Oggetti d’infanzia | Il grembiule

I miei ricordi d’infanzia sono quasi tutti tristi, non ho ricordi felici. I miei ricordi sono pochi oltre che tristi, e riguardano quasi tutti la mia scuola e la mia maestra. Alle elementari la mia maestra si chiamava Domenica Inglese. Domenica Inglese, nonostante fosse molto vecchia, aveva i capelli e gli occhi nerissimi e pensava che io fossi molto stupida. Io sapevo di non essere stupida, ma purtroppo non avevo strumenti per farle capire che si sbagliava. E siccome pensava che ero stupida, non mi faceva mai leggere né andare alla lavagna a fare gli esercizi di grammatica e di matematica. Ecco perché a scuola io mi annoiavo moltissimo: perché sapevo che non ero stupida, e glielo dicevo anche, ma lei non mi credeva, faceva sempre recitare gli altri, esercitare gli altri, mentre nel frattempo io mi dondolavo sulla sedia e mi infilavo i capelli in bocca.

 

La maestra Domenica Inglese ci obbligava tutti a portare il grembiule blu, e io odiavo il grembiule blu. Durante il pomeriggio non facevo altro che pensare al grembiule blu, e passavo il tempo a inventare scuse per non metterlo assolutamente mai. Non volevo portarlo innanzitutto perché mi piacevano i miei vestiti, e in particolare mi piaceva un maglione colorato ed enorme che se ci avessi messo sopra il grembiule i miei compagni mi avrebbero presa per una balena blu. Non che fossi una bambina particolarmente interessata all’estetica, ma ero certa che il grembiule fosse un oggetto di orribile fattura e di altrettanto orribile colore, e non capivo perché anche i miei genitori e soprattutto i miei compagni non si unissero a me nella lotta per la sua abolizione. In più – questo era l’inaccettabile supremo – non era possibile scegliere quando indossarlo e quando no; bisognava portarlo tutti i giorni dell’anno scolastico, dall’inizio alla fine, senza pause in cui poter sfoggiare il mio bellissimo maglione.

 

Credo di aver cominciato proprio allora a detestare le situazioni in cui le cose vanno fatte sempre allo stesso modo: almeno avessi avuto un grembiule blu e uno giallo, avrei avuto una possibilità di sfuggire alla monotonia. Tutti i giorni la maestra Domenica Inglese faceva l’appello, e tutti i giorni mi faceva alzare, chiedendomi perché non avessi il grembiule. Perché non ce l’ho, signora maestra? Perché era sporco e doveva essere lavato. Perché l’ho dimenticato. Perché mi sono alzata all’ultimo minuto e non lo trovavo. Perché si è stinto in lavatrice e mia madre deve ricomprarlo nuovo.  Lei fingeva di credermi, ma lo vedevo che non mi credeva, e anzi, mi detestava, anche se certamente non quanto io detestavo lei.

Trovo curioso che, nella sua pervicacia di vecchia maestra, Domenica Inglese non abbia mai smesso di cercare di convincermi a portare il grembiule. Non ricordo che quest’obbligo venisse motivato con particolari ragioni, igieniche o di livellamento sociale: si doveva portare e basta, perché così era stato deciso dal capo delle maestre, e dal primo all’ultimo giorno. Anche se poi l’ultimo giorno c’erano gli esami, e io ero andata al mare e avevo preso il sole, e nessuno mi chiese del grembiule, era finita la schiavitù, evviva.

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