La nuova letteratura a Firenze

Raccolgo qui alcune considerazioni che sono emerse nel corso di tante chiacchierate, quasi sempre a cena, di fronte a un bicchiere di rosso o un amaro con ghiaccio, tra me e alcuni scrittori, curatori, critici, poeti, agitatori culturali che forse, con un azzardo del sentimento, posso definire amici (mangiare alla stessa tavola, del resto, è di per sé il rituale iniziatico delle amicizie). Dunque non so quanto di quello che scrivo sia farina del mio sacco, quanto invece io abbia ascoltato e stia ora solo riportando; so di per certo che il titolo di questo articolo l’ha pensato un poeta come Marco Simonelli e lo ha arricchito un critico come Raoul Bruni. Siamo a Firenze, dove viviamo, dove loro sono nati e si sono formati – io no, a Firenze ci sono arrivato e ci sono rimasto per scelta consapevole.

 

 

Accadono cose, a Firenze, e già da qualche tempo. Lo scriveva per primo Vanni Santoni già sei mesi or sono, lo ribadiva Gianluca Liguori su Scrittori Precari un mese fa. Non starò qui a fare la cronistoria delle iniziative portate a termine o dei libri pubblicati – per quello bastano le cronache dei giornali. E comunque, rischierei di far dei torti, di lasciar fuori qualcuno, o al contrario di nominare qualcun altro che invece non gradisce esser accomunato. Ma tra le cose che accadono, bisognerebbe almeno citare alcuni momenti fondativi: la battaglia contro il Festival dell’Inedito, la creazione di un network – liquido quanto si vuole, ma pur sempre riconoscibile – come Firenze delle Letterature, il riconoscimento del Premio Fiesole, le due edizioni di Torinounasega (reading pubblico aperto a tutti, scrittori noti ed emeriti sconosciuti).

 

Più di recente, la pressione esercitata sugli organizzatori di Codice a Sbarre (una sorta di festival dell’editoria che ha fatto sue molte delle idee nate in seno a Firenze delle Letterature e si è agganciato, idealmente e comunicativamente, al percorso di questa) per ottenere, come è stato ottenuto, una modifica del regolamento che si concentrasse sui valori di trasparenza e qualità e l’organizzazione di tre eventi pubblici: sulle criticità del sistema editoriale, sul rapporto tra tecnologie digitali ed editoria e sulla felice congiuntura che, in fatto di pubblicazioni e titoli, caratterizza oggi Firenze.

 

 

Ma, ripeto, questa è la cronaca. Piuttosto, vorrei provare a mettere in evidenza alcune cose, ben consapevole che il mio è uno sguardo parziale, con una prospettiva limitata: è in primo luogo lo sguardo di un lettore, non di uno scrittore; ma di un lettore che, un po’ per scelta e un po’ per caso, si appassiona al mondo dell’editoria, della diffusione dei saperi. Uno sguardo, poi, tutto interno, corrotto se volete dal fatto che questi “protagonisti senza scena” io li vedo spesso, ci parlo, ci bevo, ci discuto anche animatamente. E se ciò non mi pone al riparo dalla critica di non preservare alcuna distanza critica, dall’altra mi consente una visione intensiva, microscopica, una familiarità con le sfumature e le derivazioni, le pieghe dei discorsi. Tra queste pieghe, mi sembra, giacciono alcuni tratti comuni e alcuni valori tacitamente condivisi, quasi mai esplicitati.

 

C’è in primo luogo il dato di quell’assenza, la “scena”. Assenza delle istituzioni, assenza di un comparto editoriale sano e fertile (quando negli anni ’80, invece, era uno dei più floridi in Italia), assenza di padri putativi e pure di fratelli maggiori. Ancora: assenza, voluta, di un centro organizzativo, di una voce ufficiale (per la disperazione degli uffici stampa con cui si lavora in caso di eventi); assenza di una struttura organizzativa e dell’esigenza stessa di una struttura di potere. E poi un dato anagrafico e sociale: parliamo di persone al di sotto dei quarant’anni, o poco al di sopra. La maggior parte di essi altamente scolarizzata e tuttavia priva di una fonte di reddito stabile. In questo la loro fotografia si giustappone perfettamente a quella di tanti altri della loro generazione che non si occupano di letteratura.

 

Vanni Santoni

 

Ora, al di là (o più probabilmente in relazione a) questo dato oggettivo, esiste, mi sembra, un comune sostrato etico che contraddistingue questi protagonisti senza scena. Provo a fare un elenco dei suoi tratti distintivi, senza alcuna pretesa di esaustività.

 

Il rispetto delle differenze, in primo luogo. Le differenze riguardano le storie personali, la formazione, lo stile, gli interessi, il genere e l’orientamento sessuale, la professione – e, lungi dal separare, attraggono, secondo le linee magnetiche di una curiosità sincera. Anche se la differenza è fatica, si sa, soprattutto per la categoria degli scrittori, spesso (non sempre, spesso) così presi da se stessi e dai propri demoni.

 

L’attenzione al territorio, che non è solo un portato storico e geografico, ma un sistema di relazioni concrete che vanno al di là delle anagrafiche. Arriverei a sostenere che dire Firenze significa in primo luogo dire “lingua italiana”, e che le retoriche e le immagini a cui generalmente associamo il capoluogo toscano (il Rinascimento, Dante, l’arte, Benigni o Pieraccioni…) restano ormai come sfondo lontano di un discorso collettivo molto più attento al presente. Se fossi fuoco arderei Firenze di Vanni Santoni e l’antologia Toscani Maledetti curata da Raoul Bruni lo dimostrano chiaramente.

 

La convinzione che la collaborazione renda, in termini qualitativi e quantitativi, di più della competizione. La Scrittura Industriale Collettiva di Santoni e Gregorio Magini e Operaperta di Francesco D’Isa nascono a Firenze, e nascono immediatamente con un respiro nazionale e internazionale.

 

Di conseguenza, il desiderio di socializzare il proprio lavoro artistico e culturale, di mettere in comune forze e debolezze, di apprendere confrontandosi.

 

Chissà che altri, di questi protagonisti senza scena, non vedano invece caratteristiche ulteriori. E chissà che la capacità aggregativa di costoro e dei valori che incarnano non riescano un giorno a innescare un vero e proprio modello di cultura e di politiche culturali, oltre ogni provincialismo.

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