Oggetti d'infanzia | Frigorifero (spento)

Tra i vari accumuli che si sono succeduti nella mia casa d'infanzia, c'era (e, temo, c'è ancora) anche quello degli elettrodomestici rotti, che mia madre si ostinava a tenere perché «non si sa mai possa servire, se lo ripariamo». Nei primi anni novanta, i miei cambiarono l'intera cucina, mettendo quella vecchia in cantina a contenere un'infinità di stoffe che la suddetta madre collezionava, sempre «perché non si sa mai» (ma questo almeno è comprensibile: fa la sarta a tempo perso).

 

In giardino, a fianco alla legnaia e sotto la vite americana, rimase così, solingo, il vecchio frigorifero. Il colore bianco sporco caratteristico degli oggetti anni ottanta, la gommina che rendeva aderente la chiusura e che milioni di volte ho accarezzato… ma soprattutto il suo ronzio, colonna sonora dei pomeriggi a fare i compiti, a giocare, ad ascoltare la radio in cucina, ci avevano abbandonato pian piano, lasciando il posto a una pozza d'acqua sotto il motore: quando si dice che è irrecuperabile, penso a quella pozza d'acqua.

 

Posso dire che fu allora che cominciò la mia passione per il riciclo e l'uso atto ad altre destinazioni, una specie di recupero dell'archeologia elettrodomestica che avrebbe fatto invidia agli architetti contemporanei. Mio malgrado, facevo quella che potrei oggi definire private art – il contrario della public art: quell'oggetto, che avevo destinato ad altri usi, era stato rimesso in funzione, ma solo per uso personale, e nascosto al pubblico essendo sì in giardino, ma nella parte laterale, che non si vedeva.
Il frigorifero che non ronzava più adesso conteneva i miei libri: quelli di cui ricordo appena il titolo, quelli che ho riletto milioni di volte, i Topolini che mio padre comperava, i romanzi d'avventura, i miei miti di sempre.

 

Passavo l'estate a leggere, seduta sotto un pruno di cui non mi piacevano i frutti, troppo aspri per una bambina. Finito un libro, lo rimettevo in congelatore, che naturalmente era sopra: in frigorifero catalogavo le “novità”, quello che avrei voluto leggere. C'era anche una motivazione pratica per l'uso di quel frigo come libreria: la pigrizia mi faceva lasciare i libri in giardino, la sera prima di andare a dormire. Una volta ne lasciai uno vicino alla cuccia della gatta, la mattina dopo lo ritrovai pieno di pipì, inutilizzabile. E poi in Friuli piove e fa vento, così dovevo proteggere le mie letture dalle intemperie, alle quali non era sfuggito un Topolino dimenticato all'aperto.

 

Se penso a un luogo dove rifugiarmi, insieme alle mie fantasie, quello era il frigorifero spento. Immaginavo di avergli dato una seconda vita facendogli fagocitare le mie letture, e che, chissà, qualcuno, di notte, il fantasma di un bambino che viveva nel quartiere quando era tutta campagna (cioè fino a poco tempo prima), lo aprisse per divertirsi un po' anche lui.

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30 Agosto 2013