Oggetti d'infanzia | Bigliettini

Ci scambiavamo, tra noi bambini delle elementari, dei minuscoli bigliettini accartocciati, resi umidicci dalle mani sudate per il terrore di essere scoperti. I maschi scrivevano TI AMO e noi femmine rispondevamo solo con un SI' o un NO. Li scrivevamo velocemente a ricreazione e li conservavamo, accanto a fili briciole e altri resti, nelle tasche dei grembiuli.

 

Il bigliettino valeva da solo come unico atto del fidanzamento, ne sanciva l'inizio e il senso. Altro non ci sembrava necessario, neanche le smancerie, che anzi ci avrebbero fatto orrore. Il bigliettino sudaticcio con la scritta SI' bastava come impegno solenne di fedeltà. Dopodiché, forse per ammortizzare il sovrappiù di emozione, calava di solito tra noi il silenzio.

 

La maestra, che si faceva chiamare Signorina e ci portava in bagno marciando, non aveva interesse a sostenere lo scambio di idee, relazioni e giochi tra i sessi; le amichette – e le nemichette, se così si può dire – erano quasi sempre femmine; passavamo seduti e in silenzio tutte le ore di lezione, poche per la verità (la mia era ancora una scuola senza tempo pieno – era in effetti un tempo un po' vuoto); si usciva in fila per due e il primo era tenuto dalla maestra per un orecchio. Io invece ero spesso l'ultima della fila, buona affidabile e straordinariamente disciplinata (non lo sarei stata mai più, dopo). Ultima nella fila, prima della classe, lontana dal grandissimo casino che regnava a casa mia e concentrata a non tradire mai le aspettative della maestra, che mi amava e mi compativa perché in balia di genitori giovani e comunisti, pensavo con un brivido lungo la schiena a quel bigliettino in tasca, al mio segreto, all'incauto, eversivo, appassionato, scandaloso sì, sguardo d'intesa tra bambini.
Credo che la maestra non abbia mai scoperto i nostri bigliettini. Ne vennero altri, negli anni a seguire. Diversi, divertenti, segreti, cattivissimi e ribelli. Poi ci sono state le lettere struggenti da riempire le notti, i ragionamenti, le confessioni, le poesie, le citazioni, ma il senso profondo è rimasto sempre: ti amo, sì, no. Adesso che sono una giornalista, e ho imparato a scrivere un numero di battute deciso dalle necessità e dalle impostazioni grafiche, e a raccontare le storie degli altri in tempi brevi e indiscutibili, è quell'antica sintesi e quel peso specifico delle parole scritte che inseguo e cerco, perché odio il disincanto nonostante il mio mestiere.

 

Ora la mia figlia più piccola vuole che le insegniamo a leggere presto e bene e senza rompere le palle con tutte quelle noiose lettere. Ha fretta perché la sorella “grande” dopo ogni litigio le scrive, per fare pace, dei bigliettini: VUOI FARE PACE ALORA SI' O NO – FALLO LEGGERE A MAMMA A O A PAPA' SCUSA GRAZIE. La più piccola deve rispondere, ma da sola non lo sa fare. Imparerà presto. Nell'attesa disegna ghirigori, arrotola mappe e papiri, si sforza di strappare al segno il significato, copia concentratissima dai libri tracce di parole che non sa. Quello che sa fare benissimo è estrarne storie nuove. Inventa, per le lettere in fila, suoni in libertà. Ci gioca. La mia figlia più grande invece sancisce la pace per iscritto, e ogni volta redige meticolosamente un piccolo trattato che necessita di firma e sigillo, perché è lei adesso a vivere quel tempo meraviglioso dell'infanzia in cui la scoperta della scrittura regala alle parole una dignità e un potere che non avevano prima, e che avranno poi solo raramente.

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28 Agosto 2013