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L’avvenire dell’ebook

Alcuni anni fa avevo fatto una predizione sull’avvenire dell’e-book. Avevo sostenuto che l’e-book non si sarebbe imposto, o non avrebbe sostituito il libro, per ragioni un po’ differenti da quelle tipicamente invocate dai conservatori e contro gli argomenti addotti dai futuristi. Le ragioni tipicamente invocate dai conservatori: il libro cade e non si rompe, il libro non si scarica, il libro è comodo da tenere in mano. Le ragioni dei futuristi: l’e-book contiene migliaia di libri, è indicizzabile. La mia predizione era basata su un parametro sottovalutato nelle discussioni di allora. Il libro cartaceo è un ottimo oggetto di scambio sociale, è molto regalato e come regalo ha una vita illimitata. Regalare un e-book significa invece o regalare un gadget elettronico o regalare un file, e in entrambi i casi lo scambio simbolico è incomparabile a quello che si ha regalando un libro di carta. È simpatico ricevere in dono un libro; meno carino ricevere un pdf. In sostanza, il libro di carta fa parte di un “ecosistema”, e il suo ruolo nell’ecosistema non è rimpiazzabile dall’ebook.

 

La mia predizione viene smentita dal crescente numero di libri elettronici in circolazione? Direi che viene smentita a metà. Infatti siamo di fronte a un nuovo ecosistema, che dà spazio al formato elettronico e lo toglie al cartaceo. Quello che ha fatto la differenza è l’iPad. Ma non perché l’iPad si sia imposto come un nuovo tipo di libro elettronico. L’iPad è nato come seducente appendice finale di un ecosistema di distribuzione di contenuti. Uno si compra un iPad non per leggere un libro, ma per fare un sacco di altre cose. Però, una volta che uno ha un iPad, viene naturale scaricare libri. Lo stesso schema si era prodotto con le videocamere nei telefonini. La ragione per cui uno compra telefonini non è la videocamera; però una volta che uno ha comprato un telefonino, visto che la videocamera ne fa parte, uno si mette a fare foto; molte più di quante non ne facesse quando le videocamere erano fuori dai telefonini, e di molto diverse. In entrambi i casi sono stati creati dei nuovi ecosistemi, ricchi e interessanti, che ridefiniscono completamente le nostre pratiche. Quindi, se il libro elettronico si imporrà e spodesterà il cartaceo, questo non dipenderà dal fatto che è “finalmente” migliore del cartaceo. Dipenderà invece dal fatto che le persone vogliono cose come l’iPad, che con il libro non hanno molto a che fare, e che poi troveranno naturale usare un tablet anche per scaricare libri. La predizione è confermata a metà.

 

C’è libro e libro; l’ontologia dovrebbe fare distinzioni fini, dialogando con la pragmatica. Un libro di ricette che si usa una scheda alla volta; un manuale e un’enciclopedia che richiedono di essere consultati in maniera sporadica; tutti questi enti libreschi finiscono inevitabilmente dall’essere più efficaci in formato elettronico. Un pamphlet di una trentina di cartelle (stiracchiate dalle case editrici per poterlo presentare come un libro) ha una sua vita duale del tutto prevedibile: si legge sul tablet in un viaggio di metrò, e si regala volentieri in formato cartaceo, ché occupa poco spazio in tasca. Ma lasciatemi parlare ancora una volta di un ente di tipo molto diverso, il saggio di almeno duecento pagine, il saggio di ampio respiro, che è un formato del tutto particolare. Penso al saggio filosofico sull’arte, all’inchiesta sulla condizione dei migranti suffragata da dati empirici, all’analisi di una crisi economica, al manifesto per un nuovo tipo di consumo. Non bastano dieci pagine: si devono esporre dati, presentare uno stato dell’arte; interpretare i dati, mostrare perché ci si fida delle fonti, criticare le interpretazioni alternative; trarre delle conclusioni, fare delle predizioni. Il tutto senza perdere il filo del discorso, quindi aiutando il lettore con delle carte concettuali. La particolarità del formato-saggio viene dal fatto di dover presentare un argomento complesso in modo sostenuto e in continua interazione con il lettore. Quello che il lettore trova a pagina centoventi dipende da quello che era stato detto cinquanta pagine prima e aiuta a capire quanto verrà detto cinquanta pagine dopo. I saggi non sono semplici da leggere, e di conseguenza non sono semplici da scrivere. Il lavoro di ricerca che sta dietro alla preparazione di un saggio è lungo, e il lavoro di scrittura è del tutto particolare.

 

Come mi ha fatto notare una volta il filosofo Maurizio Ferraris, nei saggi in cui il testo è soffocato dall’apparato di note si ha l’impressione che l’autore stia facendo fare al lettore il lavoro che lui stesso non ha saputo o non ha voluto fare. Le note mi interessano qui a titolo esemplare, hanno un fortissimo effetto distraente, quando addirittura non sollevano il lettore dalla necessità e fatica di seguire il filo del discorso. La questione della distrazione non è indifferente. Chi scrive un saggio ha un modello di lettore in mente, un lettore attento e memore. Lo zapping non fa parte delle opzioni di lettura, come non ne fa parte la troppo grande discontinuità nel tempo: non si leggono due pagine oggi e tre il prossimo mese. Perché questi fatti sono importanti per lo scrittore di saggi? L’andamento della lettura condiziona quello della scrittura, ne determina una vera e propria etica. Un lettore attento e memore è un lettore da rispettare perché è un lettore che esige rispetto. Non si deve soffocarlo con dati irrilevanti. Non si può divagare. Non si deve aggiungere testo tanto per arrivare alla fine del capitolo. La scrittura si asciuga, sostituisce le argomentazioni agli effetti e alla retorica decorativa.

 

È però vero che non esistono o sono rarissimi lettori capaci di ricordare tutte e cento le pagine appena lette, o di mantenere l’attenzione per ore e ore. L’etica della scrittura deve chiamare in soccorso il design della situazione di lettura. Che cosa significa, e come si può intervenire? Lo scrittore di saggi sa che deve introdurre dei piccoli riassunti degli argomenti appena esposti, e delle roadmap di quanto sta per esporre. Sa che deve fare dei piccoli regali al lettore, una citazione memorabile, un’immagine, di tanto in tanto una passeggiata nel bosco narrativo; dopotutto il romanzo non fa fatica ad assorbire l’attenzione. Ma il suo raggio di azione è limitato; non può dire al lettore quanto tempo passare in poltrona con il suo libro, o chiedergli di tenere a distanza le possibili distrazioni. Ecco però il punto. Da questo punto di vista il libro cartaceo ha un formato perfetto. Assolve al suo compito in modo egregio perché contiene solo se stesso. Certo non può di per sé tenere lontana la televisione o internet, ma segnala, con la sua compiutezza, la promessa di un incontro esclusivo tra autore e lettore. Ogni libro di carta è un piccolo ecosistema in cui convivono simbioticamente un autore e un lettore.

 

L’iPad è un ecosistema decisamente diverso. Il libro non è la sua ragion d’essere, come abbiamo visto. Il libro è un’app. Una tra un milione di app, a tiro di indice sfiorante. Molte delle quali assolutamente fantastiche e invitanti. Ogni due per tre ci viene voglia di sapere dove si trova Sirio in questo momento nel cielo? Scarichiamo Star Walk (3,99€) e via, l’accelerometro, la videocamera e il GPS ci permettono di aumentare la realtà proiettando nel cielo diurno dell’immagine le stelle nella loro posizione presente. Ho molti bisogni di questo tipo, immediati, legittimi, epistemicamente nobili. Forse troppi per poter continuare a leggere una storia dell’astronomia dall’inizio alla fine. L’iPad è nato per soddisfare questi bisogni, e soprattutto per crearne altri; è il terminale di un’immensa catena di distribuzione. Il libro è una app tra le tante e non gode di nessun particolare privilegio sotto il profilo del design perché non gode di nessun privilegio sotto il profilo commerciale rispetto alle altre app.

 

Non mi si fraintenda. Non sto dando alcun giudizio di valore globale su questa situazione. Sto valutando semplicemente l’efficacia locale, per la sopravvivenza del saggio, del design nel nuovo ecosistema. Il punto chiave del mio argomento è dunque che l’ecosistema è veramente nuovo: non si tratta di una semplice digitalizzazione di situazione preesistenti (come abbiamo visto, questa di per sé non è stata sufficiente a far decollare il libro elettronico negli anni passati). L’ebook comincia a far breccia e a sostituire il libro cartaceo perché esiste un nuovo contesto, in cui però l’ebook non è la primadonna ma una comparsa tra le tante, e in cui l’attenzione viene continuamente sollecitata da tutte le altre comparse. Questo contesto non è favorevole alla lettura dei saggi, e finirà per non essere favorevole alla loro scrittura.

 

La perfezione del design del libro è pertanto nel fatto che i libri occupano tempo, ed escludono distrazioni. Ci sono ancora altre ragioni per cui non è chiaro se sia un bene perdere i libri come li conosciamo oggi. I libri occupano spazio, e lo spazio è un buon modo di gestire la memoria. Una buona scaffalatura è come un diagramma, permette di pensare perché rinvia visivamente, in un colpo d’occhio, alla moltitudine di cose lette, allevia il pensiero dalla necessità di tenere tutto a mente. È vero che non c’è più spazio in casa, ma non è neanche male avere una mente grande come un appartamento sempre davanti agli occhi.

 

 

Una versione più breve di questo articolo è apparsa su Il Sole 24 ore.

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06 Maggio 2012