La lettura rubata, la lettura nascosta

Riflessioni intorno a Contro il colonialismo digitale di Roberto Casati

Anch’io, come Roberta Locatelli, ho letto Contro il colonialismo digitale su tablet. Pochi secondi dopo l’arrivo dell’e-mail in cui era allegato il pdf, è bastato un clic sull’allegato per iniziare a leggerlo. Non ho ultimato subito la lettura, a dire il vero, ma l’ho completata a più riprese – chi, d’altronde, non fa una pausa anche con un libro cartaceo, girandolo sul tavolo a faccia in giù o più diligentemente utilizzando un segnalibro, una matita, un biglietto dell’autobus per smettere di leggere e fare dell’altro? Tra un capitolo e l’altro avrò guardato fuori dalla finestra o preso un caffè, e probabilmente avrò controllato la posta, certo, ma ho anche cercato l’autore su Google, per farmi un’idea più precisa del suo pensiero e delle sue ricerche, reperito informazioni sui vari riferimenti citati nel testo, iniziato a scrivere queste righe.

 

Termino qui l’esercizio retorico di rovesciamento del topos di lettura digitale, dispersiva e ondivaga proprio perché digitale. Una piccola provocazione per provare, a partire da qui, ad aggiungere un altro tassello all’interessante discussione che si sta sviluppando su Doppiozero intorno a questo libro, e per provare a spingerla un po’ più in là.

 

La tesi di Casati è che la lettura ci sia stata rubata, perché le tecnologie digitali erodono lo spazio del libro, che è anche lo spazio del ragionamento e dell’apprendimento:

 

“siamo di fronte a un nuovo ecosistema, che dà spazio al formato elettronico e lo toglie al cartaceo. È successo quello che (pensavo) avrebbe forse permesso al libro elettronico di imporsi, ovvero un redesign totale della situazione di lettura; ma non è andata come speravo. Non si sono aperti nuovi orizzonti per la lettura dei testi in un nuovo formato; questa lettura è stata invece rubata”.

 

In questo quadro, il digitale ruba al cartaceo: il libro soffrirebbe direttamente della concorrenza di “gadget elettronici”, in cui testi e contenuti sono solo una piccola parte dell’offerta disponibile e sempre in crescita di giochi, video, e molto altro.

 

 

Ma perché spostare l’attenzione dai contenuti, da quello che il libro custodisce (dalla lettura, se vogliamo guardare i contenuti dalla prospettiva di chi li acquisisce), all’esistere del libro in quanto oggetto libro, in quanto oggetto fisico? Un ePub non avrà le pagine di un libro di carta, ma contiene esattamente le sue stesse parole. Anche tra mille app, e tra mille distrazioni, un libro digitale su iPad o su tablet è sempre un libro, se pensiamo al libro come oggetto narrativo e non come oggetto fisico.

 

Forse quello che importa, sia per la lettura su carta che per la lettura digitale, è saper tenere il segno, per ritornare all’esempio di prima. Sia in senso letterale (tornare, la successiva fermata di metro, la sera a casa, sul tavolo dello studio, alla lettura interrotta), sia in senso metaforico: provare a fare caso al punto in cui siamo ora, nell’evoluzione del sistema dei contenuti, per non dimenticarcene, e a guardare, da qui, a ciò che potrebbe essere della lettura digitale – guardando, magari, dal punto di vista della strutturazione dei contenuti e non più soltanto del supporto.

 

Con questo non voglio dire che Casati abbia torto, nella sua appassionata difesa del libro. Quello che dice sulla superiorità del libro in quanto oggetto fisico, e sul ruolo indispensabile del libro e della lettura per lo sviluppo e la coltivazione della conoscenza, è indubitabilmente vero. Il libro è la materializzazione di un processo di mediazione editoriale che rende pubblico (pubblicare è, prima di tutto, rendere pubblico) il pensiero di un autore, organizzandolo, pagina dopo pagina, in una struttura fissa, che richiede predisposizione fisica (le mani libere, per reggerlo, sfogliarlo e, perché no, scriverci sopra) e cognitiva (l’attenzione, per scorrere le righe e non smettere di tenere il segno, appunto).

 

Ma siamo sicuri che tutto ciò che non rientra nell’orizzonte cartaceo del libro – tutto ciò che è digitale – non possa essere lettura, solo perché non risulta da uno stesso modo di organizzazione dei contenuti, solo perché non è un oggetto fisico, tangibile, e non è legato a un particolare supporto?
Casati parla, giustamente, di “design della situazione di lettura”. Se il libro, proprio per come è fatto, per la sua ergonomia, costruisce una situazione di lettura ottimale, perché non provare a esplorare nuove possibilità di lettura in digitale? Perché non chiedere, alle nuove tecnologie, di progettare nuovi oggetti per nuove situazioni di lettura e di approfondimento – oggetti capaci di supportare efficacemente argomenti e contenuti complessi, come i saggi e i testi accademici su cui giustamente si sofferma Casati?

 

Nella seconda parte del libro, decisamente construens dopo una prima parte molto critica nei confronti del digitale, Casati immagina nuovi modi per “riprogettare l’apprendimento” con l’introduzione, mediata e ragionata, delle nuove tecnologie a scuola, come la scrittura collettiva di voci di Wikipedia (e il conseguente iter collettivo di editing e di revisione) o l’uso propedeutico del blog per la preparazione delle lezioni in università.

 

Come Wikipedia, di cui certo non ci libereremo per ritornare all’Enciclopedia Britannica, anche il nuovo ecosistema digitale è inevitabile. Difficile immaginare che si tornerà indietro dall’interconnessione continua di dati e persone, dall’interattività, dalla condivisione immediata di eventi su scala globale. È giusto, certo, pensare alla scuola come a uno spazio privilegiato, di riflessione e di approfondimento, da proteggere. Ma così come è giusto (e davvero interessante, come progetto) far capire Wikipedia e il web facendo fare Wikipedia, perché non contribuire alla costruzione di un approccio critico e attivo ai contenuti digitali e ai device di supporto? Leggere su iPad, per esempio, può essere dispersivo, così come può anche aiutare a reperire quasi contemporaneamente alla lettura informazioni aggiuntive su quello che si sta leggendo – ma naturalmente bisogna saperle cercare, sistematizzare, interpretare. Occorre insegnare a trasformare l’informazione in conoscenza, per citare ancora Casati.

 

 

E poi: perché non ragionare sulla lettura a partire proprio dal nuovo ambiente digitale in cui siamo immersi, volente o nolente? Se la lettura esclusiva, protetta, riparata del libro di carta ci è stata rubata, la lettura è tuttavia sollecitata continuamente. Tutti scrivono, leggono, condividono informazioni.

 

Perché, allora, non provare a immaginare, proprio seguendo Casati, un redesign dei supporti e dei formati per i contenuti digitali che provi a sfruttare l’ecosistema digitale per fare del bene alla lettura, per contribuire all’approfondimento e all’arricchimento?
Da entità minacciosa, aggressiva e invadente, capace di un “colonialismo” spietato, il digitale può diventare un territorio da coltivare. Ma devono essere i ricercatori, gli editori, i docenti, gli scrittori, i produttori di contenuti a volerlo, a pretenderlo, a sporcarsi le mani con pixel e linguaggi di programmazione per costruire nuove forme, digitali, per il proprio sapere.

 

Un’esplorazione, quella del territorio digitale, che le digital humanities hanno in parte già iniziato, rendendo disponibili e fruibili i propri percorsi di ricerca e di approfondimento e, ancor di più, implementando nuove tecnologie e nuove tecniche (le piattaforme di condivisione e di collaborazione, la visualizzazione dei dati) nel cuore dei loro metodi di indagine. Ne sono un esempio le pratiche e i progetti presentati e discussi durante le unconferences ThatCamp (The Humanities And Technology Camp), in cui il modello è quello collaborativo dei BarCamp applicato ai temi della ricerca umanistica e alle sue esigenze di accessibilità, condivisione dei risultati, trattamento delle fonti.

 

Forse, proprio come nella Lettera rubata di Poe, quel che ci sembra scomparso non è mai stato così vicino. Nascosta nel fondo dei nostri tablet, sfiorata di continuo sui tasti degli smartphone, la lettura non si è mai allontanata da noi. Ma occorre comunque riconoscerlo e riappropriarcene, anche in digitale.

Fotografie di Stephen Beadles

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