1970 lo scrittore Ferdinando Camon aveva così intitolato un romanzo, comparso con la prefazione di Pasolini.

 

Ma cosa è, propriamente, il quinto stato e come oggi si configura? Naturalmente l’espressione si riferisce a un soggetto collettivo che ha fatto seguito sia al terzo stato, borghese, già protagonista della rivoluzione francese, sia al quarto stato, proletario, rappresentato nella sua fiera avanzata nel celebre quadro di Pellizza da Volpedo. Ma esso non corrisponde più agli stereotipi precedenti. Né a quello, intellettuale e tecnocratico, di Kraus, né, tantomeno, all’universo contadino e precapitalistico di Camon e Pasolini. Il quinto stato cui rimandano Allegri e Ciccarelli, saldamente piantato nel capitalismo postfordista, è costituito da tutti coloro che a diverso titolo svolgono un lavoro saltuario ed autonomo.

 

Irriducibili alle categorie generiche di ‘ceto medio’ o di ‘precariato’, ne fanno parte piccoli imprenditori, a volte anche immigrati, titolari di partite IVA, operatori dei servizi e dell’informazione. Si tratta di lavori, spesso generati dalla crisi, stretti tra una situazione di pura sopravvivenza e una nuova opportunità di autonomia rispetto all’amministrazione dello Stato e alle logiche del mercato.

 

Il rilievo non soltanto sociale, ma politico, di questa nuova figura sta intanto nelle sue dimensioni. Si parla di un mondo che rappresenta il ventitré per cento dell’occupazione complessiva in Italia contro una media europea del quattordici. Tale eccezione è dovuta in parte alla debolezza strutturale dell’economia industriale italiana, in parte allo straordinario sviluppo delle attività in proprio avvenuto a partire dagli anni Settanta del Novecento. Naturalmente di un fenomeno così ambivalente possono darsi interpretazioni diverse. Esso è segno  di crisi profonda, ma insieme anche della singolare vitalità e fantasia creativa del nostro Paese. Senza perdere di vista i tratti di precarietà esistenziale cui appaiono condannati i lavoratori del quinto stato, il libro ne mette soprattutto in luce gli elementi di emancipazione, costituiti appunto dall’autonomia rispetto ai vincoli imposti dalle istituzioni nazionali ed internazionali.

 

È proprio questa potenzialità, mista a sofferenza, che la sinistra italiana, legata a una concezione corporativa del partito e del sindacato, non riesce ad afferrare, facendone un punto di forza della propria proposta. Oscillante tra un atteggiamento di malcelato sospetto nei confronti del ‘popolo delle partite Iva’ e il rimprovero paternalistico ai giovani ‘schizzinosi’ – choosey, secondo l’incauto epiteto di Elsa Fornero – essa appare impreparata a rapportarsi a quella che sarà la dimensione più diffusa del lavoro nel prossimo futuro.    

 

Come spesso avviene, la limitatezza della visuale sul futuro nasce da una scarsa consapevolezza del passato – di una storia, ricostruita dagli autori del libro, che affonda le proprie radici nella tradizione del mutualismo e dell’associazionismo sette-ottocenteschi, coincidente solo in parte, e non senza forti tensioni, con quella, ben più canonica, del movimento operaio. Che questa attitudine alla condivisione solidale di ferite sociali, ma anche di opzioni di libertà, torni oggi ad affiorare la dice lunga sull’entità dei mutamenti, sociali ed antropologici, che la crisi ha prodotto nei confronti di un universo ancora tenuto insieme dall’asse moderno tra Stato e mercato.

 

Se il racconto di questa genealogia sociale, narrata in prima persona dagli autori, risulta convincente, l’orizzonte a venire delineato nella parte finale del libro appare più problematico. Al centro di esso si stagliano le tensioni e i conflitti che attraversano le grandi metropoli, prefigurando forme di resistenza e strumenti di contrasto rispetto ai vincoli di austerità ed allo smantellamento del welfare imposti dagli organismi economici internazionali. Che la rete protettiva, e anche produttiva, del quinto stato costituisca una opportunità da cogliere e sviluppare è evidente.

 

Come è condivisibile l’idea che un’Europa delle città sia preferibile a quella, venata di pregiudizi etnici, delle macroregioni. Convince di meno è la tesi che tra spazio municipale e spazio continentale, gli Stati siano destinati a perdere ogni funzione rilevante. Per dubitarne, basti pensare al peso esercitato, nei processi socio-culturali, dalle lingue nazionali. Ma l’importante è aver aperto un primo osservatorio su un fenomeno di simile portata.

 

Questo pezzo è apparso precedentemente su La Repubblica

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