Oggetti d'infanzia | L'aspersorio

L’aspersorio è un bastoncino metallico, con una sfera metallica ad una estremità, da cui escono delle setole: una specie di pennellone. È sempre accompagnato da un secchiello di metallo, a volte d’argento, con ornamenti a sbalzo sulla circonferenza. Il secchiello contiene l’acqua benedetta e il pennello serve per benedire case, uomini, animali, secondo il rito della chiesa cattolica.

 

La benedizione delle pesche, Roma 1933

 

Più che un oggetto liturgico l’aspersorio era per me  un prop, come lo chiamano gli inglese, cioè un accessorio di scena, un oggetto di proprietà della compagnia teatrale. Insieme al turibolo, alla navetta, alla tunica rossa, alla cotta bianca era un elemento di uno dei più bei giochi che si possono fare nell’infanzia: il gioco del travestimento. Ci si travestiva da indiani e cowboy, da guardie e ladri, da dottori e pazienti: “noi facciamo i ladri e scappiamo, voi le guardie e ci prendete: pronti via”. Erano le finzioni dichiarate, frutto di una negoziazione esplicita, e bastava poco per travestirsi,  a volte soltanto un nome. Ma c’erano altri travestimenti che  avevano l’avvallo dei grandi, e qui le divise erano motivo di orgoglio: sui campi di calcio,  quando si indossavano maglie, calzoncini e calzettoni; a scuola, con il grembiule e il fiocco, con tanto di gradi cuciti sulla manica destra, come se quelli in prima fossero semplici caporali, quelli in seconda caporal maggiori, poi sergenti, sergenti maggiori e marescialli in quinta; ma soprattutto in parrocchia quando ci si vestiva da chierichetti.

 

A volte si recitava indoor, nel grande teatro stabile all’italiana che era la chiesa preconciliare, con la balaustra, quarta parete,  a segnare la distanza fra il pubblico e la scena in cui si svolgeva il rito, e i chierichetti, unici laici, ammessi all’altare. A volte invece il rito avveniva all’aperto e il teatro, da teatro all’italiana si faceva teatro di strada. Nelle processioni del santo patrono o nei cortei funebri che dal sagrato della chiesa accompagnavano la bara fino al cimitero parrocchiale. E i rituali si ripetevano sempre simili uno all’altro, secondo copione.  Di questo teatro di strada faceva parte anche la benedizione pasquale che si portava nelle case. La compagnia qui era minima: il parroco con il libro in mano, e il chierichetto con l’aspersorio e una borsa nera per le offerte.  Ci si sentiva importanti a passare per strada in uniforme con la consegna di  aver cura della borsa e di non far fuoriuscire l’acquasanta dal secchiello d’argento sbalzato.  Man mano che il secchiello si vuotava benedicendo le case, uomini e animali, la borsa si riempiva di monetine, biscotti, caramelle e uova. Perché in quegli anni la gente dava quello che aveva, e le uova fresche prese direttamente dal pollaio nell’aia erano date con il cuore e valevano di più delle monetine.

 

 

In canonica poi si deponevano gli accessori di scena negli armadi di noce intagliati, con cura particolare per  l’aspersorio, dopo aver versato la poca acqua santa rimasta nel fonte battesimale, e si svuotava la borsa nera con le offerte. Come piccoli bancari si dividevano le monetine e le occasionali banconote, si faceva la somma e di passava il totale al parroco. Poi si restava in attesa della ricompensa: in genere un po’ di quelle monetine con le quali si pagava il biglietto al cinema parrocchiale la domenica pomeriggio, il teatro di celluloide dove gli indiani e i cow boy avevano abiti di scena credibili e dove il pubblico di chierichetti in libera uscita, come tarantolati, si inseguivano per le file della sala, galoppando su cavalli e sparandosi con colt e winchester  immaginari. L’acqua trasformata in immagini. E c’è chi dice che sia stata l’etica del protestantesimo a creare lo spirito del capitalismo.

 

Poi sono stati inventati gli aspersori con l’acqua incorporata, la borsa nera è stata sostituita dai bonifici bancari, il prete va in giro da solo, in borghese, con una stola che tira fuori solo all’ultimo momento,  e anche il libro sembra stia lasciando il posto a qualche superefficiente supporto informatico. Ma questi sono altri oggetti. Questa è un’altra storia.

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